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Nove falsi miti sulla salute a cui credono molti italiani, smontati dalla scienza

Molti italiani hanno convinzioni radicate sulla salute che, in realtà, non resistono al vaglio della scienza. Alcune di queste credenze riguardano alimentazione, stile di vita e rimedi domestici.   1. Uova e colesterolo Il primo falso mito riguarda le uova: molte persone credono che mangiarle faccia aumentare automaticamente il colesterolo nel sangue. Questa convinzione nasce dagli studi degli anni ’60, quando si osservava un’associazione tra colesterolo alimentare e livelli di colesterolo plasmatico, senza considerare le differenze individuali nel metabolismo. La ricerca più recente ha dimostrato che, nella maggior parte delle persone sane, il colesterolo presente nelle uova ha un impatto minimo sui livelli ematici. Studi clinici indicano che consumare un uovo al giorno non aumenta significativamente il rischio di malattie cardiovascolari. Quindi, mentre chi ha problemi specifici di colesterolo dovrebbe fare attenzione, per la maggior parte delle persone le uova restano un aliment...

Giufà, Ǧūḥa, Hoja: tanti nomi un personaggio

 


Tutti, almeno in Italia, conosciamo Pierino. Lo sentivamo spesso nominare da bambini, a scuola, a casa, dove mamme e maestre, nonne e zie ci raccontavano le sue storie. Anche le barzellette avevano spesso come protagonista questo bambino combinaguai. Si tratta originariamente di narrativa orale e popolare, anche se non sono mancati adattamenti al grande schermo, come i celebri film con l’attore romano Alvaro Vitali, e libri di racconti, quali “Le avventure di Pierino” di Piero Chiara, le cui storie si svolgono al mercato di Luino, nel Varesotto.

Se Pierino è il ragazzino più monello e astuto a livello nazionale, tante sono le versioni regionali in Italia. Tralasciando le altrettanto famose storie napoletane di Vardiello, ci soffermeremo su un altro personaggio, anche questo monello e astuto come Pierino, ma siciliano: Giufà.


 

Anche in questo caso, abbiamo a che fare con un personaggio della tradizione popolare orale, e, in quanto tale, si sa le storie si tramandano da persona a persona, da persona a famiglia, da famiglia a parenti del paese vicino, che la tramandano a quelli del paese lontano e, così, le storie viaggiano da paese a paese, oltrepassando anche confini lontani, spingendosi a volte anche oltremare.

È questo, sembrerebbe, il caso del nostro Giufà. Grazie all’etnologo Pitrè, che si interessò di tradizioni popolari e folclore della Sicilia a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, siamo a conoscenza delle avventure di Giufà, che si ispirano a fatti realmente accaduti nelle campagne del palermitano e in altre zone della Sicilia. Le storie, ambientate in una società contadina, vedono protagonista Giufà, un bambino ingenuo, cresciuto con gli insegnamenti della madre, ignorante, che viene facilmente preso in giro e truffato dai truffatori che si approfittano della sua semplicità. La caratteristica di queste storie, spesso descriventi situazioni paradossali, è che, nonostante Giufà si vada a cacciare nei guai, in un modo o nell’altro, per merito suo o per la sorte, riesce sempre a farla franca. Mentre lui vive la vita in modo semplice e ingenuo, noncurante dei dispetti o dei torti che gli vengono fatti, i personaggi che lo circondano sono invece malfattori che escogitano di tutto per sottrargli gli animali o il pentolame.

Ciò che rende queste storie divertenti e di particolare intrattenimento è la personalità assurda di Giufà: da un lato sembra sciocco e ingenuo, dall’altro, però, riesce sempre a cavarsela, a volte anche ingannando chi lo sta truffando. Al tempo stesso astuto e stolto. Questa sua duplice caratteristica è riassunta nel titolo del libro di Corrao[1]Giufà, il furbo, lo sciocco, il saggio, che, come dice l’autrice stessa, può dirsi pirandelliano: in lui sembra che convivano molti volti.

 

Per quanto riguarda le origini di questa figura popolare, sono state proposte diverse ipotesi.

Secondo alcuni, non è che una figura presente in tutte le aree del bacino mediterraneo. Si ritrova infatti in storielle arabe, in cui compare con il nome di Ǧūḥa (Giuha). Secondo Corrao, l’etimologia araba del nome rimanderebbe a colui “che cammina frettolosamente o le cui azioni non si basano su considerazioni dettate dal raziocinio.”.

È contro le gerarchie, le norme, è un anarchico che le escogita tutte pur di non lavorare, e, in aggiunta a ciò, è anche aiutato dalla fortuna. È proprio grazie a queste sue due caratteristiche e ad una logica non lineare che riesce a districarsi dalle insidie.

Le storie dello stesso personaggio, solo con nomi diversi, si diffondono dalle vicine Albania e Bosnia fino al Kazakistan e all’Uzbekistan, dove le popolazioni centroasiatiche arrivano a contendersi i natali di questa figura ambivalente.




