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Il peso delle parole - Parte II
Dopo la presentazione dei personaggi principali, comincia la vera e propria storia.
“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”
La prima e più semplice strategia per gestire le prepotenze da parte dei bulli, così come spesso viene suggerito dalle figure educative di riferimento, è ignorarle. In altre parole, si invita il bullizzato a maturare una resilienza per evitare di soddisfare l’esigenza di dominazione del bullo.
Funziona? Ignorare è importante per stimolare il bullizzato a reagire alla pressione sociale e selettiva, se vogliamo paragonare il bullismo ad un meccanismo di adattamento evolutivo, e per evitare vittimismo ed autocommiserazione, che sono deleteri e infruttuosi per l’individuo. Tuttavia, il bullismo è caratterizzato da prepotenze reiterate, che potrebbero non essere risolte ed essere addirittura implementate per via della resilienza del bullizzato. Pertanto ignorare, benché necessario, è un meccanismo di difesa alquanto passivo e sicuramente insufficiente.
La catarsi del bullizzato
Come il bullizzato può agire per evitare di subire? Lavorando sodo su sé stesso, cercando di mantenersi positivo e di maturare atteggiamenti assertivi e sicuri nelle interazioni sociali. Ignorare, scappare o deprimersi sono reazioni naturali e relativamente semplici da adottare, mentre affrontare attivamente sé stessi e gli altri per superare il problema richiede sforzo e dedizione, ma conduce sicuramente ad una gratificazione a lungo termine.
Alcuni spunti per iniziare a lavorare su sé stessi potrebbero essere:
1. Incrementare l’autoconsapevolezza. Partendo dal presupposto che ogni persona sia unica e nessuno sia sbagliato, imparare a riconoscere che, oltre ai punti di debolezza, si possiedono certamente molti punti di forza, che meritano di essere valorizzati.2. Praticare l’autoironia. Se i propri punti di debolezza sono costantemente oggetto di scherno, un’ottima reazione potrebbe essere l’auto-ridicolizzarli. Il bullo generalmente si nutre del risentimento del bullizzato, per cui una controbattuta divertente od una risata possono smorzare le attese del bullo e spiazzarlo.
3. Praticare l’empatia. Come già scritto, è importante non provare risentimento per evitare di alimentare un circolo vizioso di atti denigratori o, peggio, di farsi del male e di diventare a propria volta bullo di qualcun altro. È possibile evitare tutto ciò quando, avendo assunto maggiore consapevolezza di sé e del proprio ruolo, si è capaci di immedesimarsi nel bullo e comprendere la ragione contorta delle sue prepotenze. Cercare di capire è spesso anche il primo passo per essere capiti.
4. Capire come comunicare. Le parole, come già scritto, sono importanti ed occorre saperle utilizzare al meglio per sopravvivere nel mondo attuale. Adattarsi significa ormai comprendere il codice comunicativo dei propri pari ed utilizzarlo all’occorrenza, pur senza alterare la propria personalità. È necessario fare lo sforzo di interagire con il gruppo o di trovare il proprio gruppo, piuttosto che isolarsi. Inoltre, se le prepotenze verbali dovessero persistere in maniera insostenibile, è importante non aver paura di comunicarlo alla figura adulta di riferimento, che sicuramente saprà come intervenire.
5. Evitare di de-responsabilizzarsi. Pur essendo già implicito come concetto, credo sia opportuno rimarcarlo in maniera a sé stante. Come già scritto, ognuno di noi è unico e nessuno di noi è sbagliato, dunque non bisogna colpevolizzarsi, ma incrementare la propria autostima. Tuttavia, secondo lo stesso principio, occorre evitare di assumere atteggiamenti vittimistici e colpevolizzare necessariamente il bullo, in quanto la de-responsabilizzazione diminuirebbe la capacità di reazione ed aumenterebbe il sopracitato circolo vizioso del risentimento.
Forza e coraggio, bullizzati, perché siete già i protagonisti indiscussi di questa storia!
Il ruolo dei pari
Ad un certo punto, il bullo diventa forse la vera vittima, come unico capro espiatorio di un male che è in realtà collettivo. Dal momento che non bisogna de-responsabilizzare nessuno, anche i pari-non-bulli o i cosiddetti bulli passivi hanno sicuramente un ruolo in questa storia.
