Porta Garibaldi non è il vero Fortino. Tutta la storia del monumento al Re Lazzarone e delle fortificazioni cittadine di Catania
Ci sono cose che a Catania non puoi nominare apertamente. Una di queste è la morte. D'altronde i catanesi hanno coniato tutta una serie di detti coloriti per identificare questo passaggio inevitabile. Uno dei più famosi riguarda l'ultimo viaggio terreno: su puttanu 'e Tri Canceddi. Questo cimitero monumentale è stato edificato in località Acquicella nel 1866, quando i legislatori capirono che non era un'ottima idea quella di seppellire i morti all'interno delle mura cittadine. Almeno dal punto di vista igienico. Sicuramente più antico è il detto ci misunu u cappott'i lignu, cioè il cappotto di legno, una comodissima veste che un mortale indossa prima di iri a parrari - spiramu - ccu San Petru, cioè il custode del Paradiso.
Un passaggio obbligato per questo ultimo viaggio è Piazza Palestro. Ed è qui che anticamente andavano a confluire i lentissimi cortei funebri provenienti dalla città murata, dal centro storico. Questi cortei procedevano a passo d'uomo, fermandosi qua e là per lodare il defunto e consentire alle famiglie di disperarsi pubblicamente, manifestando e sfogando il proprio dolore. D'altra parte, anche oggi, quando si incontra un anziano che procede a 30 km/h sulla Statale senza alcuna ragione di farlo, la prima cosa che pensa il catanese è: ma chi sta accumpagnannu 'o mottu? Starà forse accompagnando un morto nel suo ultimo viaggio al cimitero? In quest'ultimo saluto, sicuramente, non sta bene parlare male del morto. Questo, infatti, va sempe lodato ed incensato, anche se durante la sua vita ha condotto un esistenza non proprio... encomiabile.
Giunti a Piazza Palestro (oggi Google Maps dice che ci troviamo a 13 minuti a piedi dal cimitero), le famiglie dei defunti facevano quasi una gara a chi si disperava di più per la morte del defunto di turno. Magari, però, quando era in vita non l'avevano aiutato. Magari, forse, gli avevano fatto anche qualche "mala patti" (lett. brutta parte, brutta azione, azione nociva). E se il morto era stato accussì tinto (così deprecabile) da non avere nessun altro oltre i parenti stretti ad essere disposti a piangerlo, nessun problema: si potevano acquistare i servizi di alcune donne che, a pagamento, erano pronte a disperarsi per una persona che non conoscevano nemmeno. Queste donne non si limitavano a piangere, ma seguivano un vero e proprio canovaccio teatrale: si scioglievano i capelli, si graffiavano il viso, si strappavano le vesti e intonavano lamenti ritmici che esaltavano le virtù, reali o inventate, del morto. Si tratta della storica e radicata tradizione delle prefiche (chiamate in siciliano reputatrici o repitatrici), figure centrali dei rituali funebri non solo a Catania, ma in tutto il bacino del Mediterraneo.
Proprio per questo motivo, prende nome da questa pratica: u chianu 'i minzogni. La piazza delle bugie. Delle false lodi. Come ricordava ironicamente il grande attore catanese Angelo Musco (che nacque proprio in un'abitazione tra via Garibaldi e il Fortino): Macari cu campau di mala nomina, doppu ca mori è sempri la buonanima (Anche chi in vita ha avuto una brutta reputazione, dopo la morte diventa sempre una buonanima).
Piazza Palestro, u Futtinu
All'ufficio del Catasto è denominata Piazza Palestro, scelta per onorare l'omonima battaglia del 1859, evento-chiave che che celebrò l'alleanza franco-piemontese contro l'Impero Austriaco, contribuendo a raggiungere l'Unità d'Italia. Sul lato della piazza sorge la piccola Chiesa del Santissimo Crocifisso di Majorana (comunemente nota come Chiesa dei Majorana). Edificata intorno al 1700 grazie alle donazioni dei residenti, la sua origine non è legata alla celebre famiglia del fisico Ettore Majorana, bensì a una singolare vicenda botanico-artistica. La tradizione racconta infatti che nei paraggi fu rinvenuta un'antica immagine del Crocifisso dipinta su un muro diroccato. Per realizzarla, l'ignoto autore non aveva utilizzato i classici pigmenti chimici, ma il succo estratto dalla pianta della maggiorana, che all'epoca cresceva spontanea e rigogliosa in questa zona allora periferica della Catania post-terremoto.
