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Bontà e cattiveria: chi sono costoro?

Sin dall'infanzia, siamo educati ai concetti di bontà e cattiveria. Se ascolti la mamma e la maestra, sei un "bimbo buono"; se fai i capricci, sei un "bimbo cattivo"; se vai bene a scuola, potresti essere una "secchia" per i tuoi compagni (o un "nerd", a seconda delle generazioni), ma anche un "ottimo studente" per i tuoi insegnanti; mentre se vai male a scuola, spesso rimani un "cattivo esempio" sia per i tuoi compagni sia per i tuoi insegnanti; e così via, sino all'età adulta.  Ma cosa sono realmente  la bontà e la cattiveria, il bene ed il male? Mi sono posta questa domanda diverse volte nella vita, per capire come agire, cos'è giusto e cos'è sbagliato. Non ho mai trovato nessuna vera risposta univoca. Da piccola perlopiù seguivo l'opinione degli adulti: ciò che era bene per loro, era bene per me. Non ero una grande ribelle, anche se non esitavo a contraddire i miei genitori non appena scorgevo delle inc...

Il primo meme catanese risale al 1912

Oggi la parola meme evoca immediatamente immagini ironiche che rimbalzano sui social network: un gatto scontroso, un volto deformato, una battuta scritta in bianco su sfondo nero. Ma dietro queste figure apparentemente effimere si nasconde un concetto molto più profondo — nato non tra i computer, bensì tra le pagine di un libro di biologia.

Il termine meme fu coniato nel 1976 dal biologo evoluzionista Richard Dawkins nel saggio The Selfish Gene (Il gene egoista). Dawkins cercava un concetto che, nel mondo delle idee, svolgesse il ruolo che il gene ricopre nella biologia: un’unità di informazione capace di replicarsi, mutare e sopravvivere attraverso la selezione naturale.

E così nacque il meme, abbreviazione del greco mīmēma, “ciò che è imitato”.
Per Dawkins, un meme è un’unità di trasmissione culturale: un modo di dire, una melodia, un’idea religiosa, una moda, una tecnica artigianale. Ogni cultura, come un ecosistema, è popolata da questi “replicatori” mentali che si diffondono perché trovano menti disposte ad accoglierli, copiarli e trasmetterli.

Appare quindi evidente che, secondo questa definizione, il meme è vecchio almeno tanto quanto l'uomo, o tanto quanto la cultura.

Tuttavia, con la diffusione di Internet, il termine trovò una nuova vita. Negli anni Novanta, all’interno delle prime comunità online gli utenti iniziarono a notare che certe immagini, battute e video si propagavano con dinamiche analoghe a quelle descritte da Dawkins: venivano copiati, modificati, condivisi, selezionati dal gusto collettivo.

Il concetto si adattò al nuovo habitat digitale: il meme di Internet diventò così una forma di comunicazione virale, sintetica e umoristica, capace di racchiudere in un’immagine un messaggio immediato e riconoscibile. L’elemento chiave non era solo la comicità, ma la replicabilità: chiunque poteva “mutare” un meme, adattandolo a nuovi contesti o significati.

Ma ben prima della nascita di Internet, e perfino della definizione biologica di Meme, in Sicilia, e in particolare nel quotidiano satirico catanese Lei è Lario, nel 1912 apparve un'immagine che ha tutte le caratteristiche del meme odierno.

 


La vignetta prende di mira, con tipico umorismo catanese, l’estrema lentezza dei collegamenti tra Catania e Ognina alla fine dell’Ottocento, quando il borgo marinaro era collegato al centro solo da un tram lentissimo. Il viaggio, che in teoria avrebbe dovuto durare pochi minuti, veniva percepito come interminabile: si scherza così sul fatto che si partiva giovani e si arrivava vecchi.

Questa vignetta può essere considerata, a tutti gli effetti, un meme di Internet ante litteram, cioè un prototipo pre-digitale del modo in cui oggi costruiamo e condividiamo i meme.

Forse, dopotutto, i catanesi avevano inventato i meme molto prima di Internet. E perfino prima di Dawkins. 

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