Il colore che non esiste...
Articolo disorganizzato, ma interessante, per capire che nessun colore è reale.
Aprite bene mente e occhi, perché il mondo non è come lo si vede.
Pillole di storia
Il magenta deve il suo nome alla
battaglia di Magenta, importante episodio nel processo di unificazione d'Italia, in cui le truppe franco-piemontesi sconfissero l'esercito austriaco proprio nel comune lombardo di Magenta. Nello stesso anno (1859), il chimico François-Emmanuel Verguin sintetizzò un nuovo colorante violaceo, ottenuto dall'ossidazione dell'anilina con cloruro stannico. Il colorante, inizialmente chiamato
fucsina, dalle piante a fiori violacei del genere
Fuchsia, venne poi denominato magenta in onore della battaglia vinta dalle truppe franco-piemontesi.
Cos'è un colore? E perché il magenta sarebbe diverso dagli altri colori?
Una persona mediamente istruita risponderebbe che un colore è dato dalla lunghezza d'onda riflessa da un qualsiasi oggetto. Un bambino fornirebbe degli esempi: "l'azzurro del cielo, il verde del prato, il bianco della neve".
Nonostante nessuna di queste risposte sia intrinsicamente sbagliata, si tratta di spiegazioni incomplete che non forniscono una chiara definizione di colore.
La difficoltà nella definizione di colore, per quanto si tratti di una parola ampiamente utilizzata nel linguaggio corrente, deriva dalla complessità del processo mediante cui elaboriamo i segnali luminosi con il nostro cervello.
Infatti nessun colore esiste univocamente, ma dipende dalla percezione di ciascuno (e non ciascun essere umano, ma ciascun essere vivente dotato di apparato visivo).
Il colore è definito come la percezione visiva di una o più radiazioni elettromagnetiche nello spettro del visibile.
Una, due (o più) lunghezze d'onda riflesse (o meglio, diffuse) contribuiscono spesso alla percezione di un unico colore.
Come funziona la percezione del colore?
Le percezioni visive degli esseri umani dipendono dall'interazione della luce con i fotocettori, cellule neuronali specializzate disposte sul fondo oculare e costituenti la retina. I fotocettori si distinguono in bastoncelli, responsabili della percezione dell'intensità luminosa e del movimento (visione scotopica o al buio), e coni, responsabili della percezione del colore (visione fotopica). Gli esseri umani presentano tre tipi di coni, distinti da tre diverse fotopsine. Le fotopsine sono proteine sensibili alle radiazioni di una specifica lunghezza d'onda che, attraverso trasformazioni biochimiche, innescano la conversione dell'informazione visiva in impulsi nervosi, interpretati poi dal cervello. Le tre fotopsine umane sono sensibili ciascuna ad un seguente colore (lunghezza d'onda): il blu (picco a 420 nm), il verde (picco a 530 nm) ed il rosso (picco in corrispondenza del giallo, a 560 nm, si veda la figura).
Rappresentazione schematica dello spettro di risposta dei coni al variare della lunghezza d'onda.
Ebbene sì, la terza fotopsina, sensibile alle più alte lunghezze d'onda ed associata alla percezione del rosso, possiede un picco di risposta alla lunghezza d'onda corrispondente al colore giallo.
Errore degli scienziati? Errore nelle definizioni di rosso e giallo?
Non proprio. Non si tratta di un errore, ma di un'estrema semplificazione.
I tre coni sono in realtà sensibili ad una distribuzione di lunghezze d'onda, com'è evidente dallo spettro di risposta schematizzato sopra, e non solo al blu, al verde e al rosso (altrimenti la nostra percezione sarebbe alquanto limitata).
In maniera più accurata, nella nuova nomenclatura, i coni B (blue) sono denominati coni S (small), ovvero sensibili a brevi lunghezze d'onda (appena sopra le radiazioni ultraviolette - UV); i coni G (green) diventano coni M (medium), ovvero sensibili a lunghezze d'onda medie; ed i coni R (red) si definiscono come coni L (long), in quanto sensibili alle lunghezze d'onda più alte (prossime all'infrarosso - IR).
Lo spettro di sensibilità dei coni M è sovrapposto a quello di sensibilità dei coni L (figura sopra). Pertanto, mediante una radiazione con lunghezza d'onda tra i 550 nm ed i 560 nm, entrambe le tipologie di coni M ed L risultano simultaneamente attivate. Quando entrambe le tipologie di coni M ed L sono attive, l'essere umano non distingue più il verde dal rosso, piuttosto percepisce un diverso colore, il giallo o l'arancione, a seconda della percentuale di coni M ed L attivati.
Grazie a tali complessi meccanismi di attivazione relativa di più coni simultaneamente siamo in grado di percepire diverse sfumature di colore, tra i quali per esempio il magenta o fucsia.
