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Bontà e cattiveria: chi sono costoro?

Sin dall'infanzia, siamo educati ai concetti di bontà e cattiveria. Se ascolti la mamma e la maestra, sei un "bimbo buono"; se fai i capricci, sei un "bimbo cattivo"; se vai bene a scuola, potresti essere una "secchia" per i tuoi compagni (o un "nerd", a seconda delle generazioni), ma anche un "ottimo studente" per i tuoi insegnanti; mentre se vai male a scuola, spesso rimani un "cattivo esempio" sia per i tuoi compagni sia per i tuoi insegnanti; e così via, sino all'età adulta.  Ma cosa sono realmente  la bontà e la cattiveria, il bene ed il male? Mi sono posta questa domanda diverse volte nella vita, per capire come agire, cos'è giusto e cos'è sbagliato. Non ho mai trovato nessuna vera risposta univoca. Da piccola perlopiù seguivo l'opinione degli adulti: ciò che era bene per loro, era bene per me. Non ero una grande ribelle, anche se non esitavo a contraddire i miei genitori non appena scorgevo delle inc...

La solidarietà come risposta a una società sempre più ostile

C’è un’immagine che mi torna spesso in mente quando penso alla parola solidarietà: mio nonno, pescatore ogninese, immerso in un mondo in cui aiutarsi non era una scelta morale, ma una necessità per la sopravvivenza.

Tra pescatori, la solidarietà aveva forme concrete, quasi materiali. Quando il mare stava per cambiare umore, si suonava la brogna, una conchiglia trasformata in tromba, per avvisare gli altri del maltempo in arrivo. Era un segnale che poteva fare la differenza tra tornare a riva o no. Allo stesso modo, ci si prestava le quarare, i grandi calderoni usati per trattare le reti. A Ognina ce n’erano solo due: non condividerle significava bloccare il lavoro degli altri.

In quel contesto, la solidarietà non era idealizzata. Era pragmatica, necessaria, fondamentale. Potevi avere avuto una discussione con qualcuno il giorno prima, ma sapevi che quella stessa persona, il giorno dopo, poteva salvarti la vita. E viceversa. Questo creava una forma di equilibrio: non basata sull’affetto, ma sulla consapevolezza profonda dell’interdipendenza.

Oggi non rischiamo più la vita in mare, o almeno non nello stesso modo. Ma questo non significa che viviamo in un contesto meno ostile. L’ostilità ha semplicemente cambiato forma.

Si manifesta nella precarietà economica, nell’incertezza costante rispetto al futuro. Nella difficoltà a costruire relazioni stabili, nella mancanza di tempo ed energie da dedicare agli altri. Nell’isolamento che cresce anche in mezzo agli altri, alimentato da ritmi di vita frammentati e da interazioni sempre più mediate.

Si vede anche nel lavoro: richieste sempre più alte per posizioni sempre più instabili. Esperienza senza esperienza, flessibilità senza garanzie, disponibilità continua senza reale sicurezza. Si accumulano tirocini, corsi, certificazioni, spesso senza una reale prospettiva di stabilità.

E poi c’è la pressione culturale: essere sempre produttivi, sempre performanti, sempre all’altezza. L’idea che ogni difficoltà sia una responsabilità individuale da risolvere da soli, invece che una condizione condivisa.

A questo si aggiungono costi della vita in aumento, accesso più difficile alla casa, servizi essenziali sempre più onerosi o complicati da ottenere. Anche attività che un tempo erano spontanee (come passare un pomeriggio con gli amici) vengono spesso trasformate in servizi da acquistare.

Viviamo all'interno di una società che spinge verso il consumo continuo e l’individualismo come norma. Ogni bisogno sembra avere una soluzione acquistabile: se vuoi imparare qualcosa, paghi un corso; se hai un problema, compri un servizio; se ti senti solo, consumi intrattenimento. In questo schema, le relazioni rischiano di diventare opzionali, o peggio, sostituibili.

L’individualismo, poi, viene spesso presentato come libertà: autonomia, indipendenza, autosufficienza. Ma portato all’estremo, si trasforma in isolamento. Ci si abitua a pensarsi come unità separate, responsabili di tutto ciò che accade, e sempre meno disposti a chiedere e offrire aiuto.

È qui che la solidarietà torna ad avere senso, ma in una forma diversa rispetto a quella del mare.

Non si tratta più di segnalare una tempesta all’orizzonte, ma di riconoscere le difficoltà quotidiane e costruire risposte comuni attraverso pratiche concrete. Oggi la solidarietà prende forma nella condivisione di tempo, competenze e spazi: studiare una lingua insieme invece di affrontarla da soli, dedicare tempo all’ascolto senza trasformarlo in un servizio, insegnare qualcosa che si sa fare, prestare strumenti, allenarsi in gruppo, tenere aperte le porte di casa per chi ti visita dall'"estero".

Sono gesti semplici che producono effetti reali: riducono la dipendenza da servizi a pagamento e creano una circolazione alternativa delle risorse; rafforzano l’autonomia perché permettono di contare su una rete e quindi di avere più margine di scelta; mettono in discussione abitudini individualiste e rendono la condivisione qualcosa di normale.

Perché tutto questo funzioni, naturalmente, serve equilibrio: la solidarietà non può basarsi sull’esaurimento di chi dà sempre né su una disponibilità infinita, altrimenti si trasforma in tensione. Non è una contabilità in cui ogni gesto deve essere restituito subito e allo stesso modo, ma una rete in cui ciò che si dà e ciò che si riceve circolano; allo stesso tempo, ha bisogno di limiti chiari per essere sostenibile.

Per questo può essere utile darle una forma minima, attraverso accordi semplici, piccoli gruppi e scambi espliciti, senza forzare chi non è interessato. La differenza rispetto al mondo ogninese è che oggi non siamo costretti a essere solidali nell’immediato, e proprio per questo rischiamo di dimenticare quanto sia necessario.

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