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Nove falsi miti sulla salute a cui credono molti italiani, smontati dalla scienza

Molti italiani hanno convinzioni radicate sulla salute che, in realtà, non resistono al vaglio della scienza. Alcune di queste credenze riguardano alimentazione, stile di vita e rimedi domestici.   1. Uova e colesterolo Il primo falso mito riguarda le uova: molte persone credono che mangiarle faccia aumentare automaticamente il colesterolo nel sangue. Questa convinzione nasce dagli studi degli anni ’60, quando si osservava un’associazione tra colesterolo alimentare e livelli di colesterolo plasmatico, senza considerare le differenze individuali nel metabolismo. La ricerca più recente ha dimostrato che, nella maggior parte delle persone sane, il colesterolo presente nelle uova ha un impatto minimo sui livelli ematici. Studi clinici indicano che consumare un uovo al giorno non aumenta significativamente il rischio di malattie cardiovascolari. Quindi, mentre chi ha problemi specifici di colesterolo dovrebbe fare attenzione, per la maggior parte delle persone le uova restano un aliment...

Invenzioni quasi arabe

Che gli Arabi abbiano lasciato un'eredità culturale nel cosiddetto "Occidente" non è certo una novità. Per quanto riguarda l'Italia, questo è particolarmente vero in Sicilia dove, dalla toponomia all'origine etimologica di alcuni vocaboli, troviamo tracce, più o meno verificate della limgia araba parlata un tempo sull'isola. Spesso l'origine araba di una parola si può intuire dall'iniziale "al", che in arabo costituisce l'articolo che precede il nome o l'aggettivo (ad esempio albayt, "la casa"). 

Meno persone sanno però che, soprattutto a livello filosofico e matematico, l’eredità lasciataci dagli arabi è altrettanto notevole, a partire dai numeri (sono i numeri arabi quelli che utilizziamo in Occidente oggi) e dal termine “zero” che, seppure formalizzato nell’antica India, prende il nome dall’arabo ṣifr, che indica il concetto filosofico di “vuoto” e “vacuità”, e che dà origine parallelamente anche alla parola “cifra”. La parola “tariffa”, anche questa, è di origine araba: taˁrīf

 

Parole come algebra e algoritmo derivano anch’esse rispettivamente da lessemi arabi. Il primo rispettivamenet da al-jabr e l’altro da al-Khuwārizmi. 

L’algebra, come disciplina, ha origini nella storia antica, ma il termine e la sistematizzazione di questa scienza matematica, attraverso un vero e proprio compendio, ci arrivano tramite il matematico persiano al-Khawarizmi, che scrisse un trattato in cui compariva la parola al-jabr, “completamento”, in riferimento alla ricostituzione di entità rotte.

Come abbiamo visto sopra, dal nome di questo matematico deriva anche il termine algoritmo, inizialmente latinizzato in algorismi, in riferimento a regole di calcolo con numeri arabi. Secondo alcune fonti a questo termine si sarebbe aggiunta l’influenza dal greco della parola arithmos, ossia, “numero”.

Spesso, in epoca medievale, nomi e parole arabi sono stati riadattati al latino e, di conseguenza, si discostano dai termini originali. Ciò poteva succedere per semplificare la pronuncia di suoni come kh o per sciogliere cluster di consonanti inusuali, e infine per l’aggiunta di vocali, dal momento che un orecchio non abituato ha l’impressione di sentirle comunque, e dunque venivano aggiunte per l’incapacità di tollerarne l’assenza nelle sillabe (e così abbiamo algebra invece di aljabr, per evitare che la parola finisse con un cluster di consonanti, estraneo alla lingua latina, che non ne ammette di complessi, come quelli dell’arabo, del greco e del tedesco). 

 

Infine, un concetto che pochi conoscono e che non viene spesso affrontato nei libri di scuola è l’origine della x. Sappiamo tutti che la x in algebra indica l’incognita, cioè un elemento ignoto, così come, nel linguaggio comune, si usa per riferirci a una persona, un oggetto o un’idea astratta, senza voler specificare alcun dato.  Si dirà, appunto, “una data x”, “una persona x” e “l’oggetto x”. Ma che origine ha questa x? Anche in questo caso l’origine è araba e, questa volta, ci arriva dall’Andalusia.

 

x deriva infatti dalla /š/ di šay ‘cosa’ o ‘qualcosa’. Nella penisola iberica, era tradizione grafica, in epoca medievale, trascrivere il suono “sh” /ʃ/, estraneo al latino, con la lettera x. La tradizione vuole che gli scribi di epoca medievale decisero di far ricorso e di riutilizzare le lettere latine, come la x, già usata nella tradizione galloromanza per i suoni palatali. Quindi la parola shāi o shei dell’arabo veniva trascritta come xai o xei, poi, man mano, veniva abbreviata in x. A quel punto iniziò pian piano a perdere anche il suo valore fonetico, lasciando spazio a quello semantico, fino a diventare un simbolo astratto. Successivamente, tra il XVI e il XVII secolo, il castigliano perde il suono /š/, indicato con una x, che viene sostituita dalla jota moderna.

Il simbolo venne poi standardizzato, consolidato e diffuso in tutta Europa grazie a matematici come Fibonacci.

Nel 1637, Cartesio stabilisce che le ultime lettere dell’alfabeto (tra cui, ormai standardizzata, anche la x) sarebbero state utilizzate per indicare le incognite, mentre le prime lettere dell’alfabeto avrebbero indicato i parametri noti. 

Miriam Al Tawil 













 

 

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