Sul lato opposto, quasi a voler fare da contraltare drammatico alle false lodi del chianu, si staglia la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù al Fortino. A dispetto del nome attuale, l'edificio custodisce una delle storie più cupe ed enigmatiche del quartiere, tanto che i catanesi di una certa età la ricordano ancora come la chiesa delle Anime del Purgatorio o dei Giustiziati. Costruita nel 1864 sulle rovine di un'antica cappella, la chiesa nacque con uno scopo ben preciso: accogliere e dare sepoltura ai condannati a morte, le cui esecuzioni pubbliche venivano eseguite non lontano. Sebbene la struttura superiore che vediamo oggi sia stata completata nei primi anni del Novecento, il vero cuore storico è la sua cripta ipogea. In questa cappella sotterranea venivano raccolte le spoglie dei giustiziati e celebrate le messe di suffragio per le loro anime, considerate le "anime purganti" per eccellenza. Mentre all'esterno andava in scena la recita del finto lutto per i defunti altolocati, tra le mura di questa cripta si consumava l'ultimo, silenzioso rifugio per gli emarginati dal mondo.
Un altro argomento tabù a Catania è quello del tradimento, delle corna. Quando qualcuno viene tradito, non si dice mai esplicitamente. Si può ad esempio dire che, a confronto, u cevvu è tignusu (calvo).
Oppure ca non ci passa do Futtinu.
Il paradosso è chiaro. L'arco di trionfo di Porta Garibaldi è immenso, altissimo e larghissimo. Ci potrebbe passare comodamente un intero palazzo. Ma lui/lei... ne ha talmente tante...
Su questo quartiere e monumento circola anche una splendida poesia popolare, raccontata in varie versioni:
Ci pensi quannu stavumu o’ Furtinu
‘intra dda casuzza ca pareva ‘n chianu.
Li surgi ca facevanu fistinu,
lu jattu grossu ‘n jornu s’ammuccanu!
Iu t’accattai lu mobili finu,
du’ culunnetti vecchi e ‘n cantaranu,
du’ tavuli, du’ trispiti e ‘n littinu,
cu n’amuarra di secunna manu.
Ni maritamu a’ chesa do’ ‘Ndrizzu,
pi saristanu c’era Neddu ‘u pazzu.
Tu ci àvevi la vesti cu lu pizzu
di robba vecchia di lu matarazzu.
Iu era megghiu di ‘n cavallarizzu
cu lu vistitu miu di cannavazzu,
ma mi pungeva assai chiù d’un rizzu
e caminava facennu pruvulazzu.
Intra la casa c’eranu ammitati,
Triulu, Malanova e Scuntintizza,
lu cummananti di li scupastrati,
Cicciu Buttigghia e Minicu Sasizza.
Purtaru pi rijalu tri pignati,
‘na scupa e ‘na scupitta spinnatizza,
du’ seggi, du’ pareddi spurtusati,
‘na grattarola cu porta munnizza
Comu ti poi scurdari lu me’ amuri,
quanti cusuzi ti fici mangiari,
iu t’addubbai di cavuliciuri,
di rapanelli ti fici saziari
Oppure, in un'altra versione
T'arrioddi quannu staumu a futtinu
n'da na casuzza ca pareva n''chianu
unni i suggi faceunu fistinu
u patrun'i casa era parrinu
e vuleva a misata manu a manu
ci rissi sugnu cca, v'aspettu co lignu a mano.
O ancora
Tu rivoddi quannu stavumu ‘o furttinu,
‘nta na casa ca pareva ‘ncammarinu,
li surgi ni mangiavanu li peri
ppi non ‘aviri ‘ngnattu,
chi rischiu ca currevi
Oppure
Ci pensi quannu stavumu ‘o furttinu,
na dda casuzza ca pareva ‘nchianu
i surgi ca facevunu ‘nfistinu
e u patruni ‘i casa era ‘nparrinu
Oppure
Ci pensi quannu stavumu ‘o furttinu,
na dda casuzza ca pareva ‘nchianu
i surgi ca facevunu ‘nfistinu
e a notti, tutti i peri ni muzzicanu
Adesso, tornando seri, riprendiamo brevemente la storia di questa porta, la sua nascita e le altre fortificazioni storiche catanesi.
