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Porta Garibaldi non è il vero Fortino. Tutta la storia del monumento al Re Lazzarone e delle fortificazioni cittadine di Catania

Ci sono cose che a Catania non puoi nominare apertamente. Una di queste è la morte. D'altronde i catanesi hanno coniato tutta una serie di detti coloriti per identificare questo passaggio inevitabile. Uno dei più famosi riguarda l'ultimo viaggio terreno: su puttanu 'e Tri Canceddi . Questo cimitero monumentale è stato edificato in località Acquicella nel 1866, quando i legislatori capirono che non era un'ottima idea quella di seppellire i morti all'interno delle mura cittadine. Almeno dal punto di vista igienico. Sicuramente più antico è il detto ci misunu u cappott'i lignu , cioè il cappotto di legno, una comodissima veste che un mortale indossa prima di iri a parrari - spiramu - ccu San Petru , cioè il custode del Paradiso.   Un passaggio obbligato per questo ultimo viaggio è Piazza Palestro. Ed è qui che anticamente andavano a confluire i lentissimi cortei funebri provenienti dalla città murata, dal centro storico. Questi cortei procedevano a passo d'uomo...

La finiamo con questo spirito di patata

Lo spirito (di adattamento) dei siciliani fuori sede parte anche dall'adeguamento della propria lingua quotidiana. C’è infatti un momento preciso, nella vita di ogni siciliano che si trasferisce al Nord, in cui avviene il trauma linguistico. 

Succede così: sei in università, in ufficio, o magari in cartoleria. Chiedi con naturalezza:

«Scusi, avete i colori a spirito?»

Silenzio. Sguardi perplessi. Qualcuno azzarda:

«Intende… i pennarelli?»

Ed è lì che capisci: sei lontano da casa davvero.

In Sicilia, la parola spirito ha una dignità tutta sua. È chiara, univoca, domestica.

Portami lo spirito.

Tutti capiranno che hai bisogno dell’alcol etilico denaturato, quello rosa, che pulisce, disinfetta, leva le macchie, accende il fuoco. Nessuno lo chiama “alcol”. È spirito. Punto

E per naturale estensione, tutto ciò che funziona a base di spirito diventa “a spirito”:

Come i colori a spirito.

Al Nord, ma anche in inglese, però, lo spirito cambia completamente vita. Non pulisce, non smacchia, non si trova sotto il lavello. Lo spirito si beve.

È grappa. È vodka. È gin. È, genericamente, un superalcolico.

Ma l'articolo non finisce qui. Sicuramente qualcuno vi avrà detto, o avrà detto a qualche compagno particolarmente lisciu "Avaia, finiamola con questo spirito di patata".

Oppure, detto in parole più intellettuali: potremmo per favore far cessare questo CH3CH2OH di Solanum tuberosum?


 

È quello delle battute brutte, squallide, scunchiurute. Di quelle uscite che vorrebbero essere brillanti e invece cadono piatte. Di chi prova a fare il simpatico e riesce solo a essere bbestia.

L’origine è ironica: lo spirito come alcol, distillato da una materia povera come la patata, diventa simbolo di qualcosa di scadente, poco raffinato. E quindi uno spirito che non fa ridere.

Finiamola con questo spirito di patata.

Tutti quanti. 

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