Tra frasi e argomenti di circostanza, siamo giunti alla conclusione di uno dei rituali italiani più resilienti al tempo.
Capace di farci discutere, ma non troppo.
Capace di distrarci, ma non troppo.
Capace di emozionarci, ma non troppo.
Capace di farci pensare, ma non troppo.
Signori e signorine, signore coniugate ed eterosessuali in generale: il Festival di Sanremo!
Fiori dell'Etna per omaggiare Sanremo, nella speranza che Blanco non li prenda a calci (credit: Licc).
Sebbene il classico telespettatore peloso e con chiara diastasi addominale, poco scolarizzato e spesso persino
analfabeta funzionale, costituisca il telespettatore tipico dello show Rai, nonché della maggior parte degli italiani
aventi diritto a voto, Sanremo riesce (ahinoi!) a catturare anche l’attenzione tangenziale di chi vuole distanziarsi.
Decidiamo quindi di lanciare le nostre riflessioni, nella speranza che si distinguano dal chiacchiericcio sul tema,
riguardo al genere della “canzone Italiana”: musica leggera, anzi leggerissima, con l’obiettivo più o meno evidente di alleggerire gli animi.
Inutile fingersi giovani quando l’età media italiana è di ben 47 anni, lo pensiamo tutti che cantanti come Samurai
Jay, Chiello, Tredici Pietro, Elettra Lamborghini, LDA, Aka 7even, Luchè, Leo Gassmann e così via sono
probabilmente destinati ad essere comparse e meteore nel panorama della musica italiana, in parte figlie di
un privilegio ereditato, in parte figlie del nostro tempo di social media e di immagine più che di sostanza.
I testi sono superficiali o con scarsissimi contenuti, le loro competenze vocali e musicali sono molto limitate e
la loro ingenuità viene strumentalizzata dalle etichette discografiche che pensano solo ai numeri, generati dagli
ascolti di poveri adolescenti, ai quali non rimangono che le briciole di ciò che potrebbe definirsi musica. E per
tutto il resto ci pensa l’autotune.
Questa ipocrisia strutturata, dove si inneggia alla necessità di porre fine alle guerre (tutte) senza eccessive
specifiche, dove si scopiazza e si cerca in tutti i modi di non prendere posizioni politiche, ha depotenziato
le esibizioni di alcuni artisti che vale la pena analizzare, sottolineandone l’ammirazione e magari da approfondire
con più attenzione.
Bambole di pezza
Il gruppo musicale Bambole di pezza, attivo dal 2002, ha visto la sua formazione variare nel corso degli anni.
Ultimamente, con la nuova formazione di abili musiciste come Cleo alla voce, Kaj al basso e Xina alla batteria,
è stato mostrato il fianco pop rock della band e forse per questo motivo, artiste con carriera e identità ben consolidate
hanno scelto di esporsi sul palco dell’Ariston. Sul palco si mostrano di solito disordinate e caotiche, libere da ogni
possibilità di risultare imbarazzanti e scatenate, lontane dalla solita sessualizzazione della classica “ragazza tettona
con la Stratocaster”. Sono streghe, sono donne che si autodefiniscono e che non devono piacere per forza, sono
persone che scelgono di parlare di violenza sessuale nei loro testi (non sei sola) che sanno che non c’è spazio per loro per la notorietà (contare zero), che hanno bisogno di gridare che sono stufe dei soliti cliché (favole), che provano come tutti a stare calme in un mondo che collassa (zenzero).
In questa versione sanremese, erano decisamente più ingessate, impacchettate e, come sempre succede, controllate
e strutturate in un testo che vuole dire qualcosa ma non può.
E pensate un po’, cari lettori, quale può essere la reazione di una persona che conosce per la prima volta questo
gruppo - con un passato intenso e con un ruolo pionieristico all’interno del punk italiano - solo ed esclusivamente
tramite il festival. L’impossibilità di distinguere un gruppo pionieristico dalla “solita lagna struggente in stile
Sanremo”. In questo modo, oltre a spezzare il cuore dei fan, si compie anche un piccolo tradimento culturale:
si appiattisce una storia musicale ruvida, sperimentale e controcorrente fino a renderla indistinguibile dal paesaggio
sonoro levigato e prevedibile. E il risultato è paradossale: non solo si perde ciò che rendeva quel gruppo unico,
ma il gruppo stesso finisce per non presentarsi affatto bene a chi non lo conosce già, apparendo come l’ennesima
proposta intercambiabile del festival, invece che come ciò che realmente è stato nella storia della musica italiana.