Il regno di Carlo V d'Asburgo (1516-1556 come Re di Spagna e Sicilia, e 1519-1556 come Imperatore del Sacro Romano Impero) è stato uno dei più vasti e complessi della storia. Governando su un territorio così immenso da essere definito "l'impero su cui non tramonta mai il sole", Carlo V si trovò al centro di continue guerre in Europa (contro la Francia e i prìncipi protestanti) e nel Mediterraneo. Qui subiva le incursioni dei pirati saraceni. Nel XVI secolo, con il termine Saraceni o Turchi si indicavano genericamente i musulmani e, nello specifico, i pirati barbareschi provenienti dagli stati costieri del Nord Africa (Algeri, Tunisi e Tripoli), protetti ed incentivati dall'Impero Ottomano. Le flotte corsare, guidate da temibili ammiragli come Kair ed-Din (detto il Barbarossa), flagellavano costantemente le coste siciliane e catanesi. I loro scopi principali erano saccheggiare le ricchezze locali, distruggere i simboli cristiani e rapire le popolazioni civili per rivenderle come schiavi nei mercati nordafricani. Gli attacchi avvenivano di sorpresa, spesso di notte o all'alba. Questo clima di costante terrore costrinse persino a modificare le vie di comunicazione commerciali, spostandole verso l'interno dell'isola per evitare le pericolose strade costiere.
Per proteggere Catania dalle devastanti incursioni dei pirati barbareschi e per adeguarla alle nuove e distruttive armi da fuoco (l'artiglieria pesante), Carlo V diede ordine al viceré Giovanni de Vega di riprogettare completamente le difese cittadine. Le vecchie mura medievali, ormai obsolete, vennero sostituite da una mastodontica opera ingegneristica.
Mappa delle Mura di Carlo V tratta dal pregiato libro "Catania prima del 1693" di Guglielmo Policastro
L'imponente cinta muraria in pietra lavica e malta era stata progettata dall'architetto militare Antonio Ferramolino. Il sistema difensivo, concepito per resistere alle cannonate grazie a spesse scarpate, circondava interamente la città del tempo. La nuova fortificazione contava ben 11 bastioni. Tra i più famosi e parzialmente visibili ancora oggi figurano il Bastione degli Infetti, situato nella zona dell'Antico Corso; il Bastione del Tindaro, nei pressi del perimetro dei giardini dei Benedettini; il Bastione San Giorgio, posto a protezione del Castello Ursino. Per regolare l'ingresso in città furono edificate nove porte. L'unica rimasta strutturalmente integra è la celebre Porta di Carlo V (conosciuta anche come Porta dei Canali), situata alla Pescheria.
Oltre alle mura cittadine, Carlo V e i suoi viceré progettarono una fitta rete di torri costiere e di avvistamento lungo tutto il litorale catanese e ionico. Facendo una ricognizione di tutte le strutture costiere dell'epoca oggi esistenti, a sud il Castello Ursino, prima del 1669 si trovava sul mare. Più avanti, le garitte di avvistamento di Piazza Europa del "solarium di Ognina" e di Santa Tecla. Infine le torri spagnole di Ognina (oggi campanile della Chiesa) e di Roccalumera (famosa grazie al poeta Salvatore Quasimodo).
Torre Saracena di Roccalumera
Similmente, nella vicina Contea di Mascali, erano presenti "sette torri", delle quali la più famosa è Torre Archirafi.
