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Gli scacchi nella vita
Parlando del gioco degli scacchi e volendogli dare un peso nella vita di tutti i giorni, probabilmente si focalizzerà l’attenzione sulle capacità intellettive che presuppone e che può contribuire a sviluppare. A me però questo parallelo ‘scacchi e vita’ fa pensare ad altro: e segnatamente, a quanta fatica occorre fare – per l’appunto, nel gioco e nella vita – per rimediare ad una leggerezza commessa in precedenza.
Nel gioco degli scacchi a inizio partita le forze in campo si equivalgono. E si equivalgono al punto che il semplice ‘muovere prima’ che il bianco ha per regolamento costituisce già ipso facto quel leggerissimo vantaggio che – se tutto va come deve – farà sì che alla fine sarà proprio il bianco a spuntarla, proprio in virtù di quell’inezia: il poter ‘muovere per primo’.
Ovviamente il gioco non è mai così banale e scontato, e la partita va prima giocata per poterne decretare il vincitore, se il bianco o se il nero. E ovviamente ci sono non poche eccezioni alla regola dell’equilibrio di forze e della necessità di mantenerlo per non vedersi subito in inferiorità. Pensiamo al sacrificio deliberato di un pezzo – di un cavallo, di una torre, o persino della propria regina! – che dopo un certo numero di mosse ti porta all’incasso e a vincere la partita. Un’alchimia che ha dell’incredibile: sacrifichi deliberatamente del materiale – in un gioco dove una cosa insignificante come ‘muovere prima’ può avere il suo peso nel determinare le sorti dell’incontro – eppure sei proprio tu a dare lo scacco matto.
Ma per l’appunto, di eccezione alla regola si tratta. Perché in genere in un gioco in partenza così equilibrato nessuno dei due contendenti può fare il minimo sbaglio, né materiale (perdita di pezzi senza un equivalente corrispettivo di pezzi avversari) né posizionale (cattivo sviluppo dei proprio pezzi sulla scacchiera a fronte di uno sviluppo armonioso dei pezzi altrui).
Per chi gioca a scacchi con capacità normali, andare in svantaggio di materiale è una condizione alquanto deprecabile. Eppure prima o poi facilmente ti capita di trovarti in svantaggio di un pezzo o di percepire chiaramente che il modo in cui hai sviluppato i tuoi pezzi – quand’anche non ne hai perso ancora uno in più del tuo avversario – non ha la stessa incisività del modo in cui il tuo contendente ha sviluppato i suoi.
E qui scatta quel parallelo ‘scacchi e vita’ da cui ho preso le mosse. Perché a questo punto, e sebbene ancora nulla sia davvero compromesso, ti rendi conto che non puoi più sbagliare e di quanto sia difficile raddrizzare una situazione che pende sia pure di un’inezia dalla parte che ti è avversa. Ecco, giunto a questo punto, a me facilmente capita di pensare che questa sopraggiunta minima condizione di debolezza può costituire l’inizio della fine: lenta per quanto si voglia, ma inesorabile.
Giocando così malamente il nobile gioco degli scacchi, mi sono sempre dovuto confrontare con questa idea: quanta fatica occorre fare per rimediare a un piccolo errore commesso che ti ha costretto a cedere all’avversario anche solo un insignificante pedone o, in maniera ancor meno quantificabile, un leggerissimo vantaggio posizionale. Negli scacchi, ancor più che nella vita, anche gli errori minimi si possono dover pagare a caro prezzo. Non perché di per sé siano chissà cosa, ma perché tendono ad amplificarsi: prima in maniera impercettibile, poi in modo sempre più evidente a tutti.
Che poi ci si possa comunque divertire a giocare commettendo piccoli e grandi errori, quello è ancora un altro discorso. Un discorso sempre comune a scacchi e vita di tutti i giorni.
Lui Carmine
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