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Nove falsi miti sulla salute a cui credono molti italiani, smontati dalla scienza

Molti italiani hanno convinzioni radicate sulla salute che, in realtà, non resistono al vaglio della scienza. Alcune di queste credenze riguardano alimentazione, stile di vita e rimedi domestici.   1. Uova e colesterolo Il primo falso mito riguarda le uova: molte persone credono che mangiarle faccia aumentare automaticamente il colesterolo nel sangue. Questa convinzione nasce dagli studi degli anni ’60, quando si osservava un’associazione tra colesterolo alimentare e livelli di colesterolo plasmatico, senza considerare le differenze individuali nel metabolismo. La ricerca più recente ha dimostrato che, nella maggior parte delle persone sane, il colesterolo presente nelle uova ha un impatto minimo sui livelli ematici. Studi clinici indicano che consumare un uovo al giorno non aumenta significativamente il rischio di malattie cardiovascolari. Quindi, mentre chi ha problemi specifici di colesterolo dovrebbe fare attenzione, per la maggior parte delle persone le uova restano un aliment...

Il peso delle parole - Parte I

Nella serie di articoli “Il peso delle parole” descrivo, sulla base di articoli letti ed opinioni personali, l’impatto che certe combinazioni distratte di parole potrebbero avere sulla percezione dei cosiddetti soggetti fragili.



Figura di qualità discutibile che comunque rende l'idea.

 

Mai sottovalutare il potere del Lato Oscuro della forza

Le parole nascono per consentire all’uomo di esprimere le proprie esigenze e di comunicare con i propri simili. Ancor prima della scrittura, le parole sono la base per costruire una società, intesa come sistema organizzato di uomini che cooperano per una finalità comune. Eppure, come qualunque altra invenzione, le parole possono trasformarsi da utile strumento per l’interazione tra individui, ad arma di esclusione di alcuni altri individui. L’abuso od uso improprio delle parole può infatti avere conseguenze irreversibili sulle relazioni e sulla percezione dei cosiddetti soggetti fragili. In senso lato, possono essere definiti fragili tutti coloro che non hanno una personalità ben definita, che hanno scarsa autostima e manifestano insicurezze. Pertanto, in senso lato, ognuno di noi in un determinato, più o meno circoscritto, momento della propria vita può ritrovarsi ad essere un soggetto fragile. In senso stretto e pratico, possono essere definiti soggetti particolarmente fragili tutti coloro che manifestano insicurezze essendo non-adulti, cioè compresi nella fascia d’età tra i cinque e i diciotto anni, e tutti coloro che, pur essendo adulti, hanno raggiunto uno stadio di insicurezza cronica. In particolare, i non-adulti possono manifestare le insicurezze in modo diverso e talvolta opposto, a seconda del loro temperamento, generando due archetipiche categorie di comportamento: il bullo ed il bullizzato. La realtà è ovviamente più complessa e non esiste una netta demarcazione tra bullo e bullizzato, né tutto è riconducibile alle medesime categorie. Supponendo però di poter definire le due categorie, il bullo sarebbe colui che usa impropriamente le parole per ferire, più o meno consapevolmente, il bullizzato. D’altro canto, il bullizzato sarebbe colui che non trova le parole appropriate per difendersi dall’attacco del bullo. Si noti dunque che sia chi abusa delle parole sia chi subisce le parole abusive è un cosiddetto soggetto fragile. Si noti ancora che le parole possono rappresentare un’arma per attaccare ed una per difendersi, ma occorre saperle utilizzare bene e con ponderazione, senza sottovalutare in nessun caso il loro grande potere, più o meno oscuro. Specialmente nel mondo attuale, in cui non è necessario né difendersi da animali feroci, né usare la violenza fisica (così si spera, perlomeno), le parole possono rappresentare la fonte principale di ansie e tensioni in un gruppo di individui.

Vittime e carnefici?

Esistono davvero? Nonostante le semplificazioni estreme aiutino la comprensione, così come le parole semplici agevolano la comunicazione, non penso che paragonare il bullo al carnefice ed il bullizzato alla vittima sia utile a qualcuno. Giustificherebbe alcuni articoli apologetici del bullismo secondo cui sarebbe possibile ricondurre il fenomeno ai modelli preda-predatore di adattamento evolutivo. In altre parole, se il bullizzato soccombe, pazienza, è semplice selezione naturale. Selezione naturale? Nel mondo attuale, una società civilizzata dovrebbe fondarsi sulla cooperazione e sulla difesa degli individui in difficoltà, contrapponendosi alla competizione propria del mondo animale. Dunque, né prede (o vittime), né predatori (o carnefici), solo individui diversi con difficoltà diverse, che bisogna imparare a conoscere, affrontare e superare.

La prospettiva dei bulli

Il grande vantaggio della psicologia è dare un nome ed una definizione alle cose, in modo che sembrino gestibili e misurabili, nonostante sia nettamente più semplice misurare e gestire fenomeni fisici piuttosto che mentali, pur nella limitatezza delle condizioni sperimentali. Tuttavia, chiunque abbia avuto esperienze negative ha sicuramente provato il grande conforto della definizione dell’indefinibile.