Dopo l’abdicazione di Carlo V nel 1556 e la sua morte nel 1558, l'immenso impero venne diviso. La Sicilia e Catania passarono sotto il dominio di suo figlio, Filippo II di Spagna, inaugurando il lungo e complesso periodo del vicereame spagnolo (il cosiddetto secolo dei "Filippi": Filippo II, III e IV). Politicamente, per Catania e per l'intera isola si aprì un'era caratterizzata da un centralismo soffocante, da una fortissima pressione fiscale per finanziare le guerre della corona spagnola e, purtroppo, da una serie di catastrofi naturali e rivolte sociali che misero in ginocchio la città nel corso del XVII secolo. A Filippo IV successe il figlio Carlo II d'Asburgo, l'ultimo re della dinastia spagnola. Carlo II era affetto da gravi problemi di salute sia fisici che mentali, e non lasciò eredi. Fu proprio durante il suo debole regno che la città subì le sue due peggiori catastrofi materiali: la devastante eruzione dell'Etna del 1669 e il terremoto dell'undici gennaio 1693. Politicamente, però, l'efficienza della corona si vide nella ricostruzione: fu l'amministrazione di Carlo II a inviare il Duca di Camastra per riprogettare Catania in stile barocco.
Le Mura di Carlo V, in particolare nel tratto che oggi corrisponde a Via Plebiscito, vennero ricoperte proprio dalla colata lavica e, poco più avanti, in un luogo che corrisponde all'attuale Via Sacchero, venne edificato un fortino, inteso come un avamposto difensivo. Detto anche Porta di Ligne, il Fortino Vecchio è una porta fortificata di Catania, eretta nel 1672 dal viceré Claudio Lamoral, principe di Ligne, sulla colata lavica ancora calda. Mentre il resto del fortilizio seicentesco è andato distrutto o è stato inglobato dalle costruzioni successive, l'antico arco in pietra lavica e i suoi stipiti sono sopravvissuti e sono tuttora visibili.
A causa dell'esistenza di questa fortificazione, il quartiere prese il nome di "Fortino".
Con la morte di Carlo II senza figli, si estinse il ramo spagnolo degli Asburgo. Questo scatenò la Guerra di Successione Spagnola, un conflitto europeo totale per decidere chi dovesse ereditare l'immenso impero.
La corona passò inizialmente al francese Filippo V di Borbone (nipote di Luigi XIV, il Re Sole), ma le altre potenze europee si opposero fermamente per evitare un blocco franco-spagnolo troppo potente. La Sicilia si trovò così al centro delle trattative geopolitiche.
Il trattato di pace che pose fine alla guerra (il Trattato di Utrecht del 1713) smembrò i territori spagnoli. Per la Sicilia iniziò un ventennio frenetico di passaggi di mano.
La Sicilia venne assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, che divenne così Re di Sicilia. I piemontesi cercarono di modernizzare l'amministrazione e limitare i privilegi del clero, scontrandosi duramente con il clero locale e con l'Università di Catania, che difendeva le proprie storiche autonomie. Dopo una nuova breve guerra, i Savoia scambiarono la Sicilia con la Sardegna. L'isola passò così agli Asburgo d'Austria sotto l'imperatore Carlo VI. Gli austriaci imposero tasse ancora più pesanti per mantenere i loro eserciti, aumentando il malcontento dei catanesi.
Il caos politico terminò nel 1734, quando don Carlos di Borbone (figlio del Re di Spagna) conquistò militarmente il Sud Italia e la Sicilia, strappandoli agli austriaci e incoronandosi re come Carlo III di Borbone. Per la prima volta dopo secoli, la Sicilia smise di essere un vicereame governato da lontano e tornò a far parte di un regno indipendente (il Regno di Napoli e di Sicilia).
Quando il giovane Carlo III di Borbone salì al trono nel 1734, ponendo fine al caotico valzer di dominazioni straniere, la Sicilia smise di essere un vicereame sfruttato da lontano e divenne parte di un regno indipendente. A Catania i Borbone trovarono una città ancora ferita dal terremoto del 1693, ma in piena ricostruzione barocca. Il governo borbonico assecondò questo fermento. Venne completato lo splendido Monastero dei Benedettini di San Nicolò l'Arena, l'Università di Catania (il Siculorum gymnasium) ricevette nuovi privilegi e cattedre, e il litorale catanese vide fiorire il commercio della seta e dei prodotti agricoli legati all'Etna.
