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Bontà e cattiveria: chi sono costoro?

Sin dall'infanzia, siamo educati ai concetti di bontà e cattiveria. Se ascolti la mamma e la maestra, sei un "bimbo buono"; se fai i capricci, sei un "bimbo cattivo"; se vai bene a scuola, potresti essere una "secchia" per i tuoi compagni (o un "nerd", a seconda delle generazioni), ma anche un "ottimo studente" per i tuoi insegnanti; mentre se vai male a scuola, spesso rimani un "cattivo esempio" sia per i tuoi compagni sia per i tuoi insegnanti; e così via, sino all'età adulta. 

Ma cosa sono realmente la bontà e la cattiveria, il bene ed il male?

Mi sono posta questa domanda diverse volte nella vita, per capire come agire, cos'è giusto e cos'è sbagliato. Non ho mai trovato nessuna vera risposta univoca. Da piccola perlopiù seguivo l'opinione degli adulti: ciò che era bene per loro, era bene per me. Non ero una grande ribelle, anche se non esitavo a contraddire i miei genitori non appena scorgevo delle incongruenze educative. Crescendo, incongruenze e complicazioni sono diventate la norma, mentre i concetti di bontà e cattiveria hanno perso contorno, diventando sempre più labili e frammisti. Mi mantengo alla larga da convinzioni rigide, anch'io appartengo ad una di quelle generazioni di giovani senza religione senza i valori di un tempo. Eppure, la mancanza di convinzioni rigide, o di quello che un altro Siciliano (più famoso di quanto io sarò mai) avrebbe definito un centro di gravità permanente, ha spesso generato in me una profonda confusione, accompagnata altrettanto spesso dalla paura di sbagliare o di ferire qualcuno. 

Si impara dagli errori? Ma chi definisce gli errori?

Ciò che per me è giusto, potrebbe essere sbagliato per altre persone. Dov'è dunque il giusto? Semplice, non esiste davvero. Tutto ciò che definiamo esiste in funzione di noi. A meno di situazioni irreversibili, che faccio fatica a comprendere o giustificare, come omicidi o violenze di ogni tipo, non esiste l'errore o qualcosa di sbagliato, esiste solo il fatto, l'azione compiuta. Sulla solida base dell'evidenza fattuale, si può poi argomentare, con più o meno emozioni e soggettività, a seconda dei singoli casi. 

Pertanto, direi che non si impara dagli errori, ma dall'esperienza, dalle azioni e dalle reazioni che da esse conseguono.

Cos'ho imparato io?

Beh, mi considero ancora in fase di apprendimento. Sicuramente ho molta meno paura di sbagliare: diverse persone e diverse situazioni negative e positive si sono ormai avvicendate nell'arco della mia esperienza, tanto da darmi la possibilità di considerare tutto in modo neutrale. Qualunque cosa accada, mi va bene, purché passi, soprattutto se non mi rende serena.  Ho imparato che non si smette mai di imparare, che ogni persona, ogni gruppo lavorativo o sociale è diverso. Occorre comprendere il più velocemente possibile i valori e le definizioni (bene, male, giusto, sbagliato, errore) delle singole persone e soprattutto dei gruppi di persone con cui si entra in contatto. Comprendere se tali definizioni corrispondono o sono molte vicine alle proprie definizioni, valutare se si reputa opportuno o necessario adattarsi, migliorando le proprie definizioni, oppure se passare oltre e lasciare andare. Nel mercato della vita, le offerte sono talmente tante che sarebbe un peccato (non religioso, tranquilli) limitarsi ed adattarsi a ciò che non si condivide (che siano amicizie, amori o gruppi lavorativi). 

Ho anche imparato che ognuno di noi cambia e che le scelte spesso non sono irreversibili, occorre semplicemente lasciarsi trasportare, purché si mantengano responsabilità e consapevolezza, dalle infinite e sconosciute possibilità della vita.

Ascolto consigliato: Pietre

 Stesso paesaggio, un giorno di sole ed un giorno di pioggia.

 

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