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La separazione delle carriere: professore o influencer?
Fre tre mesi, l'intera Italia verrà chiamata alle urne per decidere se gli italiani vogliono separare le carriere dei magistrati inquirenti da quelle dei giudici. Presto verrà scritto anche un articolo su questo tema.
Oggi parlerò, sfruttando un caso mediatico di cui tutti parlano e che non è necessario descrivere nuovamente in questa sede, di un altro tipo di separazione delle carriere: quella tra professore e influencer.
Professione influencer
Il mestiere del professore è a tutti noto. L’influencer, invece, è una figura professionale emergente che comunica contenuti sui social network per informare, intrattenere o promuovere prodotti e servizi, guadagnando visibilità e spesso denaro grazie al seguito che riesce a costruire.
Siamo purtroppo costretti ad ammettere che, seppure nella sua criticità etica, l'influencer sia una vera e propria professione. Esistono influencer di ogni tipo: dai micro-influencer con piccoli ma fidelizzati pubblici, ai celebrità digitali con milioni di follower; da chi parla di moda, bellezza e lifestyle, a chi si concentra su cucina, viaggi, fitness, gaming, scienza o politica. Alcuni sono esperti riconosciuti nei loro campi, altri puntano tutto sulla personalità o sul senso di intrattenimento, ma tutti condividono lo stesso obiettivo: catturare l’attenzione e influenzare comportamenti o opinioni.
L'anello debole della catena
Gli influencer devono la loro fortuna a un piccolo difetto del cervello umano, che viene sfruttato all’interno di una società di esausti cronici dal mondo lavorativo: la tendenza naturale a cercare gratificazione immediata e stimoli continui, anche solo per pochi secondi, ovvero la scarsa capacità di concentrazione. Gli influencer, in sostanza, trasformano questo difetto in una vera e propria valuta sociale, ottenendo like, visualizzazioni e consenso in un pubblico stanco e sempre connesso.
Dato l’immenso indotto economico del mondo digitale, alla società conviene così: cervelli precari ed esausti diventano un target perfetto per vendere prodotti, servizi e intrattenimento. L’attenzione breve e frammentata dei consumatori è trasformata in denaro, e chi controlla le piattaforme, gli algoritmi e i contenuti sa sfruttare ogni minuto di distrazione per generare profitto. In questo sistema, la stanchezza collettiva non è un problema da risolvere, ma un vantaggio economico da monetizzare.
Abbiamo parlato di questo fenomeno nel nostro articolo sui cervelli marci.
Influencer virtuosi
C’è, però, chi sfrutta questo meccanismo per veicolare contenuti positivi e formativi, trasformando la breve attenzione del pubblico in momenti di ispirazione, conoscenza o motivazione. In questo modo, anche in pochi secondi, si possono diffondere idee costruttive, educare, sensibilizzare su temi importanti o semplicemente regalare un sorriso in una società affaticata, dimostrando che la stessa dinamica di distrazione può diventare un’occasione di crescita.
Abbiamo già parlato su Ad Muzzum di questo concetto, spiegando come gli autori stessi del blog abbiano provato dei benefici nel seguire alcuni specifici profili Instagram.
Il professore
Vincenzo Schettini è un professore di fisica che è già entrato all'interno della mia dieta mediatica da qualche anno, poiché esemplifica in modo interessante diversi concetti, generalmente riconducibili al mondo della fisica di base.
Secondo quanto divulgato online, questo professore avrebbe obbligato gli studenti di una sua classe curriculare a prendere parte ed interagire con le live, premiando chi lo avrebbe fatto con più diligenza. Nel momento in cui la notizia si è diffusa, lo stesso professore ha - a quanto pare - affermato che in futuro molti professori diventeranno content creator, e che è normale che i buoni contenuti culturali possano, a un certo punto, diventare abbonamenti a pagamento.
Non un attacco personale, né un fact checking
Se da un lato la vicenda di Schettini è l'innesco per un ragionamento più profondo, non ho intenzione in questa sede di giudicare le sue qualità umane, professionali o le sue idee, né verificare in modo professionale quanto riportato dalle testate giornalistiche di tutta Italia. Mi interessa piuttosto esprimere il mio punto di vista sul ruolo potenzialmente sovrapposto che l'istruzione pubblica e l'iniziativa culturale privata possono assumere.