Comprendiamo, certo, la necessità di limitarsi e contenersi per essere approvati dalla critica, dalle radio e dal
perbenismo italiano.
D’altro canto, vale la pena ascoltare la loro musica e sostenere i loro valori di sorellanza, libertà e parità, perché si
tratta comunque di una minoranza di donne che cercano di definire il proprio campo d’esistenza nel mondo quasi
prettamente maschile del rock.
Mi raccomando, selezionate bene il cibo da dare in pasto alle vostre orecchie, la musica deve essere in grado di
nutrire l’anima, è giusto stare attenti a cosa si mangia, anche da un punto di vista culturale. E se non dovesse
piacervi lo stile musicale (o non dovesse piacervi la metafora), Amen. A voi la scelta, basta che sia una scelta
consapevole e non dettata dalle mode e dalle opinioni altrui.
Concerto delle Bambole di Pezza (credit: Giulma).
TonyPitony
Non serve nemmeno dirlo, avevamo un bisogno disperato di TonyPitony, anche se ci siamo accontentati di vederlo
ma ci ha portato solo un caco, anche se si è dovuto esporre ai commenti bigotti del tipo “nessuno pensa ai bambini” (magari questo stato ci mettesse nella condizione di farne!).
Dicevamo, Tony dei nostri cuory, sarausanu DOC, è un monellaccio, dice un sacco di brutte parole e sicuramente la maestra lo ha buttato fuori dalla classe tante volte per la sua condotta, ciò nonostante è più dissacrante di un Fontana di Duchamp.
Mette in discussione il machismo e le routine tossiche che i brand vogliono propinarci tra marketing e frustrazione
generalizzata (Giovanni), pone delle riflessioni tra body positivity e disturbi alimentari, coronati da un’ignoranza diffusa sull'alimentazione (ossa grosse), ribalta il concetto di parità di genere e classe sociale (donne ricche), è perfettamente consapevole di regalarci merda, come del resto fa tutto lo scenario dell’intrattenimento attuale
(stimoli), tutto questo con la stessa demenzialità con il quale anche tu hai cantato i Gem Boy all’età di 12 anni. Non serve scandalizzarsi per culo o l’uomo cannone, lui vuole invitarci a stare al gioco, a metterci in discussione, a prenderci in giro, essere autoironici e ribaltare tutto, non abbiamo bisogno di portare all’estremo altre sterili
dichiarazioni d’amore, abbiamo bisogno di ripensare all’idea di genere, educazione affettiva, disparità e società,
questo è possibile tramite uno dei veicoli culturali più potenti della storia dell’umanità: la musica.
Dietro le quinte di un concerto di TonyPitony (credit: Giulma).
Non ci resta che memare
Mascherare con la banalità concetti dei quali si ha comunemente paura di parlare. Fingere che la complessità non
esista, senza ammettere che non abbiamo la capacità di attenzione e le competenze per riconoscerla, questo è il
riflesso dell’elemento comunicativo più utilizzato in questo momento: il meme. Proviamo a non essere troppo
pesanti, perchè già questo sistema iperproduttivo e performativo ci schiaccia, non abbiamo tempo di affrontare
concetti importanti come il contesto geopolitico mondiale, il sistema consumistico che sta distruggendo l’ecosistema
che ci ha concesso di vivere negli ultimi 11.700 anni, le relazioni e lo sviluppo sano dell’individuo, non abbiamo
tempo per costruire una società migliore, essere attivi e consapevoli nelle nostre facoltà decisionali, riusciamo solo
ad andare avanti nel torpore anestetizzato della leggerezza, nel quale l’unica arma culturale che è rimasta ad uno
stralcio di generazione è il meme. Non si può parlare di guerra, di Israele o degli Stati Uniti, gli artisti aggiungono
frasi nascoste, interpretabili, incastrate all’interno di canzonette stupide in apparenza: “E se oggi ho le pupille più
grandi del cuore, non mi giudicare, Male, male, male,Che dovrei dire io che ti parlavo E tu nemmeno ti mettevi ad
Il festival della canzone politicamente disimpegnata
Se negli anni Sessanta e Settanta l’impegno politico rappresentava un elemento distintivo e, per molti artisti, quasi
un marchio di qualità, oggi la situazione appare radicalmente cambiata. La canzone politicamente impegnata -
quella di Roger Waters, di Guccini, di Dalla, di De Andrè, quella che prendeva posizione sui conflitti, li nominava
esplicitamente, non temeva censure - sembra aver perso gran parte del suo spazio nel panorama della musica
popolare. Non solo non è più centrale per il pubblico giovane, ma sembra non suscitare particolare interesse
nemmeno tra quello più adulto, che pure ha vissuto l’epoca in cui la musica dialogava apertamente con la politica.
