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Catania millenaria: dalla colonizzazione greca all’Ipogeo Romano
La storia di Catania affonda le sue radici nell’VIII secolo a.C., quando una spedizione di Greci calcidesi, provenienti dall’isola di Eubea (Calcide), attraversò il Mediterraneo per fondare nuove colonie. Secondo Tucidide, questi coloni salparono da Naxos, già anch’essa colonia calcidea, pochi anni dopo la sua fondazione, e arrivarono sull’odierna costa orientale della Sicilia tra il 729 e il 728 a.C.
I calcidesi scelsero di stabilirsi su un’altura difendibile, corrispondente alla collina di Montevergine, che domina l’attuale centro storico di Catania. Secondo ricostruzioni storiche e archeologiche, l’acropoli greca era proprio lì, ed è verosimile che vi sorgessero le prime abitazioni in muratura, oltre a un tempio (forse dedicato a Demetra) nelle prime fasi della colonizzazione. Decisero di dare a questa città il nome di Katane, la cui etimologia può derivare sia dalla grattugia lavica su cui era fondata, sia dalla sua localizzazione sotto all'Etna.
Nelle vicinanze, il terrazzo Acquicella forniva spazi utili per attività agricole e insediative, garantendo un collegamento facile con la costa e con altre risorse naturali. Ognina, invece, era con tutta probabilità il Porto di Ulisse, citato nell'Odissea, anche se alcuni studi attribuiscono questo nome a un porto vicino al fiume Amenano, che scorreva alle pendici di Montevergine. Prima dell’arrivo dei Greci, il territorio era popolato dai Sìculi, un popolo italico autoctono che abitava la Sicilia orientale. La loro presenza era caratterizzata da villaggi sparsi, economie pastorali e agricole, e una cultura non urbana ma profondamente radicata nella tradizione silvana.
Con l’arrivo dei coloni calcidesi, avvenne una graduale fusione. I Siculi non vennero completamente sostituiti, ma si intermescolarono con i Greci: adottarono elementi della cultura greca come la scrittura e la religione, mentre mantennero parte delle loro tradizioni locali. Questo processo di sincretismo fu fondamentale per lo sviluppo di una polis mista, che univa la struttura urbana greca a una popolazione già profondamente radicata sul territorio.
La Sicilia fu però terra di contatto fra Greci piuttosto diversi, sia nell'origine sia nel modo di pensare e nella filosofia. I corinzi, che fondarono Siracusa, per esempio, avevano una cultura marittima più marcata e una forte organizzazione mercantile, con una mentalità più espansiva e militarizzata. Questa differenza culturale contribuì a tensioni politiche tra Catania e Siracusa nel corso dei secoli. Nel 476 a.C., Gerone I di Siracusa, tiranno corinzio, conquistò Catania, espellendo molti dei suoi abitanti calcidesi. Li trasferì a Leontini e ripopolò Catania con 10.000 coloni siracusani e peloponnesiaci, cambiandole anche il nome in Aitna (riferendosi all’Etna). Dopo la caduta della tirannia siracusana, nel 461 a.C. i Calcidesi riuscirono a riprendere la città e a restituirle il nome antico di Katane.
Nel frattempo, gran parte della Sicilia occidentale era sotto l’influenza di Cartagine, potenza fenicia con forte presenza mercantile e militare nell’isola. La Sicilia dell’epoca era quindi estremamente frammentata: da un lato le polis greche (come Catania e Siracusa), dall’altro enclavi puniche cartaginesi, e al centro popolazioni indigene come i Siculi. Questo equilibrio instabile diventò terreno fertile per l’espansione romana. Nel 264 a.C. scoppiò la Prima Guerra Punica tra Roma e Cartagine, con la Sicilia come teatro principale dello scontro.La guerra si concluse nel 241 a.C. con la vittoria romana nella Battaglia delle Isole Egadi, sancendo il primo dominio romano sull’isola
Con la conquista romana, Catania entrò a far parte della nuova provincia siciliana, ed iniziò un processo di romanizzazione profondo.