Nel 1759, quando suo padre Carlo III lasciò il Sud Italia per andare a fare il Re di Spagna, Ferdinando ereditò il trono di Napoli a soli 8 anni con il nome di Ferdinando IV di Napoli. Detestava lo studio, i libri e i doveri di corte. Amava invece la caccia, la pesca e la compagnia dei popolani napoletani (i lazzaroni), di cui parlava correntemente il dialetto. Per questo fu soprannominato il Re Lazzarone.
Ma Ferdinando IV era anche il terzo. Nello stesso momento in cui divenne Re di Napoli, infatti, ereditò anche il Regno di Sicilia. Tuttavia, nella cronologia dei sovrani dell'isola, i precedenti re con quel nome erano stati solo due (Ferdinando I d'Aragona e Ferdinando il Cattolico, che in Sicilia era Ferdinando II). Di conseguenza, per i siciliani, lui era ufficialmente Ferdinando III.
Dopo la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna, Ferdinando tornò in possesso di tutti i suoi territori. Decise di compiere un atto politico radicale: cancellò l'autonomia dei due regni separati e li fuse in un unico stato centralizzato. L'8 dicembre 1816 nacque il Regno delle Due Sicilie. Essendo il primo sovrano di questo nuovo organismo politico, azzerò il passato e assunse il titolo di Ferdinando I. fu questa mossa a scatenare la satira popolare:
Ferdinando il quarto,
fu terzo e tornò primo;
e se continua questo scherzo
diventerà anche zero
Nel 1768, il giovane Ferdinando IV di Napoli/III di Sicilia sposò l'arciduchessa Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, figlia dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria e sorella della regina di Francia Maria Antonietta. Con questo matrimonio, la corte di Napoli si staccò progressivamente dall'influenza di Madrid per legarsi a quella dell'Impero d'Austria e degli Asburgo, la più potente dinastia continentale.
Poiché Ferdinando era un vero Lazzarone coi fiocchi disprezzava la politica, il contratto di matrimonio prevedeva che Maria Carolina entrasse nel Consiglio di Stato non appena avesse partorito il primo erede maschio. Da quel momento, fu lei a governare. Maria Carolina trasformò il regno in uno stato moderno, colto, ma anche fortemente accentratore, introducendo intellettuali massoni al governo e potenziando il controllo sulle province, Sicilia inclusa.
Il Senato di Catania ordinò l'edificazione di un grandioso arco trionfale in pietra lavica e calcare bianco: la Porta Ferdinandea (oggi situata in Piazza Palestro). L'opera fu eretta nel 1768 su progetto degli architetti Stefano Ittar e Francesco Battaglia. L'opera, progettata da Stefano Ittar e Francesco Battaglia era un gigantesco manifesto politico a cielo aperto. Decorata con i simboli dei Borbone e degli Asburgo, presentava al centro la figura della Fenice, l'uccello mitologico che risorge dalle proprie ceneri, accompagnata dal motto: Melior de cinere surgo cioè risorgo più bella dalle mie ceneri. Era l'omaggio di Catania alla corona e l'affermazione del proprio orgoglio cittadino.
Dopo la morte di Ferdinando I nel 1825, il trono di Napoli e Sicilia passò ai suoi discendenti. Questo periodo fu caratterizzato da una Catania sempre più rivoluzionaria e intollerante verso il centralismo napoletano. Francesco I fu il figlio del Lazzarone. Il suo fu un regno breve e politicamente grigio, dominato dalla corruzione amministrativa. A Catania e in Sicilia aumentò il distacco della nobiltà locale dalla corona. Ferdinando II fu il Nipote del Lazzarone. È il famoso "Re Bomba". Sebbene all'inizio avesse cercato di modernizzare il regno, si trasformò in un sovrano spietato per soffocare i moti indipendentisti. Sotto il suo regno, Catania subì la feroce repressione del 1837 e i bombardamenti del 1849. L'ultimo re borbone delle Due Sicilie, soprannominato "Franceschiello", era il pronipote di Ferdinando I. Giovane e indeciso, si trovò a gestire l'ondata del Risorgimento. Nel 1860, l'arrivo di Garibaldi a Catania e in Sicilia ne decretò la fine del potere.