In questo contesto, il Festival di Sanremo diventa un osservatorio privilegiato. A prima vista potrebbe sembrare
il trionfo della neutralità: un palcoscenico dove dominano sentimenti universali, storie personali, relazioni
sentimentali e riflessioni intime. Tutto appare calibrato per evitare lo scontro diretto, per non prendere posizioni
troppo nette, per non disturbare un pubblico vasto e trasversale.
Eppure sarebbe sbagliato definire Sanremo un festival apolitico. A un ascolto più attento, infatti, lo show è
costellato di spunti politici. Non si tratta però della politica esplicita della canzone impegnata, quella che denuncia,
rivendica o protesta. La politica sanremese è più sfumata, indiretta, spesso mediata dal linguaggio delle emozioni
individuali. I temi sociali emergono filtrati attraverso racconti personali: fragilità, identità, discriminazioni, disagio
generazionale, relazioni familiari difficili.
Da questo punto di vista, il Festival diventa il luogo emblematico della canzone politicamente disimpegnata:
una canzone che non rinuncia del tutto ai temi sociali, ma li depoliticizza, li rende compatibili con un contesto
televisivo generalista e con un pubblico estremamente eterogeneo. È una musica che sfiora la politica senza mai
entrarci davvero, che ne conserva i temi ma ne elimina la dimensione conflittuale.
Se la canzone impegnata del passato cercava di cambiare il mondo, la canzone sanremese contemporanea sembra
piuttosto cercare di compiacere tutti. E forse è proprio questa la sua cifra più politica: non prendere posizione, ma
ipersemplificare la politica, banalizzandola.
Il distillato più emblematico di questo decadimento della canzone impegnata è la frase:
Basta con le guerre, tutte.
Una formula apparentemente limpida e moralmente ineccepibile, ma che in realtà rivela tutta la debolezza della
canzone politicamente disimpegnata. È una frase che deresponsabilizza. Non distingue gli invasi dagli invasori,
non individua responsabilità politiche, non indica cause, non formula accuse. Trasforma la guerra in una fatalità
indistinta, un fenomeno quasi naturale che colpisce l’umanità in generale, senza colpevoli.
Ben diverso è l’approccio della tradizione della canzone impegnata, che non teme di prendere posizione, di
indicare nomi e responsabilità. Un esempio contemporaneo, per quanto lontano dall’estetica sanremese, è lo
con attenzione. In quel caso la musica non si limita a evocare sentimenti generici contro la guerra o l’ingiustizia:
accusa, denuncia, prende posizione. Nel corso dei suoi concerti, Waters utilizza immagini, testi e dichiarazioni
per attaccare apertamente governi, guerre e sistemi di potere, inserendo nelle scenografie riferimenti diretti a
vittime di violenze politiche e conflitti contemporanei. Non è un linguaggio neutro, né conciliatorio: è un linguaggio
accusatorio, che cerca deliberatamente lo scontro con lo spettatore.
La differenza è evidente.
Dolori al petto e conati di vomito provocati dalla decadenza culturale
del panorama musicale contemporaneo.
Di chi è la colpa?
La musica italiana, quindi, a sta morendo? O è Sanremo che sta morendo? Ad un’occhiata più approfondita, in effetti, testi alla mano, perfino a Sanremo vengono presentate delle critiche interessanti. Superficiali, appunto, per i motivi di cui sopra, ma vagamente interessanti.
Per esempio Sayf critica la società contemporanea. Corri contro il tempo
Che il denaro non ti aspetta
E cosa vuoi che sia la fretta
Su una macchina che scheggia
E non mi vedrai alla finestra
A farti una serenata
Perché il mondo non si ferma
J-Ax critica la società contemporanea: Sto paese è come con la precedenza
È solo di chi se la prende, non è mai di chi ce l’ha
E meno cose sai più sarai contento
Facciamoci una botta di felicità
Qui non si protesta per lo stipendio
Solo per la pizza con l’ananas
Dargen critica la società contemporanea: A me mi ha rovinato la rete
Altrimenti avrei fatto il prete
Avrei lasciato il paese fuggendo via
A cercare fortuna in Albania
Che è successo a questi artisti? Sono bravi ma non si applicano? La Censura di Stato impone di restare entro rigidi schemi e di non criticare troppo? Vengono incontro alle nostre capacità intellettive, che si sono affievolite nel tempo? Sono esigenze editoriali e di marketing?
