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Storie di Lui Carmine, mio nonno paterno
Ah!, mio nonno. Ah!, le storie che mi raccontava mio padre su di lui! Me le raccontava sempre allo stesso identico modo, ma ogni volta che me le raccontava le trovavo affascinanti come le stessi ascoltando per la prima volta. E poi, a dispetto di qualche particolare al limite dell’inverosimile, quella identicità di racconto mi dava la certezza che non una sola cosa detta fosse frutto di fantasia. No: le storie di mio padre su suo padre – mio nonno Lui Carmine – erano proprio autentiche e affascinanti, dall’inizio alla fine. Su questo non ho mai avuto dubbi.
Stavo lì ad ascoltarle incantato, sapevo passo passo quel che sarebbe seguito nel racconto, eppure l’emozione di sentire quelle storie rimaneva in me inalterata. Mi inebriavo dei suoi racconti e mi dicevo: un giorno o l’altro le scriverò le storie di mio nonno Lui Carmine. Sì, le scriverò, per tramandarle ai miei figli o magari solo per conservarne traccia. Ma, ahimè, non avevo fatto i conti con la mia scarsa memoria. Così oggi, di quelle storie meravigliose, mi rimane ben poco: le riconosco nelle loro linee essenziali, ma come mi mancano i dettagli, come mi manca la vivida descrizione dei momenti di tensione e l’altrettanto vivida descrizione dei momenti in cui la tensione si scioglieva e il nonno brillava per forza, coraggio, o magari solo per la sua non comune capacità di comprendere le cose della vita. Come mi manca la voce e la risata schietta di chi me le raccontava.
Non so cosa darei per poter recuperare tutto questo, ma mi rendo conto che ormai è tardi. E allora mi accontenterò di questa tranquilla narrazione, nulla a confronto della bellezza delle storie di Lui Carmine, mio nonno paterno, raccontate da mio padre.
***
Carmelo vive alla civita, la zona di Catania prospiciente il porto. Famiglia di gente di mare la sua, di generazione in generazione. Carmelo è ancora un bambino, sì e no avrà dieci anni, quando si nasconde nella stiva di una grossa barca da pesca per uscirne fuori solo quando la barca è già per mare e non si fa più a tempo a sbarcarlo. Il suo posto dovrebbe essere a bighellonare tra via Calì e piazza Cutelli con i suoi coetanei, ma Carmelo va pazzo per il mare; e per questo è lì.
Da questa prima esperienza è tutto un susseguirsi di eventi. Carmelo prende presto alla lettera il largo, imbarcandosi su un grosso bastimento a vela battente bandiera statunitense. Ora, si sa, gli americani parlano la loro lingua, che poco o nulla ha a che vedere con la nostra. Ed è per questo che Carmelo diventa Lui Carmine: agli americani viene meglio chiamarlo così, e il nonno non ci trova nulla da ridire.
I grandi bastimenti a vela dell’inizio del XX secolo sono fatti di paranchi, bozzelli, funi, rimandi per le manovre: e poi abbisognano di tanta forza nelle braccia per il governo delle vele. Avviatosi alla vita di mare in così tenera età, presto nonno non è secondo a nessuno quanto a robustezza fisica e perizia marinara. E quando tutti sono a pagliolo, per il gran mare in tempesta, è solo lui al timone, su in plancia, a governare la nave tra i marosi. Lui e il comandante. E quando il nonno comincia a dare i primi segni di nervosismo, dopo ore e ore che è lì al timone in mezzo alla tempesta – e il comandante gli chiede se è stanco e se vorrebbe un cambio che nessuno può dargli – il nonno se ne esce con una considerazione del tutto inaspettata: No comandante, non sono stanco, è che sono ore e ore che non fumo e vorrei fumare. Ma so bene che sono al timone e al timone non si può…
Allora avreste dovuto vedere papà impersonare il comandante che dice: Solo questo? Tieni, fuma! Te lo ordino io, fuma! – e nel mentre estrae dal taschino un ipotetico sigaro e lo porge al nonno. E poi avreste dovuto vedere papà impersonare il nonno che, grato, fuma il sigaro al timone.
Ma gli uomini buoni spesso vanno incontro all’invidia della gente. Così capita che in quattro lo fanno bere, bere, e ancora bere. Il nonno pensa di essere in compagnia di amici e invece sono solo dei gaglioffi. Non avendo il coraggio di affrontarlo da sobrio, lo fanno ubriacare, poi lo massacrano di botte e lo lasciano per morto in una spiaggetta sperduta in terra di Spagna. Una famiglia lo raccoglie, lo cura, e miracolosamente nel giro di una settimana il nonno riprende le forze.