Non siate ignavi o testimoni increduli davanti ad una prepotenza, cercate di stabilire la vostra posizione e di supportare chi pensate abbia ragione in quel momento. Altrimenti qual è il senso della sensibilizzazione verso certi fenomeni, se nessuno prende parte attiva verso il miglioramento della situazione attuale?
Dunque, forza e coraggio anche a voi, pari-non-bulli, perché potreste essere i migliori attori non protagonisti di questa storia!
La comunicazione nonviolenta
Qualunque ruolo tu svolga in questa storia, che tu sia un bullo, un bullizzato, uno dei pari o una figura adulta di riferimento, per favore, cerca di imparare a comunicare in maniera nonviolenta e di trasmettere agli altri questa importante abilità.
Il concetto di comunicazione nonviolenta è stato introdotto nel 1960 dallo psicologo statunitense Marshall Rosenberg, come “linguaggio giraffa” in contrapposizione al “linguaggio sciacallo”, che è un modello comunicativo manipolativo ed inefficace nella risoluzione di conflitti.
Rappresentazione naïve: linguaggio giraffa vs. linguaggio sciacallo
La comunicazione non violenta si articola in quattro complementi o fasi:
1. Le osservazioni. È importante distinguere le osservazioni oggettive di fatti precisi dai propri giudizi su di esse.Esempio stupido 1: Non dire “Tizio, perché non mi hai prestato la penna? Pensi di essere l’unico a saper scrivere?”, “Pensi di essere l’unico a saper scrivere?” è infatti un giudizio personale, limitati piuttosto all’osservazione oggettiva.
Esempio stupido 2: Non dire “Penso che tu mi ritenga incapace di scrivere perché non mi hai prestato la penna”, ricadresti nello stesso errore dell’Esempio stupido 1. Riformula come “Tizio, sento di non riuscire ad esprimere me stesso senza la penna”.
Esempio stupido 3: “Tizio, ho bisogno di comprensione”. Adesso tutto torna: vuoi la penna per poter esprimerti e poter essere compreso. A questo punto, se Tizio non ha capito, dev’essere proprio un idiota (ops, giudizio personale…tutti possiamo sbagliare, no?).
Esempio stupido 4: “Tizio, per queste ragioni, potresti per favore prestarmi la penna quando hai finito di scrivere?”. Vedrai che molto probabilmente Tizio risponderà affermativamente e, se così non fosse, Ramen! Mi raccomando, non arrabbiarti né contrattaccare, cerca di capire perché Tizio continua a non voler prestarti la penna. Magari è affezionato alla penna perché è un regalo della sua ragazza, magari puoi richiedergli la penna più tardi in modo ancora più gentile, o puoi chiedere a qualcun altro o, in extremis, puoi comprare una penna tutta tua. Mantieniti comunque positivo verso te stesso e verso Tizio, cerca di risolvere in maniera costruttiva il problema…se non altro, avrai fatto tutto il possibile e sarai andato un passo avanti nella tua ricerca della penna.
Le modalità con cui si applica la comunicazione nonviolenta sono essenzialmente tre:
1. L’empatia nei confronti di sé stessi. Significa esaminare senza vergogna e con onestà tutto ciò che passa all’interno della propria testa, che non sempre è ideale.2. L’empatia nei confronti degli altri. Significa immedesimarsi nell’altra persona, anche se l’educazione dovesse diversa o se non se ne condividessero i principi. Cercare di comprendere le ragioni delle sue richieste o azioni (dal greco empateia: en- dentro, -pathos affezione).
3. L’onestà reciproca. Significa esprimere al meglio il proprio punto di vista, con la consapevolezza che potrebbe non essere condiviso, per poter trovare un accordo o una soluzione o un compromesso per la risoluzione di un conflitto.
Per gli interessati alla comunicazione nonviolenta
Ecco le principali fonti da cui ho preso le informazioni:
1. YouTube channel EDUMANA - Cenva, video ED.UMA.NA FORMAZIONE - La grammatica della Comunicazione Nonviolenta di Marshall Rosenberg (https://www.youtube.com/watch?v=8mAwxo0qIv0)
2. Wikipedia, consultata il 07-04-2023 (https://en.wikipedia.org/wiki/Nonviolent_Communication)
Bradamante
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