Nulla di tutto questo, o forse un po’ tutto.
La società italiana è artificialmente stanca. Le scelte governative, volte negli ultimi decenni a un mantenimento dello stato di precarietà, hanno trasformato l’esistenza degli italiani ad una lotta per la sopravvivenza. E quando la sopravvivenza è a rischio, passa la voglia. Passa la forza. Passa l’energia di leggere, di studiare, di ascoltare.
E l’industria musicale (che ovviamente sta anche dietro Sanremo, non me ne voglia la signuruzza di sessant’anni che crede che la giuria di Sanremo sia spontanea e genuina come quella del contest musicale della Sagra dell’Arancino di Ficarazzi) questo lo sa. Non è morta la musica, è morto l’ascoltatore. Forse è morta la capacità di analisi e di pensiero critico.
La morte dell’ascoltatore, però, non giova ad un festival musicale, che punta a mantenerlo in vita. E per farlo, sfrutta i meccanismi neurobiologici primordiali. La gratificazione immediata. Ed è qui che entra in gioco il sottile dettaglio, che potrebbe essere casuale, ma che non possiamo fare a meno di notare. Guai a farsi mancare quei quindici-venti secondi all’interno di ogni canzone (guarda caso tempo tipico di una storia su TikTok e Instagram), in cui il brano si carica di ritmo, si svuota di significato, prende leggerezza e si presta ad una svalutazione banalizzante e voluta. Cosa coglierà l’ascoltatore medio, dalla canzone di Sayf?
Tu mi piaci
Tu mi piaci
Tu mi piaci tanto
Tu mi piaci
Tu mi piaci
Tu mi piaci tanto
Per carità. Non è che il resto del testo fosse un trattato di filosofia kantiana, però almeno aveva un significato e una struttura. Ma ciò che resterà di questa canzone è semplicemente un ottimo condimento per le proprie storie instagram con la zita. E si perderà quel piccolo, superficiale ma interessante spunto offerto.
Attenzione, l’industria musicale non è cattiva in senso stretto. L’industria musicale capitalizza. Cavalca l’onda dell’umore generale. Rispecchia l’umore generale. Oggi sa che hai la soglia di attenzione di un cavalluccio marino, e se la prende. Nel 1965 la EMI records con i versi di Guccini rispecchiava il desiderio di rivalsa tipico di quei tempi là:
Perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità,
le fedi fatte di abitudine e paura,
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato,
la dignità fatta di vuoto
l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto.
E un dio che è morto
Così oggi riflette la nostra incapacità di reagire. L’unico talento che manteniamo è quello di postare e di mettere like. Cuoricini. Non siamo tossicodipendenti, siamo social-dipendenti. Non abbiamo tempo per leggere, selezionare con cura la musica e appassionarci al cinema, questa povertà d’animo si rispecchia nel nostro caro e amato Sanremo sia nello show, sia nelle sue canzoni. L'opinione pubblica e televisiva non è interessata al nostro risveglio. E così, per la felicità generale della popolazione trionfa Sal Da Vinci, col suo sottofondo per le proposte di matrimonio a Mykonos di tutti i nostri reel.
Solo un problema di contenuti? “Tutti plagiano Sanremo”
Le forme comunicative evolvono con il passare degli anni, migliorando o peggiorando (questione di punti di vista)
secondo le esigenze del tempo.
Ai tempi dei social, delle intelligenze artificiali, della velocità, delle apparenze, è quasi naturale che la musica
leggera e popolare prediliga forme comunicative tanto semplici e rapide da risultare inesistenti o disperse in un
mare di banalità. Artisti e sedicenti artisti partecipano al festival di Sanremo nella speranza di arrivare ad un
pubblico più vasto di Italiani, grazie al numero di ascolti che, nonostante il boicottaggio in crescita, continua
ad essere in netta superiorità rispetto a quello degli altri programmi del palinsesto.
Persino chi tenta di boicottare, come noi, ascolta quasi inevitabilmente la musica (e spesso anche le polemiche)
in differita, tramite le grandi piattaforme di streaming o semplicemente tramite quegli stessi dannati social media.
Sanremo è una vetrina, gli artisti si mostrano con le loro canzoni, i loro abiti e la loro personalità come ritengono
necessario per essere accolti dalla maggioranza degli Italiani (o dalla media degli Italiani) in ascolto. La decadenza
che riceviamo dal contenuto del festival riflette la decadenza culturale della società italiana media. Al Bel Paese
non manca l’istruzione umanistica, data la lunga tradizione di poeti e scrittori ampiamente studiati in tutti i licei,
ma manca forse l’originalità, il desiderio di produrre qualcosa di diverso in un mondo omologato. Nessuno vuole
essere un perdente in un mondo in cui i consensi si ricevono in tempo reale su tutti i social media disponibili.