L'11 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi sbarca a Marsala con i suoi Mille. Francesco II e i suoi generali commisero un gravissimo errore di valutazione: sottovalutarono Garibaldi, considerandolo poco più di un pirata. L'esercito borbonico in Sicilia, pur essendo immensamente superiore per numero e armamenti, si dimostrò lento e disorganizzato a causa di ordini contraddittori provenienti da Napoli. Mentre Garibaldi avanzava, la provincia di Catania insorse autonomamente. Nacque un comitato insurrezionale guidato da patrioti locali che armò i cittadini (i picciotti). Le truppe borboniche si asserragliarono dentro la città, posizionando cannoni e soldati nei punti strategici, tra cui il Castello Ursino.
Le forze garibaldine, guidate dal colonnello Giuseppe Poulet, insieme agli insorti catanesi, attaccarono la città. Entrarono proprio dal Fortino, attraverso l'attuale Via Palermo (che confluisce in Piazza Palestro), un tempo sorvegliata dal Vecchio Dazio, che collegava proprio i due principali centri della Sicilia.
Ne seguì una sanguinosa battaglia urbana. I catanesi sparavano e lanciavano oggetti dai balconi contro i soldati del re, rendendo Catania una trappola mortale per i borbonici. A causa della rivoluzione di Giuseppe Garibaldi e del crollo definitivo della dinastia dei Borbone nel 1860, il "Fortino" subì una vera e propria "epurazione politica" e un radicale cambio di identità. Non appena le truppe borboniche furono cacciate dalla città grazie alla rivolta e all'arrivo dei garibaldini, la Porta Ferdinandea venne ufficialmente ribattezzata Porta Garibaldi. Anche la lunghissima strada rettilinea che partiva dal Duomo e arrivava fino all'arco (l'antica Strada Ferdinandea) cambiò nome e divenne l'attuale Via Giuseppe Garibaldi.
La vista su Via Garibaldi dalla metà destra del Fortino
Alla Statua di Ferdinando I di Borbone a Catania toccò una fine letteralmente traumatica che rispecchiava alla perfezione l'odio feroce dei catanesi verso la sua dinastia. Oggi l'opera è famosa tra i cittadini con il nome popolare di 'A statua senza testa, ed è protagonista di una delle storie risorgimentali più singolari della città. L'opera, una scultura in marmo alta più di tre metri, fu commissionata allo scultore catanese Antonio Calì (allievo del celeberrimo Antonio Canova). Sebbene dovesse essere eretta molti anni prima, la cronica mancanza di fondi della Catania dell'Ottocento ne fece slittare l'inaugurazione fino al 1853, quando fu posizionata nel centralissimo Largo San Francesco. La statua mostrava il monarca avvolto in un sontuoso mantello cerimoniale con i gigli borbonici, mentre reggeva uno scettro (o una pergamena) nella mano destra. La statua rimase integra per appena sette anni. Nel maggio del 1860, con lo sbarco dei Mille e il successo della rivolta risorgimentale che scacciò le truppe del giovane re Francesco II, la furia antiborbonica del popolo catanese e dei soldati garibaldini si abbatté sui monumenti della dinastia. La statua di Ferdinando I venne assaltata e decapitata di netto con colpi di piccone per cancellare visivamente il volto del tiranno. Lo scettro regale gli venne strappato dalla mano.
La testa di marmo di Ferdinando I cadde a terra e sparì nel nulla: non è mai più stata ritrovata, probabilmente distrutta o gettata in mare per spregio. La stessa identica sorte toccò alle altre due statue borboniche realizzate dal Calì a Catania, quelle di Francesco I e Ferdinando II, anch'esse decapitate e oggi conservate in condizioni acefale a Villa Pacini. Per evitare ulteriori disordini, ciò che restava del corpo di marmo di Ferdinando I venne rimosso da Largo San Francesco e nascosto per oltre un secolo nei magazzini municipali e nei sotterranei dell'ex Monastero dei Benedettini. Soltanto nel 1964 il Comune di Catania decise di recuperare il monumento, scegliendo deliberatamente di non restaurarlo e lasciarlo acefalo, come perenne testimonianza storica di quel turbolento passaggio d'epoca. Oggi, è collocata in una piccola aiuola lungo la storica Via Cardinale Dusmet, proprio alle spalle del monumentale Palazzo Biscari e a ridosso degli Archi della Marina.
