Passa ai contenuti principali

In primo piano

Porta Garibaldi non è il vero Fortino. Tutta la storia del monumento al Re Lazzarone e delle fortificazioni cittadine di Catania

Ci sono cose che a Catania non puoi nominare apertamente. Una di queste è la morte. D'altronde i catanesi hanno coniato tutta una serie di detti coloriti per identificare questo passaggio inevitabile. Uno dei più famosi riguarda l'ultimo viaggio terreno: su puttanu 'e Tri Canceddi . Questo cimitero monumentale è stato edificato in località Acquicella nel 1866, quando i legislatori capirono che non era un'ottima idea quella di seppellire i morti all'interno delle mura cittadine. Almeno dal punto di vista igienico. Sicuramente più antico è il detto ci misunu u cappott'i lignu , cioè il cappotto di legno, una comodissima veste che un mortale indossa prima di iri a parrari - spiramu - ccu San Petru , cioè il custode del Paradiso.   Un passaggio obbligato per questo ultimo viaggio è Piazza Palestro. Ed è qui che anticamente andavano a confluire i lentissimi cortei funebri provenienti dalla città murata, dal centro storico. Questi cortei procedevano a passo d'uomo...

Lui Carmine

Io sono Lui Carmine. Io non sono Lui Carmine.

 

Il vero, primo, unico e solo Lui Carmine era mio nonno paterno. Una figura mitologica, per me che non l’ho mai conosciuto. Lui Carmine: lo chiamavano così gli americani quando navigava con loro sul finire del secolo diciannovesimo.

 

A casa di papà c’è sempre stato il modellino della torpediniera che nonno costruì a bordo, da imbarcato, con materiale povero e di scarto. Per il fumaiolo nonno utilizzò l’anima di un rotolo di carta igienica, qualche altro accessorio lo fece addirittura con la mollica del pane. Per le bandiere del gran pavese tagliò tanti pezzettini di latta da non so dove. Non ho proprio idea con che colori poi pitturò quelle bandiere.

 

So però che già quando ero ragazzo io, i colori di quel gran pavese erano diventati troppo smunti, e allora decisi di ridipingerlo. Ma mi venne malissimo, ancor peggio di quello che era stato in origine. Mi morsi le mani, ma per anni la torpediniera di nonno fu sormontata da un gran pavese dai colori inguardabili: i miei.

 

Avevo un debito con il nonno e con mio padre. Così che di recente, utilizzando colori più adatti e senza quella smania di finire il lavoro che ebbi da ragazzo, posi rimedio a quello scempio. Perché le bandiere del gran pavese sono piccole e multicolori e tu devi avere la pazienza che il primo colore si asciughi prima di passare gli altri. Se no, inevitabilmente, i colori si mischiano e il risultato è catastrofico.

 


Forte di questa pazienza ormai senile, ora sì che la torpediniera di nonno Carmelo si può mostrare in tutto il suo splendore nel posto d’onore di casa: la sala di ingresso.

 

Io non sono Lui Carmine.

 

Però sono anche Lui Carmine, anche papà e tutti coloro da cui discendo.

 

Per questo oggi, a sentir parlare di alberi genealogici, mi si scalda il cuore.

 

 

 

Lui Carmine

 

Commenti

Post più popolari