Una canzone senza ritornello non è memabile, non può facilmente costringersi in un reel o uno short, quindi
perché scriverla o cantarla in occasione del festival più popolare d’Italia?
L’eccessiva mediatizzazione dell’arte ed i cambiamenti delle esigenze e dei gusti del pubblico hanno contribuito
a ridurre la qualità delle canzoni non solo dal punto di vista dei contenuti, ma anche e soprattutto dal punto di
vista della forma e della composizione musicale in sé.
Denunce sulla semplicità di alcune melodie sanremesi, basate sulla ripetizione in serie di tre singole note
Magica favola di Arisa, Sei tu di Levante (nonostante abbia stima per le sue prime produzioni musicali) e Mattone, di nome e di fatto, di Angelica Bove. Anche il brano di Sayf ricorda altre canzoni come Ghali di sentimento d’amore e d’odio nei confronti dell’italianità media, che peraltro è rappresentata in toto dal festival di
Sanremo. E le somiglianze non finiscono qui: La felicità e basta di Maria Antonietta e Colombre ricorda a Se bruciasse la città di Massimo Ranieri. Ovviamente si potrebbe continuare ed includere potenzialmente ogni canzone in gara al festival di Sanremo di quest’anno, ma anche degli anni precedenti.
Plagio, o non plagio, questo è il dilemma. Ebbene, si tratta più semplicemente di un altro riflesso della decadenza
culturale in atto da diversi anni. La musica leggera dev’essere semplice, cantabile, arrivare al pubblico. Accordi
familiari e melodie note, cui l’Italiano medio è già abituato, sono auspicabili per aumentare esponenzialmente gli
ascolti. Ed è così che le melodie si ripetono, con più o meno variazioni rispetto al modello originale, giungendo ad
orecchie giovani e pronte ad idolatrare quello che per loro è novità, così come ad orecchie stanche di ascoltare
sempre la solita roba da anni.
Stanche persino del cantautorato e dell’indie italiano, delle emozioni costruite e dei sentimenti artificiali,
dei vocalizzi eccessivi, ma anche della trap e dell’opulenza che diventa svogliatezza nei modi di cantare,
incapacità di rispettare le note ed il ritmo (Achille Lauro e tutta la sua sperimentazione già vista e sentita docent).
Ed è così che l’ironia diventa l’unica arma possibile per mantenere la leggerezza ma aumentare l’arguzia e
distinguersi persino dalle intelligenze artificiali, troppo impegnate a sapere tutto per poter far ridere. Ed è così
che figure sui generis, come TonyPitony, Dargen d’Amico, Willie Peyote e pochi altri, emergono nel panorama musicale attuale, in contrasto con capacità canore scadenti, mode del momento ed emozioni artificiali. In un’altra
non ancora emergenti.
Conclusioni (finalmente!)
Ci scusiamo se abbiamo insultato troppo degli artisti che vi stanno a cuore, o se non abbiamo insultato abbastanza
degli altri che ci sono sfuggiti nel rumore di fondo del festival. Ci scusiamo per aver scritto così tanto su Sanremo, che purtroppo è già un evento ampiamente sopravvalutato, capace di occultare questioni ben più complesse a livello
internazionale ma anche nazionale.
Sì, siamo come tutti gli altri italiani, ascoltiamo musichette mentre fuori c’è la morte (Mai dire mai).
Il nostro messaggio è simile a quello di tanti altri che vorrebbero boicottare il festival, ma non riescono.
Che vorrebbero difendere la bellezza della musica, ma non riescono.
Che vorrebbero colmare il vuoto lasciato da uno spettacolo sempre più spazzatura, ma non riescono.
Speriamo almeno di riuscire a scavare un minimo in profondità in un mondo in cui tutto è superficiale, tutto è
ripetibile, tutto è ridotto a meme.
Perdonateci la lunghezza del testo, anche questa è parte della rivoluzione culturale e della volontà di far qualcosa
di diverso e, forse, un po’ più elaborato rispetto al resto.
Ora più che mai, non arrendiamoci all’italianità media, perché le conoscenze umanistiche, l’intelligenza emotiva,
la curiosità e la consapevolezza culturale sono necessarie ed utili per resistere alla decadenza del mondo attuale.
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