Le tre statue decapitate dagli antiborbonici
Ad un certo punto, in tempi moderni, gli ricostruirono una testa decisamente piccola e sproporzionata rispetto al resto del corpo, che fu rimossa.
La struttura è celebre per l'alternanza cromatica delle pietre utilizzate, che creano un forte contrasto visivo tra il nero della pietra lavica dell'Etna e il bianco della pietra calcarea di Lentini.
Il monumento è ricco di allegorie ed elementi decorativi legati all'identità cittadina. Tra questi spiccano i riferimenti a Sant'Agata, l'elefante (simbolo della città) e soprattutto la figura della Fenice accompagnata dal celebre motto "Melior de cinere surgo" (Risorgo sempre più bella dalle mie ceneri), metafora perfetta di una Catania ricostruita più volte dopo terremoti ed eruzioni.
L'arco trionfale era un manifesto dei Borbone. Sulla parte più alta del monumento, al centro, svettava originariamente un grande busto marmoreo del re Ferdinando di Borbone.
Con la caduta del regno a opera di Garibaldi, quel busto regale venne considerato un simbolo di oppressione. I catanesi lo rimossero e lo distrussero. Per riempire il vuoto lasciato dal ritratto del re, anni dopo venne installato il grande orologio circolare che ancora oggi decora la sommità della porta, affiancato dagli storici simboli allegorici (l'aquila e l'elefante di Catania).
Durante la Seconda Guerra Mondiale, tra il 1940 e il 1943, Catania visse uno dei periodi più tragici e devastanti della sua storia millenaria. A causa della sua posizione geografica e delle sue infrastrutture (l'aeroporto di Fontanarossa, il porto e la stazione ferroviaria), la città divenne un obiettivo militare strategico di primaria importanza sia per l'Asse (Italo-Tedeschi) che per gli Alleati (Anglo-Americani). Dopo lo sbarco alleato in Sicilia del 10 luglio 1943, Catania divenne il fulcro della resistenza dell'Asse. Per bloccare l'avanzata della 8ª Armata britannica del generale Bernard Montgomery verso Messina, i tedeschi decisero di fare della Piana di Catania e del fiume Simeto una linea difensiva invalicabile. Tra il 13 e il 16 luglio 1943, attorno al Ponte di Primosole (sul fiume Simeto, alle porte sud di Catania), si consumò uno scontro corpo a corpo ferocissimo. I paracadutisti britannici si scontrarono con i paracadutisti d'élite tedeschi (Fallschirmjäger). Il fiume si tinse di rosso e il ponte cambiò di mano più volte prima che i britannici riuscissero a conquistarlo, a prezzo di enormi perdite da ambo i lati. Durante l'estate del 1943, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, sotto il "Fortino" (sia la monumentale Porta Garibaldi che l'antistante quartiere) passarono prima i soldati tedeschi in ritirata e, subito dopo, le truppe corazzate britanniche che occuparono la città.
Fonte: https://collection.nam.ac.uk/detail.php?q=searchType%3Dsimple%26resultsDisplay%3Dlist%26simpleText%3DCatania%2BPorta%2BGaribaldi&pos=0&total=1&page=1&acc=1975-03-63-14-38
Nel 1943, proprio durante la convulsa ritirata delle truppe dell'Asse e l'ingresso degli inglesi, l'enorme orologio monumentale originale del Fortino venne rubato e distrutto. Il grande orologio di oltre due metri di diametro, che i catanesi avevano installato sulla sommità dell'arco per coprire il vuoto lasciato dalla rimozione del busto di Ferdinando I, fu completamente smontato. I ladri lo fecero letteralmente a pezzi per rivendere i preziosi ingranaggi metallici e il bronzo al mercato nero, in una città stremata dalla fame e dalla guerra. Nel 1946, non appena la guerra finì, la popolazione del quartiere del Fortino si mobilitò in massa. Una cooperativa di lavoratori agricoli della zona protestò e ottenne dal Comune l'installazione di un nuovo orologio. L'interno delle monumentali strutture laterali del Fortino si trasformò in una sede operativa e in un piccolo deposito di attrezzi agricoli. È proprio dall'interno di quel piccolo vano che partiva la stretta scaletta coclideche conduceva in cima alla terrazza dell'orologio.