Il nostro cervello elabora i colori secondari dalla sintesi o mescolanza additiva dei colori primari (blu, verde e rosso), sulla base dei segnali ricevuti dagli occhi, che agiscono realmente come "finestre sul mondo".
Il giallo è ottenuto dalla mescolanza di verde e rosso, il ciano deriva dalla sintesi di verde e blu, il magenta da blu e rosso. La sintesi dei tre colori primari dà il bianco (vedi figura).
Sintesi o mescolanza additiva dei tre colori primari per l'occhio umano.
Apparentemente, tutto regolare. Ancora tutto semplificato (niente sfumature).
Ancora qualche domanda.
Insomma, cosa rende il magenta diverso dal giallo e dal ciano?
Il giallo ed il ciano corrispondono ad una specifica lunghezza d'onda nello spettro del visibile. Una lunghezza d'onda stimolante due coni differenti (verde-rosso e blu-verde, rispettivamente).
Il magenta invece non corrisponde a nessuna lunghezza d'onda nello spettro del visibile.
Non c'è alcuna luce monocromatica color magenta.
Il magenta è semplicemente frutto della combinazione di luce rossa e blu.
Il magenta corrisponde alla percezione neuronale di due lunghezze d'onda distinte.
Pertanto, per molti, il magenta
non esiste,
non è un colore
reale, ma solo una
costruzione neurale.
D'altronde, quale lunghezza d'onda potrebbe avere un colore collocato tra blu (estremità inferiore dello spettro visibile) ed il rosso (estremità superiore dello spettro visibile)?
Nessuna. Il cervello semplifica lo spettro visibile e lo trasforma da lineare a circolare, eseguendo una sintesi tra l'estremità inferiore e la superiore.
Piccola curiosità...
Curiosamente, eseguiamo la somma di due onde elettromagnetiche dello spettro visibile, non distinguendole in alcun modo, mentre siamo in grado di distinguere due o più onde acustiche, senza sintetizzarle mai veramente in un unico suono. Per intenderci, se le onde acustiche fossero percepite come le onde elettromagnetiche, non potremmo ascoltare gli accordi, perché per ogni accordo, sentiremmo un'unica nota.
Ma in sostanza il magenta esiste o no?
Beh, il magenta esiste nella stessa misura in cui esiste il marrone ed il rosa, come innumerevoli altre sfumature di colore.
In fondo, cosa interessa al cervello umano se si tratta di una o più lunghezze d'onda?
Nulla.
Nessuno stimolo è realmente monocromatico, data la sovrapposizione degli spettri di sensibilità delle tre tipologie di coni.
Nessun colore è realmente esistente, se non nella percezione di chi lo guarda.
Cit. La bellezza esiste negli occhi di chi la guarda 😜.
Soggettività della percezione: vediamo tutti nello stesso modo?
La gran parte
di noi, in una o più fasi della vita, si è chiesta se la propria percezione
della realtà (in particolare, dei colori) corrispondesse o meno alla percezione
altrui. La risposta è ovviamente no, basti pensare alle persone affette da
daltonismo ed altri difetti visivi (congeniti o meno). Il daltonismo è un
difetto nella visione che interessa la popolazione maschile più di quella
femminile, con circa 1 uomo su 10 ed 1 donna su 200 daltonici. La maggiore
incidenza negli uomini è legata alla presenza delle mutazioni associate al daltonismo nel cromosoma X
(gene recessivo). Esistono diversi tipi di daltonismo secondo la tipologia di
coni mutati: la tritanomalia (poco frequente), relativa all’incapacità di
distinguere blu e giallo (mutazione dei coni S o B); la
deuteranomalia, dovuta ad alterazione dei coni M o G; e la protanomalia, ovvero la mutazione dei coni L o R. Le ultime due tipologie di daltonismo sono le più frequenti e le responsabili dell'incapacità di distinguere verde e rosso rispettivamente.
Il daltonismo congenito, come altri difetti visivi che non comportano totale cecità, non è semplice da identificare ed è spesso ignorato fino ad una certa età.
Si è convinti di avere una visione veritiera ed universale della realtà finché non si riscontrano differenze nel confronto con gli altri.
Questo vale per questioni relativamente semplici e oggettive, come la capacità di distinguere il verde dal rosso, ma anche per altre problematiche soggettive.
In solitudine, nella quiete della propria cameretta, si crede di avere la verità, la visione e la comprensione globale della realtà, quando tutte le certezze crollano nel momento in cui, al di fuori della cameretta, ci si scontra con la realtà altrui. Per questo motivo, è importante non avere convinzioni troppo rigide, aprire continuamente gli occhi per imparare a vedere da diversi punti d'osservazione e scoprire realtà e verità oltre la propria convenzione.
