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Porta Garibaldi non è il vero Fortino. Tutta la storia del monumento al Re Lazzarone e delle fortificazioni cittadine di Catania

Ci sono cose che a Catania non puoi nominare apertamente. Una di queste è la morte. D'altronde i catanesi hanno coniato tutta una serie di detti coloriti per identificare questo passaggio inevitabile. Uno dei più famosi riguarda l'ultimo viaggio terreno: su puttanu 'e Tri Canceddi . Questo cimitero monumentale è stato edificato in località Acquicella nel 1866, quando i legislatori capirono che non era un'ottima idea quella di seppellire i morti all'interno delle mura cittadine. Almeno dal punto di vista igienico. Sicuramente più antico è il detto ci misunu u cappott'i lignu , cioè il cappotto di legno, una comodissima veste che un mortale indossa prima di iri a parrari - spiramu - ccu San Petru , cioè il custode del Paradiso.   Un passaggio obbligato per questo ultimo viaggio è Piazza Palestro. Ed è qui che anticamente andavano a confluire i lentissimi cortei funebri provenienti dalla città murata, dal centro storico. Questi cortei procedevano a passo d'uomo...

Quella volta in cui la radio italiana ha dimostrato di essere più bigotta di Radio Vaticana

Nella settimana dedicata a Francesco Guccini, vale la pena ricordare una storia che oggi sembra quasi inventata. Nel 1967 i Nomadi incisero «Dio è morto», una canzone scritta da Francesco Guccini. La RAI la censurò. Il motivo? Il titolo.

«Dio è morto». Che brutta frase.

Discografia Nazionale della canzone italiana 

Per i censori era evidentemente sufficiente mettere quelle tre parole una accanto all'altra per arrivare alla conclusione che ci fosse qualcosa di blasfemo da censurare.

Peccato che il testo dicesse tutt'altro. La canzone non era un inno all'ateismo: era una critica alla società contemporanea, al conformismo, al consumismo, alla guerra, all'ipocrisia. E, soprattutto, si concludeva con l'idea che Dio potesse rinascere proprio nei giovani capaci di cercare un mondo diverso.

Lo capirono persino in Vaticano.

Radio Vaticana trasmise infatti la canzone, mentre la radio pubblica italiana la teneva lontana dai propri programmi. E Paolo VI arrivò a definirla un «lodevole esempio di esortazione alla pace e al ritorno a giusti e sani principi morali».

Insomma: la RAI riuscì nell'impresa di essere più bigotta di Radio Vaticana.

La morale di questa storia? Non fermatevi al titolo, leggete il testo.

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