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Nove falsi miti sulla salute a cui credono molti italiani, smontati dalla scienza

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Boomer di un certo tipo e boomer di quell’altro tipo

Tecnicamente, con Baby Boomers si indica la generazione nata tra il 1946 e il 1964, il grande boom demografico del dopoguerra. È una definizione sociologica precisa, che non parla di carattere, valori o visione del mondo: parla solo di un periodo storico in cui una certa fascia di popolazione è nata e cresciuta.

Nel linguaggio comune, però, boomer ha assunto un significato molto più sfumato. Oggi non indica solo una generazione anagrafica, ma un atteggiamento: un certo modo di vedere il mondo, spesso percepito come rigido, nostalgico, razzista, maschilista, o quanto meno poco adattato al presente. Tanto che è possibile essere boomer senza essere nati nel dopoguerra - e, allo stesso tempo, molti nati negli anni ’50 e ’60 non hanno nulla di boomer nel senso stereotipato del termine.



Per questo si dice che essere un po’ boomer è quasi uno stile di vita: lo dici quando sbagli qualcosa col computer, e lo dici all'amico dell'amico che ti fa le battute razziste. È un insieme di abitudini, tic culturali, reazioni istintive - una modalità di stare al mondo che può appartenere a un sessantenne come a un trentenne o perfino a un ventenne. Da qui nasce il concetto di boomer inside: un’etichetta ironica, a volte affettuosa, a volte critica, che descrive chi è legato a un modo di pensare un po’ polveroso, a prescindere dall’età.


All’interno di questo universo ampio e variegato, è importante ricordare che sotto l’etichetta boomer convivono figure profondamente diverse. Non tutti i boomer sono uguali e, anzi, la generazione boomer è una delle più eterogenee in assoluto, avendo attraversato anni di rivoluzioni culturali, lotte sociali e cambiamenti epocali.

Possiamo distinguerli - semplificando ma non troppo - in due categorie simboliche.

Boomer di un certo tipo

Sono i boomer che diventano mentori, guide, fonti di ispirazione.

Queste persone hanno saputo trasformare un’epoca di grande trasformazione in un motore di apertura mentale. Hanno vissuto gli anni delle conquiste civili, dei movimenti studenteschi, delle rivoluzioni musicali e culturali. Hanno imparato che il mondo cambia e che bisogna cambiare insieme a lui.

Sono quelli che ascoltano, anche quando non capiscono subito, che si aggiornano, che colgono nella tecnologia un'opportunità (magari anche senza saperla usare benissimo e chiedendo aiuto), che si mettono in discussione, che credono che i ragazzi possano migliorare la qualità della vita nel mondo, che hanno fiducia nei giovani, che credono che l’esperienza serva per aiutare gli altri, non per giudicarli, che restano curiosi, anche quando la vita avrebbe potuto renderli cinici.

Questi boomer sono alleati naturali delle generazioni più giovani, spesso più progressisti di molti ventenni. Ti spiegano come si ripara un cavo elettrico, come si cambia prospettiva nella vita, e magari ti citano un libro del ’78 che parla esattamente del problema di oggi. Poi ti chiedono perché il computer non funziona, e dovevano soltanto accenderlo. Li aiuti volentieri sorridendo.

Sono professori universitari che collaborano nella tua carriera, leader di aziende con la mentalità aperta, i vicini di casa che hanno la collezione di motociclette stupenda e starebbero lì a mostrartela anche tutto il giorno, i settantenni che si iscrivono alle gare di triathlon e festeggiano il podio di categoria.

E sono anche quelli che, senza fare rumore, tengono insieme generazioni diverse semplicemente con il loro modo di stare al mondo. Li riconosci perché non hanno bisogno di dire “ai miei tempi”: ti raccontano i loro tempi solo quando servono a creare ponti, non muri. Parlano con naturalezza con ragazzi di vent’anni e con colleghi di sessanta, trovando sempre un punto di contatto. Non si vantano di ciò che hanno fatto, ma lo mettono a disposizione, come un attrezzo lasciato sul tavolo affinché chiunque possa usarlo.