In fondo, ciascuno di noi ha una visione parziale, l'importante è sapersi ascoltare, comprendersi e rispettarsi. Avere la capacità di cambiare la propria visione ed adattarla, qualora lo si ritenga necessario. Si dice sia più semplice da giovani, ma non credo l'età anagrafica conti tanto quanto l'apertura mentale, che può maturare nel tempo ed acquisirsi a qualunque età.
La percezione soggettiva diventa virale: il meme del vestito
Altra questione oggettiva 😉, ma ancor più complessa del daltonismo, è la percezione soggettiva del colore al variare dell'illuminazione.
Beh, sappiamo che in assenza di luce bianca, il fenomeno di assorbimento, riflessione e diffusione delle diverse lunghezze d'onda cambia. In una galleria autostradale, per esempio, dove l'illuminazione è giallo-arancio, i colori diversi dal giallo-arancio non vengono riflessi e tutto appare monocromatico. La stessa cosa avviene al buio, quando la visione scotopica dei bastoncelli diventa fondamentale per la distinzione e la percezione degli oggetti.
Il colore infatti non è una reale proprietà dell'oggetto che si osserva, ma la percezione della luce che interagisce con l'oggetto e l'osservatore. A seconda delle caratteristiche della luce e di queste interazioni, osservatori diversi possono percepire colori diversi.
Si pensi al famoso meme del vestito.
Nel 2015, una signora scozzese fotografò un vestito blu a strisce nere che avrebbe voluto indossare per il matrimonio della figlia. La foto venne inviata privatamente alla figlia, che curiosamente percepì il vestito come bianco a strisce oro. La figlia pubblicò la foto su Facebook (e Tumblr) e la sottopose ad altri osservatori.
Boom!
Osservatore dopo osservatore, opinione dopo opinione, quella foto divenne virale, rendendo il vestito (
the Dress) uno dei
migliori meme del 2015, al centro di un intenso dibattito di opinioni (
the Dressgate) e
dilemmi scientifici. Ad oggi, tali dilemmi scientifici non sono ancora risolti ed il dibattito rimane aperto.
Dal dato sperimentale della pagina Tumblr -
BuzzFeed sembra che, nonostante il vestito sia blu a strisce nere, la percezione del colore del vestito dalla foto divida gli utenti. La maggior parte degli utenti (inclusa l'autrice di questo articolo), 2.5 milioni (+1 😜), percepisce il vestito come bianco a strisce oro; mentre la restante parte, 1.2 milioni, riesce a percepire la colorazione
reale (blu a strisce nere).
Il meme costituisce in gran parte un mistero della percezione umana del colore.
Alcuni hanno avanzato l'ipotesi che la diversa percezione derivi da un differente assortimento delle tre tipologie di coni in diversi osservatori. Ma questa ipotesi è stata scartata, dato che l'assortimento di coni non sembra influenzare moltissimo la percezione dei colori.
Il cervello e la sua finale interpretazione sono pertanto considerati gli artefici dell'illusione ottica per cui il vestito appare bianco a strisce oro alla maggior parte degli utenti.
Ancora una volta tutto dipende dalla luce e dalla quantità di luce che arriva (o meglio, che
decidiamo di far arrivare) alla nostra
retina. La decisione interpretativa rende il vestito bianco ed oro per gli osservatori che lo percepiscono in ombra (ombra bluastra, come se il vestito fosse all'esterno), ma
più riflettente; mentre gli osservatori che vedono il vestito blu e nero (o
meno riflettente) lo percepiscono ben illuminato (non in ombra, ma come illuminato da luce artificiale, all'interno).
Tale fenomeno è noto come costanza di colore (color constancy): il cervello è programmato per riconoscere il colore reale di un oggetto anche al variare della luce ambientale. Il sistema visivo interpreta l'immagine secondo il contesto di luminosità, correggendo automaticamente la percezione del colore secondo l'aspettativa.
Un altro celebre esempio di illusione ottica in cui la percezione del colore non corrisponde alla
realtà è la scacchiera di Adelson. Il cervello, abituato ai motivi a scacchiera, in cui quadrati chiari e scuri si alternano,
ci fa vedere chiaro un quadrato scuro in ombra (si guardi
questo video per capire).
Beh, se queste non sono prove lampanti dell'inesistenza di ogni colore, non vedo quale altra prova potrei farvi osservare 😜.
Cit. Guardare per credere.
Così è (se vi pare)
Nonostante non abbia speso la propria vita ad interrogarsi sulla percezione dei colori, Luigi Pirandello aveva già capito che esistono tante realtà quante le persone che le vivono (e tante identità in un individuo quante le persone che lo osservano).
Concludo citando la celebre frase del dramma teatrale Così è (se vi pare), quando la signora Ponza dichiara di essere colei che la si crede.
Non esiste nessuna signora Ponza, nessuna verità, se non quella che crediamo essere la verità.
Pensateci ogni volta che esprimete, ascoltate o subite un giudizio.
Pensateci quando valutate (o sentite valutare) le differenze umane sulla base del colore della pelle.
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