Ritornando, ai bulli. Chi sono? Da dove vengono? Dove vanno?

Chi sono? Si tratta comunque di persone insicure, che però nascondono la propria insicurezza dietro la prepotenza. Conseguentemente, il bullo non agisce mai da solo, in quanto la finalità ultima della prepotenza è l’approvazione da parte di un gruppo di propri pari. Alcuni articoli distinguono due categorie di bulli: il bullo attivo, che compie la prepotenza, ed il bullo passivo, che partecipa alla prepotenza, più o meno consapevolmente. Criterio comune ad entrambe le categorie è l’ubbidienza acritica alle meccaniche del gruppo, per timore di venirne esclusi. Il bullo è dunque essenzialmente un conformista, come quello descritto da Giorgio Gaber.

Da dove vengono? Spesso, ma non sempre, da situazioni famigliari poco piacevoli, in cui la prepotenza viene normalizzata. È possibile che il bullo ripercuota sul bullizzato la rabbia repressa maturata a causa di una quotidianità malsana o comunque complessa. Talvolta il bullo prova gelosia verso il bullizzato e pertanto cerca di ostracizzarlo.

Dove vanno? La sorte del bullo dipende dal livello di autoconsapevolezza cui riesce a tendere. Ammesso che la prepotenza non derivi da disturbi psicologici gravi, una volta raggiunta l’età adulta, solitamente il bullo matura il grado d’empatia e d’educazione necessario e sufficiente per evitare di essere prepotente. Dal punto di vista adattativo, il bullo ha buone possibilità di riuscita sociale, grazie all'abitudine alle meccaniche del gruppo ed alla propria tendenza al conformismo.

La prospettiva del bullizzato

In questo articolo non si accettano apologie (perlomeno, non troppe!) nei confronti dei bullizzati, cui comunque mi riferisco usando titolo e sottotitoli al singolare (La prospettiva del bullizzato, Chi è? Da dove viene? Dove va?), in contrapposizione al plurale utilizzato per i bulli. Ciò è dovuto al fatto che il bullizzato agisce (o, ahimè, non agisce) da solo, mentre i bulli richiedono la costante approvazione dei propri pari, circoscritta all’interno del gruppo.

Chi è? Il bullizzato è il soggetto fragile per eccellenza, spesso insicuro, poco assertivo e con scarsa autostima. In realtà, mi chiedo spesso se il bullizzato nasca con queste caratteristiche o le maturi dopo aver subito significative e persistenti prepotenze. Probabilmente entrambe le affermazioni sono valide. Ad ogni modo, il bullizzato è nel mirino dei bulli in quanto fa fatica ad adattarsi alle meccaniche del gruppo, essendo per qualche ragione percepito come diverso. Il bullizzato è l’anticonformista che non riesce ad affermare il proprio ruolo sociale. La persistenza delle prepotenze subite spesso convince il bullizzato addirittura della propria inutilità ed inadeguatezza, e dunque dell’assenza di un proprio ruolo sociale.

Da dove viene? Ancora una volta, il bullizzato potrebbe venire da situazioni famigliari poco piacevoli, in particolare: da genitori non sufficientemente presenti o, al contrario, eccessivamente presenti. Nel primo caso, il bullizzato ha difficoltà ad esprimere le proprie insicurezze e fragilità, così come i genitori non riescono a carpirle. Nel secondo caso, il bullizzato ha difficoltà a crearsi un proprio scudo indipendente dal nucleo famigliare, con cui difendersi dagli attacchi verbali dei bulli.

Dove va? La sorte del bullizzato è notoriamente meno felice di quella del bullo. La persistenza delle prepotenze, insieme con la rassegnazione alla propria incapacità di reazione, incrementa esponenzialmente il grado di insicurezza e di fragilità, spesso conducendo a stadi di cronicità. Proprio per questa ragione, occorrerebbe preservare ed aiutare il bullizzato sin dal principio, limitando le prepotenze od incrementando il supporto psicologico. La sorte del bullizzato, così come quella del bullo, dipende dal grado di autoconsapevolezza (e di autostima) cui riesce a tendere.

Teaser

La storia non finisce qui.

Uscirà un secondo articolo, pieno di altre parole ponderate, in cui descrivo le possibili strategie di intervento attivo per cambiare le sorti (e non solo) di bulli e bullizzati.

Fonti e consigliati

Esiste un musical ("The weight of your words"), la cui esistenza ho piacevolmente scoperto facendo ricerche per questo articolo:

https://lovewellshows.org/the-weight-of-words-a-musical-to-stop-bullying/

  Bradamante

 





Commenti

  1. Anche se la qualità è dubbia almeno, rispetto all'altro co-autore hai fatto lo sforzo senza utilizzare un'AI

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