 

In Turchia è conosciuto col nome di Nasrettin Hoca, noto anche nelle varianti di Mulla, Molla o Mella, in persiano, azero e curdo; in uzbeco, invece, è conosciuto e pubblicizzato come Nasreddin Hodja, Nasriddin Afandi o semplicemente Effendi. In una delle piazze centrali e più famose di Bukhara si trova persino una statua dedicata a lui, poiché si fa risalire la sua città natale proprio a quella piazza. In questi paesi dell’Asia centrale, Nasreddin non è un ignorante ed ingenuo ragazzino di campagna. Al contrario, come si evince dai titoli che spesso accompagnano il suo nome (quali Mulla o Hoja), si tratta di un filosofo, o una persona saggia, un maestro di vita. Un termine onorifico con cui ci si rivolge a figure di rilievo e prestigio, quali studiosi e sapienti. Nasrettin Hoca si riferisce infatti a qualcuno di grande influenza ed esperto. 

 

Leggiamo ora una storia tratta dal libro di storie di Nasreddin Hoja, comprato proprio alle bancarelle di Bukhara.

Il calderone

Nasreddin Hoja aveva preso in prestito un calderone dal suo vicino. Lo tenne a lungo, senza restituirlo. A quel punto, il vicino si presentò alla porta per reclamarlo. ‘Hoja Effendi, se hai finito col calderone, posso riprendermelo? Serve a mia moglie’. ‘Ah, certo!’ esclamò Hoja, ‘aspetta qui un minuto, ché te lo porto’.

Quando Hoja tornò alla porta col calderone, il vicino notò una piccola pentola all’interno.

‘E questa? Cos’è?’

‘Beh, vicino, congratulazioni! Il tuo calderone ha partorito una pentolina!’ disse Hoja.

Il vicino, incredulo ma compiaciuto, ringraziò Hoja, prese il calderone e la pentolina e tornò a casa.

Un paio di settimane dopo, un giorno, Hoja si ripresentò dal vicino chiedendo nuovamente in prestito il calderone. Il vicino non esitò un attimo e prestò subito il calderone. Tuttavia, ancora una volta, Hoja non restituì il calderone, non lasciando al vicino altra scelta se non tornare a reclamarlo.

‘Hoja Effendi, che fine ha fatto il mio calderone?’

‘Ahhh, vicino! Temo che il calderone sia morto!’.

‘Ma, Hoja, non è possibile questo! Un calderone non può morire!’ esclamò incredulo il vicino.

Hoja, però, aveva la risposta pronta: ‘Mio caro, hai creduto che potesse partorire, perché ora non credi che possa morire?’.

(Trad. a cura dell’autore)

Di seguito, invece, una storia di Giufà, dal titolo

‘Giufà e il gatto’.

Un giorno Giufà andò al suq, acquistò due libbre di carne di montone e le portò a sua moglie, dicendole:

‘Preparale per pranzo’. Poi se ne andò a dormire. Nel frattempo, la moglie macinò la carne, preparò la semola e le verdure, e quando il cuscùss fu pronto, mangiò tutto quanto. Poco tempo dopo, Giufà si svegliò affamato e chiese di mangiare, ma la donna fingendosi afflitta gli rispose:

‘Il nostro gatto ha mangiato tutta la carne!’.

Furibondo, Giufà prese la bilancia, afferrò il gatto e lo pesò: erano due libbre giuste. Allora disse alla moglie:

‘Se qui c’è tutta la mia carne, dov’è il gatto? E se questo è il gatto, dov’è andata a finire la carne?’.

 

A prova di quanto affermato all’inizio del nostro articolo, quest’ultima storia di Giufà contiene chiari riferimenti alla cultura araba, come il suq (dall’arabo sūq, ‘mercato’), ma anche il couscous a base di verdure, carne di montone e semola, che fa pensare a quello tunisino o, più in generale, maghrebino. Potremmo, dunque, ipotizzare che queste storie in passato viaggiassero e siano frutto di scambi culturali da una sponda all’altra del Mediterraneo… e oltre! Nella storia uzbeca, invece, troviamo il titolo Effendi, un titolo di rispetto usato in turco e che, anch’esso, dalla Turchia ha viaggiato e attraversato l’Asia occidentale[2] spingendosi fino all’Asia centrale.



[1] Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1991.

[2] Con Asia occidentale, intendo riferirmi qui al cosiddetto ‘Medio Oriente’, ‘Vicino Oriente’, ‘Oriente’ o ‘mondo arabo’. Il termine scelto, prettamente geografico, evita semplicismi come l’ultimo, che non rispettano la varietà etnica, culturale e religiosa della zona di riferimento, e termini ormai desueti e superati dalla letteratura scientifica, che rispecchiano una visione piuttosto colonialista e romantica della regione e dei popoli che la abitano.

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