Ringraziati i suoi salvatori, nonno si dirige al porto. Dà per scontato che il bastimento dove ha subito l’aggressione sia già salpato e adesso non gli resta che cercarne un altro, per un nuovo viaggio alla ventura. Ma la sua imbarcazione inspiegabilmente è ancora lì attraccata al molo. Allora nonno sale a bordo e senza fare rumore si affaccia all’interno della tuga dove di solito staziona l’equipaggio. E lì ci scorge il branco. Alla sua vista il terrore si dipinge sui loro volti. Nonno non fa altro che chiudere dietro di sé la porta che dà accesso all’esterno, per evitare che qualcuno di loro possa scappare, poi comincia a saldare i conti.
E qui avreste dovuto sentire il racconto di papà. Sembrava davvero di vedere Braccio di ferro rimpinzato di spinaci che gliela fa pagare a tutti i brutti ceffi che gli hanno fatto torto: chi contro la murata, chi a sfasciare un tavolo, chi a sfracellarsi sopra il boccaporto, chi tirato su in aria a cazzotti; così nonno li ripaga quei gaglioffi.
Poi nonno da grande cambia mestiere. Se ne va in giro per la Sicilia con il suo carro e il suo cavallo, per lavori che non tutti possono fare. Nella parte alta della piazza centrale di un paesino dell’entroterra, nonno pianta in terra un grosso palo, punto fermo per l’aggancio dell’enorme paranco la cui cima è assicurata al cavallo. Così l’animale, centimetro dopo centimetro, tira su l’imponente statua posta ai piedi della piazza, statua che andrà collocata al centro della spianata.
Chi assiste alla scena ne rimane impressionato. Ma uno in particolare non sta nella pelle. È il caporione locale, che non vuol sentire ragione: quel cavallo così straordinariamente forte deve essere suo. Ah!, quanto deve penare il nonno nella realtà – e papà nel racconto – per fargli capire che sì, il cavallo è un gran bell’animale, ma senza quell’attrezzo lì piantato in terra mai e poi mai potrebbe tirar su quell’enorme peso!
E poi quell’altra volta, nelle campagne ragusane, sempre col suo carro. Si è fatta sera. Nonno trova una taverna per mangiare e per dormire. Da lì a poco fa la sua comparsa un tipo intabarrato seguito dai suoi accoliti. Alla prima occasione nonno chiede all’oste chi sia quella gente e l’oste risponde sibillinamente che il viandante dovrebbe saperlo da sé con chi ha a che fare lungo la strada. Allora nonno consuma il pasto ma prima di saldare il conto manda l’oste a dire al tavolo dell’uomo intabarrato che avrebbe piacere ad offrir loro la consumazione. L’ambasciata ha successo. L’uomo intabarrato ha gradito il gesto. Poi, chiamato nonno, lo ringrazia e gli fa: Se da queste parti qualcuno dovesse farvi torto, Vossia dica che appartiene a Zirinu. Null’altro aggiunge. Nonno ringrazia a sua volta e va a dormire.
Viene giorno. Nonno incrocia un tipaccio a cavallo. Chissà perché, al passaggio del carro di nonno l’animale si imbizzarrisce. Il tipaccio lo prende per un affronto personale. Chiede conto e ragione del perché gli hanno spaventato la bestia. Schiuma rabbia, ma forse cerca solo un pretesto per sfogare la sua aggressività. Nonno cerca di rabbonirlo, ma non c’è verso. Quello alza i toni, minaccia di fare sfracelli. Nonno potrebbe calmarlo alla maniera sua, con qualche sberla bene assestata, ma è uomo di pace e bada sempre al sodo. Così gli dice: Vossia forse non lo sa, ma io appartengo a Zirinu. Allora sì che avreste dovuto vedere papà impersonare il tipaccio e il suo passare dall’audacia più arrogante alla conciliazione più ossequiosa…
Ah!, come mi mancano quei racconti. Ormai non posso farci più nulla. Posso solo chiudere gli occhi e lasciar parlare il cuore, in versi:
Storie di me nannu,
cuntati di me patri.
Di quannu Lui Carmini jeva jennu
tra bastimenti, cuntinenti e latri.
Lui ca s’ammuccia nta ‘na stiva
– sì e no havi deci’anni –
la varca ca s’alluntana di la riva…
E ni viremu quannu sugnu ranni…
Storie di ‘na marina ‘ntica,
fatta di arbuli, sartiami e funi.
Storie di mari e di fatica,
e poi di Lui Carmini ccu lu sugarru a lu timuni.
Storie di ‘n cristianu da la forza sovrumana,
bonu comu lu pani,
ma ca nun si nni faceva passari una.
Storie di me nannu ccu l’americani.
E poi la storia di Zirinu,
la storia di lu caminanti –
ca ha aviri l’occhiu finu
ppi capiri cu è ca havi davanti.
E poi lu cavaddu e lu parancu
e chiddu malamenti ca si ll’hava ‘ccattari.
E poi lu vili pistaggiu di lu brancu
e comu doppu ‘na simana ci la fici pavari.
Storie di ‘na biddrizza cummuventi,
chiddi di Lui Carmini, me nannu paternu.
Storie di cuntari e quattru venti,
storie da allinchiri ‘n quaternu.
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