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Bontà e cattiveria: chi sono costoro?

Sin dall'infanzia, siamo educati ai concetti di bontà e cattiveria. Se ascolti la mamma e la maestra, sei un "bimbo buono"; se fai i capricci, sei un "bimbo cattivo"; se vai bene a scuola, potresti essere una "secchia" per i tuoi compagni (o un "nerd", a seconda delle generazioni), ma anche un "ottimo studente" per i tuoi insegnanti; mentre se vai male a scuola, spesso rimani un "cattivo esempio" sia per i tuoi compagni sia per i tuoi insegnanti; e così via, sino all'età adulta.  Ma cosa sono realmente  la bontà e la cattiveria, il bene ed il male? Mi sono posta questa domanda diverse volte nella vita, per capire come agire, cos'è giusto e cos'è sbagliato. Non ho mai trovato nessuna vera risposta univoca. Da piccola perlopiù seguivo l'opinione degli adulti: ciò che era bene per loro, era bene per me. Non ero una grande ribelle, anche se non esitavo a contraddire i miei genitori non appena scorgevo delle inc...

La befana è fascista?

Pur nascendo come festa religiosa dedicata alla manifestazione di Cristo, l’Epifania si è progressivamente intrecciata con usanze popolari e simboli folkloristici, tra cui spicca la figura della Befana. Questa vecchietta volante rappresenta una trasposizione popolare dei temi dell’attesa, del dono e della luce che caratterizzano la festa: così come i Magi portano doni a Gesù, la Befana distribuisce doni ai bambini, trasformando i valori religiosi in un rituale familiare e accessibile ai più piccoli. In questo modo, la festa dell’Epifania assume un duplice significato: da un lato celebra la dimensione spirituale, dall’altro si manifesta nella cultura quotidiana e nella fantasia infantile attraverso la presenza della Befana.

Tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta, il regime di Benito Mussolini avviò, però, un processo sistematico di appropriazione e riorganizzazione delle festività popolari. L’obiettivo era duplice: da un lato, rafforzare il consenso sociale attraverso iniziative assistenziali visibili e capillari; dall’altro, legare simbolicamente la vita quotidiana degli italiani – comprese le feste dedicate ai bambini – all’ideologia fascista e alla figura del Duce. A partire dal 1928, la celebrazione della Befana venne così istituzionalizzata su scala nazionale.

La Befana fascista consisteva in una grande operazione di raccolta e distribuzione di doni, generi alimentari e piccoli regali, organizzata tramite le strutture del Partito Nazionale Fascista, i Fasci Femminili e altre organizzazioni collaterali. Commercianti, industriali e agricoltori erano invitati – talvolta fortemente sollecitati – a contribuire, mentre la consegna dei pacchi avveniva spesso in contesti pubblici altamente simbolici: sedi del fascio, piazze cittadine, manifestazioni collettive. In queste occasioni non mancavano rituali, saluti romani, presenza delle organizzazioni giovanili e un’esplicita associazione  dell’evento alla benevolenza del regime.

 

La befana fascista la immagino così (somiglia molto fisicamente a una mia vecchia conoscenza di mentalità non molto aperta) 


Col passare del tempo, l’iniziativa assunse un carattere sempre più marcatamente propagandistico. In alcuni casi si parlò apertamente di Befana del Duce, inserendo la festività nel più ampio culto della personalità di Mussolini. La beneficenza diventava così uno strumento politico: il dono non era solo un gesto di solidarietà, ma anche un mezzo per costruire fedeltà, gratitudine e identificazione con il regime, soprattutto nelle fasce più popolari della popolazione.

È però fondamentale chiarire un punto: questa operazione non creò la Befana, né ne definì l’essenza. La Befana esisteva ben prima del fascismo e sopravvisse senza difficoltà alla sua caduta. Si trattò di una strumentalizzazione temporanea di una tradizione molto più antica, radicata nel folklore e nella cultura religiosa e contadina italiana. Dopo il 1945, la Befana fascista scomparve insieme al regime che l’aveva promossa, mentre la Befana continuò a vivere nelle case, nelle piazze e nell’immaginario collettivo, privata di ogni connotazione politica.

Per questo è importante affermarlo con chiarezza: la Befana non è fascista. Così come non sono fascisti molti altri simboli, riti o riferimenti culturali di cui il fascismo cercò di appropriarsi. Non è fascista l’Epifania, non è fascista il Natale, non è fascista l’idea della beneficenza o della festa dei bambini. Non sono fascisti l’antica Roma, la romanità, i miti classici o i simboli storici che il regime rielaborò a fini ideologici. Il fascismo tentò di rivestire di sé elementi preesistenti della cultura italiana, ma non ne esaurì né ne definì il significato.

La vicenda della Befana fascista è dunque un buon esempio di come un regime totalitario possa cercare di colonizzare l’immaginario collettivo, piegando tradizioni popolari a scopi politici. Ma è anche la dimostrazione opposta: le tradizioni, quando sono profonde e condivise, sopravvivono ai regimi. La Befana resta ciò che è sempre stata: un simbolo di festa, di attesa e di infanzia, non di ideologia.


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