Sotto Roma, Catania si sviluppò come una vera e propria città romana, acquisendo infrastrutture e istituzioni tipiche. Furono costruite mura di cinta difensive a protezione del centro urbano e un acquedotto che portava l’acqua da Paternò. Furono edificati almeno quattro grandi complessi termali, tra cui le Terme della Rotonda, risalenti al I–II secolo d.C., vicino al teatro romano e all’odeon.
La città si dotò quindi di spazi per la vita culturale e spettacolare: l’anfiteatro per i giochi dei gladiatori, l’odeon per musica e poesia, e il teatro romano ricostruito sulle rovine del teatro greco per rappresentazioni di commedie e tragedie. Il foro cittadino si trovava nei pressi dell’attuale Cortile di San Pantaleone ed era il cuore amministrativo e commerciale della polis.
Tuttavia la città incontrò una prima fase di difficoltà. Nella prima fase del dominio romano, Catania attraversò un periodo di difficoltà e instabilità. Nel 122 a.C. vi furono colate laviche e piogge di cenere. Gli interessi economici dei proprietari terrieri e la pressione romana sulla gestione delle terre portarono a un clima di conflitto e disordini sociali. Successivamente, nel 33 a.C., Catania subì le conseguenze delle guerre civili che attraversarono la Sicilia: in questa fase la città, come molte altre colonie dell’isola, dovette affrontare requisizioni, distruzioni parziali e problemi economici legati al passaggio delle truppe e al ridisegno dei confini municipali da parte di Roma, che mirava a consolidare il controllo sull’isola.
Catania viene anche menzionata da Cicerone nelle Verrine, le orazioni contro il governatore siciliano Gaio Verre. In questi testi, Cicerone denuncia la corruzione e gli abusi di Verre nei confronti delle città siciliane, comprese le colonie greche come Catania. La città è citata come esempio di come l’autorità romana potesse essere esercitata in modo arbitrario, con indebite confische, oppressione fiscale e violazioni dei diritti dei cittadini locali. Nonostante le ingiustizie denunciate da Cicerone, le città siciliane, tra cui Catania, sono descritte come estremamente floride e ricche, grazie alla fertilità dei terreni circostanti, alle coltivazioni di grano, olive e vino, e alla posizione strategica per il commercio marittimo. La prosperità di Catania emerge proprio nei passi in cui Cicerone racconta come Verre, pur sfruttando e vessando la città, non riuscì a cancellarne la ricchezza e l’importanza economica nell’isola.
Una attiva vita, quindi, determinava la necessità di una ampia Città dei Morti, una Necropoli. La necropoli di Catania si estendeva in vaste aree a nord dell’odierno centro storico, in quella che oggi è la zona della Selva di Santa Maria di Gesù. Qui si trova uno dei monumenti più famosi: l’ipogeo romano (“ipogeo quadrato”), una grande tomba imperiale del I–II secolo d.C., che è una delle poche sopravvissute delle necropoli antiche. La struttura rettangolare misura circa 13 × 9 metri, con una parte parzialmente ipogeica, una scala di accesso e resti murari fino a 3 metri di altezza. Un’altra zona molto significativa è quella in via Androne, dove durante lavori recenti sono emerse tombe risalenti al tardo impero romano. In quell’area sono state scoperte almeno quattro tombe, di cui una a “cappuccina” (con due tegoloni inclinandosi a formare una sorta di tetto) contenente resti ossei, forse di un bambino. Inoltre, sono stati trovati elementi che indicano un uso funerario prolungato: mosaici pavimentali e tracce di una comunità cristiana, con sepolture che si sovrappongono a strutture più antiche. Nel giardino privato della Villa Modica, lungo il Viale Regina Margherita / Piazza Santa Maria di Gesù, sorge un mausoleo circolare romano, con ingresso ad arco e un diametro di circa 8 metri, che testimonia la monumentalizzazione dell’area funeraria. Un’altra struttura degna di nota è la Cappella / chiesa di San Gaetano alle Grotte, costruita su una grotta lavica: qui gli archeologi hanno identificato una cisterna ipogea romana, in seguito usata come sepolcreto paleocristiano.