L'istruzione pubblica
In Italia, l’istruzione pubblica è garantita soprattutto dall'articolo 34 della Costituzione:
Esso recita:
La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore (…) è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
A mio avviso, il buon principio sancito dalla Costituzione si scontra con una dura realtà
La scuola si avvale di strumenti, molti dei quali precedono l'invenzione della ruota.
L'istruzione inferiore e superiore dovrebbe adeguarsi alle capacità tecnologiche disponibili, gratuitamente per gli studenti.
I capaci e meritevoli saranno stimolati in questo modo ad approfondire con contenuti extra.
Se il professor Schettini ha sdoganato l'utilizzo del cellulare in classe, portando le lezioni di fisica sugli spazi fino ad ora destinati ai tutorial per come farsi le unghie, per me, ha fatto qualcosa che lo Stato stesso dovrebbe supportare, utile alla società e in linea di massima virtuoso. Se ha deciso di utilizzare dirette, video, strumenti multimediali per le sue classi, va tutto benissimo. Purché non siano a pagamento, e purché siano appunto strumenti integrativi.
La discrezione – a parità di risultati raggiunti – dovrebbe sempre restare allo studente. Il punto, quindi, non è stabilire se un professore possa essere anche un creator. Il punto è evitare che il ruolo pubblico dell’insegnante si intrecci con dinamiche tipiche del mercato dell’attenzione.
Ma se l'istruzione deve restare libera e gratuita, come può essere monetariamente riconosciuto il tempo che un professore dedica alla produzione di contenuti didattici?
Una prima soluzione potrebbe essere un modello di part-time etico. Il docente resta pienamente inserito nella scuola pubblica, ma può produrre contenuti a pagamento destinati esclusivamente a un pubblico esterno. In questo scenario, la linea deve essere invalicabile: divieto assoluto di vendere ai propri studenti o di trasformare la classe in un bacino commerciale. La scuola resta gratuita, mentre l’eventuale attività sul mercato resta separata e regolata.
All’estremo opposto esiste il modello dell’influencer puro. Qui la separazione è netta: chi sceglie di monetizzare la propria attività educativa attraverso contenuti diventa un professionista del mercato culturale, non più un docente pubblico. Come accade in altri ambiti della funzione pubblica, si eviterebbe così ogni conflitto tra missione educativa e incentivo economico.
Ma esiste anche una terza strada, che sposta la responsabilità sull’istituzione: uno Stato innovatore che finanzi direttamente la produzione di contenuti didattici digitali. Non per creare celebrità, ma per aggiornare gli strumenti dell’istruzione. In questo caso, i contenuti resterebbero gratuiti e accessibili, sottraendo l’innovazione al monopolio delle logiche di mercato.
Un’ulteriore possibilità sarebbe quella della licenza pubblica: il professore produce, lo Stato remunera e acquisisce i contenuti, rendendoli disponibili a tutti. Il docente non diventa influencer, ma autore riconosciuto e pagato, mentre il sapere resta un bene pubblico.
Qualunque modello si scelga, una cosa appare chiara: lasciare che questa evoluzione avvenga senza regole significherebbe privatizzare silenziosamente pezzi di istruzione pubblica. Ed è proprio questo che lo Stato non può permettersi di fare.
In un modello statale, come quello italiano, in cui l’innovazione educativa arriva spesso in ritardo rispetto alla realtà sociale e tecnologica, le speranze di una regolamentazione tempestiva possono apparire limitate. Tuttavia ho sentito la necessità di scrivere questo articolo: in parte per spostare il fuoco dalle accuse individuali di mancata eticità verso l’assenza di misure preventive pubbliche, in parte per continuare a ribadire un punto essenziale.
Quando una zona grigia emerge tra funzione pubblica e mercato, la responsabilità non può essere scaricata solo sul singolo che la attraversa.
Se oggi professori e contenuti digitali iniziano a sovrapporsi, è perché nessuno ha tracciato prima i confini. E quando i confini non esistono, inevitabilmente qualcuno li ridefinisce nei fatti.
Il tema, allora, non è assolvere o condannare il singolo docente, ma chiedersi perché lo Stato non abbia ancora costruito strumenti capaci di accompagnare questa trasformazione.
Perché l’alternativa è lasciare che l’innovazione educativa si sviluppi fuori dalle istituzioni, e quindi fuori dal perimetro dell’equità.
Ed è proprio questo il rischio che un sistema pubblico non dovrebbe correre.
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