Sono i nonni che leggono saggi di geopolitica seduti alla fermata dell’autobus, gli ex metalmeccanici che hanno scoperto la filosofia a sessant’anni, gli insegnanti in pensione che imparano l’inglese perché “non è mai troppo tardi per capire un po’ meglio il mondo”. Sono quelli che accolgono le nuove forme di famiglia senza esitazione, che parlano di identità e diritti senza imbarazzo, che accettano che il futuro prenda strade per loro imprevedibili, senza ostinarsi a riportare tutto alle mappe del passato.

Stanno nel mezzo tra memoria e innovazione, e lo fanno con una leggerezza sorprendente. Mantengono radici solide, ma non hanno paura di far crescere rami nuovi. Sono persone che hanno capito che la coerenza non significa restare sempre uguali, ma saper evolvere restando fedeli ai propri valori profondi. Per questo risultano credibili: perché non hanno paura di dire “non lo so”, “ho sbagliato”, “spiegamelo meglio”, “fammi capire”. E nel farlo insegnano, forse più di quanto abbiano mai fatto prima, cosa significa davvero essere adulti.

Questi boomer non occupano spazio: lo liberano. Non schiacciano: sostengono. Non pretendono di essere il centro: si mettono accanto. E, senza saperlo, diventano per molti giovane un modello possibile di invecchiamento: non l’ostinazione nel restare fermi, ma la scelta di restare vivi.

Boomer di quell'altro tipo - non tutti, ma quelli che si notano di più

Ci sono boomer che incarnano una forma di chiusura mentale che non ha nulla a che vedere con l’età, ma che purtroppo è maggiormente diffusa in quella fascia anagrafica in cui coesistono un’istruzione dura ma sommaria, prevalentemente mnemonica, e una lunga esperienza segnata da sacrifici che vengono spesso romanticizzati, anche quando contengono abusi normalizzati, subìti e talvolta commessi. L’esperienza, nella maggior parte dei casi, è circoscritta all’ambito locale - provinciale, regionale o, nel migliore dei casi, nazionale - anche perché lo sviluppo personale è stato rallentato da una conoscenza limitata delle lingue e da una mobilità ridotta, tanto per necessità lavorativa quanto per semplice diletto.

Oltre alla formazione limitata, alla mobilità ridotta e alla ristrettezza dell’orizzonte culturale, ci sono molte altre cause che possono aver contribuito a modellare quel tipo di mentalità rigida e difensiva che oggi identifichiamo come boomerism chiuso. Una delle più importanti è la cultura dell’autorità in cui molti sono cresciuti: per decenni è stato normale che l’insegnante non si discutessero, che il datore di lavoro avesse sempre ragione, che il padre avesse l’ultima parola. Mettere in dubbio qualcosa non era percepito come capacità critica, ma come mancanza di rispetto. Chi è cresciuto in un contesto del genere ha interiorizzato l’idea che la dialettica sia un conflitto e non un confronto, e che cambiare idea sia un segno di debolezza, non un atto di crescita.

Ha pesato anche un modello economico molto più stabile rispetto a quello attuale, dove spesso bastava restare nello stesso posto di lavoro per decenni per garantirsi una carriera e una pensione dignitosa. Questo ha generato una mentalità orientata alla conservazione, all’evitare il rischio e al proteggere ciò che si possiede. Quando poi il mondo del lavoro è diventato più fluido, mutevole, competitivo e precario, molti hanno percepito il cambiamento come una minaccia personale, non come una trasformazione strutturale inevitabile. Le nuove generazioni, invece, hanno interiorizzato fin da giovani che cambiare è necessario; per i boomer è una rottura, quasi un tradimento dell’ordine sociale.