L’Ipogeo Romano di Catania emerge come una delle testimonianze più eleganti e solenni della città imperiale. Situato nell’area settentrionale dell’antico abitato, questo sepolcro monumentale colpisce per le proporzioni e la complessità della struttura, che suggeriscono l’alto rango della famiglia a cui era destinato. La costruzione si sviluppa su due livelli, con un accesso monumentale che scende verso l’area ipogeica, come se l’ingresso stesso volesse preparare il visitatore a un viaggio nel tempo e nella memoria.
Il piano superiore a piramide – probabilmente non accessibile – doveva dominare il paesaggio circostante, visibile da lontano e immediatamente riconoscibile come simbolo di potere e prestigio. È facile immaginare come, nelle giornate di sole, la luce colpisse i suoi spigoli, rendendo l’ipogeo un punto di riferimento per chi si avvicinava alla città.
All’interno, la sala principale si apre come un piccolo santuario dei defunti, con nicchie per urne e sarcofagi disposti lungo le pareti. Pur non essendo sopravvissuti affreschi integri, i paragoni con altri ipogei meglio conservati suggeriscono che l’ipogeo fosse quasi certamente affrescato, con motivi mitologici, ritratti degli antenati o decorazioni geometriche in vivaci tonalità.
Il nucleo portante è realizzato con un opus coementicium, una malta romana composta da calce, sabbia vulcanica e scaglie di pietra lavica: questo conferisce alla struttura solidità e durata, oltre a un legame diretto con la geologia locale. Il rivestimento esterno utilizza un opus mixtum, ovvero una combinazione di tecniche: in alcuni settori troviamo opus vittatum (mattoni, usati soprattutto in corrispondenza degli angoli e su file regolari alla base), e in altri blocchi irregolari di pietra lavica in opus incertum. La presenza di mattoni e lava (pietra lavica) crea un contrasto visivo interessante, perché la pietra nera dell’Etna viene affiancata da laterizi di colore rossastro che giocano con le ombre e la luce. Uno degli aspetti più affascinanti riguarda l’uso della rena rossa (in siciliano “ghiara”), un materiale sabbioso di origine vulcanica, generato dal contatto termico tra suolo antico e colate laviche. Questa rena rossa ha proprietà “pozzolaniche”: significa che, miscelata con la calce, funzionava come legante per malte molto resistenti. Era largamente usata in edilizia romana nella zona etnea sia per l’intonaco che per le malte, e conferiva ai muri un caratteristico tono rosato o rossastro.
La scelta di una struttura così monumentale e raffinata indica senza ombra di dubbio che si trattava di una sepoltura nobile, destinata a una famiglia di rango elevato, probabilmente proprietaria di vaste terre o influente nelle istituzioni cittadine. L’ipogeo non è solo un luogo di riposo eterno, ma un segno tangibile della continuità tra memoria, prestigio sociale e architettura monumentale: un tempio sotterraneo alla vita e alla memoria, dove la pietra, la luce e il colore si incontrano in un’armonia pensata per durare nei secoli.
Nel corso del Medioevo, l’ipogeo romano situato nella Selva dell’area del convento di Santa Maria di Gesù fu riutilizzato dai monaci: secondo la Soprintendenza archeologica, venne trasformato in una calcara, ovvero in una fornace per la produzione della calce. Questa trasformazione pratico-industriale mostra come lo spazio funerario originario non fosse più percepito come sacro, ma venisse sfruttato come risorsa materiale dai frati, in funzione delle necessità del loro convento. In questo modo i monaci non solo “riciclarono” la struttura, ma –anche inconsapevolmente– contribuivano al degrado archeologico del sepolcro romano, alterando la sua configurazione originale.
