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Bontà e cattiveria: chi sono costoro?

Sin dall'infanzia, siamo educati ai concetti di bontà e cattiveria. Se ascolti la mamma e la maestra, sei un "bimbo buono"; se fai i capricci, sei un "bimbo cattivo"; se vai bene a scuola, potresti essere una "secchia" per i tuoi compagni (o un "nerd", a seconda delle generazioni), ma anche un "ottimo studente" per i tuoi insegnanti; mentre se vai male a scuola, spesso rimani un "cattivo esempio" sia per i tuoi compagni sia per i tuoi insegnanti; e così via, sino all'età adulta.  Ma cosa sono realmente  la bontà e la cattiveria, il bene ed il male? Mi sono posta questa domanda diverse volte nella vita, per capire come agire, cos'è giusto e cos'è sbagliato. Non ho mai trovato nessuna vera risposta univoca. Da piccola perlopiù seguivo l'opinione degli adulti: ciò che era bene per loro, era bene per me. Non ero una grande ribelle, anche se non esitavo a contraddire i miei genitori non appena scorgevo delle inc...

La finiamo con questo spirito di patata

Lo spirito (di adattamento) dei siciliani fuori sede parte anche dall'adeguamento della propria lingua quotidiana. C’è infatti un momento preciso, nella vita di ogni siciliano che si trasferisce al Nord, in cui avviene il trauma linguistico. 

Succede così: sei in università, in ufficio, o magari in cartoleria. Chiedi con naturalezza:

«Scusi, avete i colori a spirito?»

Silenzio. Sguardi perplessi. Qualcuno azzarda:

«Intende… i pennarelli?»

Ed è lì che capisci: sei lontano da casa davvero.

In Sicilia, la parola spirito ha una dignità tutta sua. È chiara, univoca, domestica.

Portami lo spirito.

Tutti capiranno che hai bisogno dell’alcol etilico denaturato, quello rosa, che pulisce, disinfetta, leva le macchie, accende il fuoco. Nessuno lo chiama “alcol”. È spirito. Punto

E per naturale estensione, tutto ciò che funziona a base di spirito diventa “a spirito”:

Come i colori a spirito.

Al Nord, ma anche in inglese, però, lo spirito cambia completamente vita. Non pulisce, non smacchia, non si trova sotto il lavello. Lo spirito si beve.

È grappa. È vodka. È gin. È, genericamente, un superalcolico.

Ma l'articolo non finisce qui. Sicuramente qualcuno vi avrà detto, o avrà detto a qualche compagno particolarmente lisciu "Avaia, finiamola con questo spirito di patata".

Oppure, detto in parole più intellettuali: potremmo per favore far cessare questo CH3CH2OH di Solanum tuberosum?


 

È quello delle battute brutte, squallide, scunchiurute. Di quelle uscite che vorrebbero essere brillanti e invece cadono piatte. Di chi prova a fare il simpatico e riesce solo a essere bbestia.

L’origine è ironica: lo spirito come alcol, distillato da una materia povera come la patata, diventa simbolo di qualcosa di scadente, poco raffinato. E quindi uno spirito che non fa ridere.

Finiamola con questo spirito di patata.

Tutti quanti. 

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