Ha influito anche l’isolamento emotivo, spesso considerato virtù. A molti uomini - ma non solo - è stato insegnato che le emozioni dovessero essere trattenute, che la vulnerabilità fosse pericolosa, che il dolore andasse sopportato in silenzio. Questo ha prodotto individui incapaci di gestire il conflitto se non con rabbia, perché la rabbia era l’unica emozione concessa, l’unica che non minacciava la loro identità. Di fronte a un mondo che valorizza la comunicazione emotiva, l’empatia, la terapia, questa rigidità esplode: il nuovo linguaggio emotivo appare incomprensibile, inutile, “roba da deboli”.

Un’altra causa significativa è l’esposizione tardiva o scarsa alle tecnologie digitali. Molti hanno incontrato internet e i social non come strumenti formativi integrati nel loro percorso, ma come un’invasione improvvisa nelle loro vite adulte. Il risultato è un rapporto difensivo e distorto con l’informazione: scarsa alfabetizzazione digitale, difficoltà nel distinguere fonti affidabili da quelle tossiche, esposizione a bolle di contenuto semplificate e polarizzanti. Quando ogni algoritmo alimenta le proprie certezze, la chiusura non fa che intensificarsi.

A tutto questo si somma un contesto sociale che ha spesso glorificato il sacrificio, la fatica e la rinuncia come indicatori morali. Questo porta molti a svalutare tutto ciò che è moderno e semplificato: se loro hanno sofferto per ottenere un risultato, chi oggi lo ottiene con strumenti diversi viene percepito come “privilegiato”, come se il progresso fosse un’offesa personale. È una dinamica emotiva potente, difficile da scardinare, perché tocca direttamente la percezione che una persona ha del proprio valore.

Infine, c’è un fattore psicologico fondamentale: la mancanza di allenamento al cambiamento. Chi cresce in un mondo statico impara a interpretare la stabilità come normalità. Ma quando il mondo accelera - tecnologicamente, socialmente, culturalmente - chi non è preparato vive ogni variazione come un terremoto. Il cambiamento, invece di essere un processo naturale, diventa un disorientamento continuo. E quando non si possiedono gli strumenti per affrontarlo, la reazione più immediata è la chiusura.

Il boomerismo chiuso, dunque, non è una condizione individuale ma il risultato di una combinazione di fattori culturali, economici, emotivi e sociali che hanno plasmato un certo tipo di adultità. Non riguarda tutti i boomer, ovviamente, ma spiega perché quella fascia anagrafica abbia prodotto una percentuale più alta di persone che oggi vivono il cambiamento come una minaccia anziché come un’opportunità.

Questa combinazione produce una visione del mondo ristretta, che non nasce dalla cattiva volontà, ma da un orizzonte che per decenni è rimasto sostanzialmente immutato. Chi è cresciuto e invecchiato dentro un perimetro culturale così definito tende inevitabilmente a interpretare quel perimetro come l’unico possibile. Il proprio dialetto diventa la norma linguistica, la propria città il modello sociale, la propria storia personale una chiave universale di lettura, come se tutto ciò che non coincide con essa fosse devianza o eccesso.

Boomer di quell'altro tipo - 50 sfumature di ignoranza

La mancanza di contatto con diversità reali - linguistiche, culturali, professionali, persino gastronomiche - genera una sorta di sicurezza artificiale, un mondo in cui ci si muove con la certezza che ciò che si conosce sia ciò che vale. E quando, improvvisamente, il mondo si allarga attraverso i media, i viaggi altrui, i nuovi valori sociali e una globalizzazione che si infiltra ovunque, questa sicurezza si incrina. La reazione, spesso, è difensiva: un rifiuto istintivo verso tutto ciò che esce dallo schema precostituito.