Nel XVIII secolo, il pittore e architetto francese Jean‑Pierre Houël, durante il suo celebre Grand Tour in Sicilia, si fermò anche a Catania e rimase colpito dalle rovine antiche nascoste sotto la città barocca. Nei suoi quaderni di viaggio (‘Voyage pittoresque des isles de Sicilie’), Houël dedicò un acquerello all’Ipogeo Quadrato (l’ipogeo romano), raffigurandolo nel giardino della Selva del convento di Santa Maria di Gesù.
L’opera di Houël ebbe un grande valore: non solo documentò visivamente l’ipogeo in un’epoca in cui gli scavi archeologici erano molto rari, ma contribuì a suscitare l’interesse di studiosi, eruditi e mecenati locali. Grazie al suo disegno, la tomba tornò nell’attenzione antiquaria: venne poi completamente scavata nei primi anni dell’Ottocento, rendendo possibile la ricomposizione della struttura romana che oggi possiamo ancora ammirare.
Oggi l’Ipogeo Romano di Catania emerge come testimonianza preziosa in mezzo al tessuto urbano moderno, integrandosi con le strade e gli edifici che nel tempo hanno coperto gran parte delle necropoli antiche. La zona della Selva di Santa Maria di Gesù, dove sorge l’ipogeo, è stata progressivamente urbanizzata, con palazzi e infrastrutture che hanno modificato il paesaggio settecentesco e ottocentesco documentato da Houël. Nonostante l’espansione edilizia e le trasformazioni moderne, l’ipogeo conserva la sua monumentalità, offrendo oggi un raro esempio di sepolcro nobile romano visibile nel contesto urbano.
Gli scavi archeologici e le campagne di restauro hanno permesso di valorizzare la struttura, rendendola accessibile per visite guidate e studi accademici, mentre il contesto circostante riflette l’intreccio tra memoria storica e dinamiche cittadine contemporanee. L’area è così divenuta un punto di riferimento non solo per gli archeologi, ma anche per cittadini e turisti, un luogo dove l’antico dialoga con il presente: i mattoni rossi e la lava etnea, la cupola a piramide e le nicchie interne raccontano una storia millenaria che sopravvive tra le vie di una città viva, tra il rumore del traffico e le piazze animate del centro storico.
In questo senso, l’Ipogeo Romano non è più solo un monumento del passato, ma un simbolo della stratificazione urbana di Catania: un ponte tra le origini greco‑romane della città, il dominio romano e la vita moderna, dove memoria, architettura e paesaggio continuano a dialogare in modo unico e suggestivo.
Oggi l’Ipogeo Romano appartiene al Parco Archeologico di Catania, e la sua visita guidata è stata recentemente resa possibile grazie all’iniziativa Le Vie Dei Tesori nei mesi di ottobre e novembre 2025. Io, autore di questo articolo, ho avuto il piacere, in qualità volontario, di accompagnare un centinaio di visitatori attraverso i corridoi sotterranei e le nicchie monumentali, raccontando storie di pietra, lava e memoria, e condividendo la straordinaria bellezza di un luogo che sopravvive al tempo nel cuore della città.
In questo contesto, l’ipogeo non è solo un reperto archeologico, ma un luogo vivo, dove la storia incontra il presente: ogni passo tra i mattoni rossi e le pareti di lava dell’Etna diventa un ponte tra l’antica grandeur romana e la curiosità dei cittadini contemporanei. La sua riscoperta, la sua conservazione e la possibilità di farlo conoscere a un pubblico appassionato dimostrano che il passato può ancora parlare, affascinare e ispirare, continuando a illuminare la città di Catania con la sua storia millenaria.
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