È qui che atteggiamenti razzisti, sessisti o rigidamente moralisti trovano terreno fertile; non perché siano tratti “di generazione”, ma perché rappresentano una strategia di conservazione. Se il mondo si amplia e tu non sei più al centro, allora tanto vale svalutare quel mondo nuovo, disinnescarlo, renderlo ridicolo o minaccioso. Meglio pensare che “prima era meglio” piuttosto che mettere in discussione un sistema di riferimento che ha sorretto la tua identità per quarant’anni. Allo stesso modo, la limitata familiarità con altre lingue e culture non produce solo barriere comunicative: costruisce confini mentali. Se non puoi confrontarti con ciò che è diverso, non puoi nemmeno relativizzare la tua esperienza. E senza relativizzazione, ogni differenza appare come un’anomalia. Il risultato è una sorta di provincialismo emotivo che non coincide con la geografia, ma con il modo in cui ci si rapporta al mondo: tutto ciò che esce dai margini abituali diventa motivo di irritazione o diffidenza.

Lo stesso vale per il boomer sessista, convinto che i ruoli di genere debbano rimanere identici a come li ha interiorizzati. Il suo argomento principale è il celebre “si è sempre fatto così”, che non descrive un fatto storico, ma una comoda scorciatoia per evitare di confrontarsi con decenni di conquiste sociali, con l’idea radicale che uomini e donne possano costruire relazioni e spazi di lavoro finalmente paritari. Questa mentalità, lungi dall’essere un residuo del passato, si trova spesso anche nei trentenni o nei ventenni che reagiscono con fastidio alla perdita dei privilegi impliciti della maschilità tradizionale.

Il boomer inside è anche quello che si chiude di fronte alle novità, non perché siano oggettivamente minacciose, ma perché ne percepisce l’esistenza come un attacco diretto alla propria identità. Ogni cambiamento diventa una destabilizzazione: le tecnologie nuove, i linguaggi nuovi, perfino le nuove sensibilità sociali. È una persona che preferisce rifiutare ciò che non comprende piuttosto che tentare un adattamento, e che spesso trasforma questa difficoltà in superbia, come se svalutare ciò che non si conosce potesse ristabilire un equilibrio perduto.

In molti casi questa chiusura si traduce in un modo di parlare aggressivo, spacciato per sincerità. Esiste una forma di boomerismo che si nasconde dietro frasi come “io sono fatto così” o “dico quello che penso”, che spesso non sono dichiarazioni di trasparenza, ma autorizzazioni implicite a ferire gli altri o a imporre il proprio punto di vista senza alcuna disponibilità all’ascolto. Questa presunta franchezza funziona come una maschera: non una virtù, ma un modo di difendere un territorio che non si vuole mettere in discussione.

A tutto questo si aggiunge un elemento profondamente umano: la nostalgia. Non la nostalgia affettuosa di chi guarda al passato con tenerezza, ma quella rigida, totalizzante, che cancella le ombre e trasforma l’“ieri” in un’utopia perduta. È una nostalgia selettiva che ignora i problemi reali dell’epoca idealizzata e che serve principalmente a legittimare una resistenza ostinata al presente. Il passato diventa un rifugio mentale, un luogo in cui non c’erano domande nuove, identità nuove, tecnologie nuove da comprendere. In quello spazio immaginario tutto sembrava più chiaro, più definito, più stabile.

Alla radice di tutto, c’è quasi sempre la paura: paura del nuovo, paura di essere marginalizzati, paura di non contare più come prima. Ed è da questa paura che nasce l’aggressività. Non è un’aggressività spontanea, ma reattiva: una risposta a un mondo che cambia troppo rapidamente per chi non ha mai imparato a cambiare con esso. Per questo il boomer inside può avere settant’anni, quaranta, trenta o venti. È un’identità difensiva, una postura mentale che non dipende dal numero di compleanni celebrati, ma dal numero di volte in cui si è scelto di restare fermi invece di crescere.

Il boomerismo chiuso, insomma, non è un tratto generazionale: è la conseguenza della scelta - consapevole o meno - di non mettersi mai in discussione. In un certo senso, è l’ombra di tutte le generazioni, ogni volta che preferiscono il conforto dell’abitudine alla fatica del cambiamento.

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