La scala coclide del Fortino
La scala scende avvolgendosi in senso orario attorno a un perno centrale massiccio, comunemente chiamato anima, formato dal blocco terminale di ciascun gradino sovrapposto. I gradini presentano la tipica geometria trapezoidale a fetta di torta, risultando più larghi e comodi verso il muro esterno per poi restringersi progressivamente fino a diventare minimi in prossimità del fulcro centrale. La superficie dei gradini è volutamente irregolare e ruvida per garantire una migliore aderenza durante la discesa, mentre la parete circostante è rifinita con una malta grossolana e pietra spaccata.
Orazio Oteri era un operaio della cooperativa agricola, che dopo pochi mesi fallì. Essendo l'orologio un meccanismo a carica manuale che richiedeva una manutenzione costante (bisognava salire i gradini ogni giorno per dargli la corda ed evitare che si fermasse), l'uomo si insediò con la propria famiglia in quel minuscolo spazio, ereditando la gestione quotidiana di quel particolarissimo angolo di Catania condiviso tra la cura del tempo e il lavoro dei campi. Un giorno di dicembre del 1952, mentre Orazio era assente dai locali, un vigile urbano notò delle bombole di gas stoccate nei pressi dell'ingresso dello stanzino all'interno del Fortino. Oteri fu ingiustamente accusato di vendita illecita e abusiva di gas. Nonostante l'uomo fosse totalmente innocente e estraneo a quel traffico, la macchina burocratica si mosse con spietata freddezza. A causa di quella denuncia, il Comune di Catania gli revocò immediatamente la concessione dei locali. Orazio Oteri, uomo mite, onesto e orgoglioso del proprio lavoro, si vide cacciato insieme alla moglie e ai suoi quattro bambini da quello che non era solo il suo alloggio, ma il luogo che proteggeva giorno dopo giorno. L'umiliazione pubblica e il trauma di essere scambiato per un delinquente lo segnarono profondamente.Stremato dal dolore e dalla vergogna di quell'ingiustizia, Orazio si ammalò gravemente e morì poco tempo dopo, nel 1954, a soli 33 anni. La moglie raccontò ai vicini che il marito era morto improvvisamente "a causa del grande dispiacere" (crepacuore) per quell'accusa infamante.
Dopo la drammatica scomparsa di Orazio, nessun altro volle o seppe prendere il suo posto. Per decenni, la complessa macchina del grande orologio a carica manuale rimase completamente abbandonata a se stessa, ferma e muta. Le lancette smisero di girare, congelate nel tempo, quasi a voler rispettare il lutto per la fine del suo fedele custode che per anni aveva risalito quella scaletta ogni mattina alle 8:00 in punto. Dopo lo sfratto e la prematura scomparsa di Orazio Oteri nel 1954, la sua famiglia (la moglie e i quattro figli piccoli) sprofondò in una situazione di estrema povertà e isolamento.
Negli Anni '70, l'orologio è stato dotato di un meccanismo di automatizzazione della ditta di Roberto Trebino (Uscio, GE). A partire da questo momento non è stato necessario che qualcuno avviasse i meccanismi manualmente.
Quelli che una volta erano stati gli stanzini della cooperativa agricola e l'alloggio del custode Orazio Oteri vennero completamente requisiti e riadattati a uffici logistici. I Vigili Urbani vi insediarono una postazione fissa fino ai primi anni '2000 per presidiare la complessa viabilità e la sicurezza della zona ovest di Catania, un'area ad altissima densità popolare, come raccomtato da chi frequentava il quartiere in epoca recente.
Nel 2024, il Fortino di Catania (la storica Porta Garibaldi, nota anche come Porta Ferdinandea) è stato al centro di un importante e atteso intervento di restauro conservativo e messa in sicurezza. I lavori sono iniziati nei primi mesi del 2024 e sono stati finanziati con circa 400 mila euro provenienti dai fondi del PNRR. L'obiettivo principale è stato il consolidamento delle parti danneggiate del monumento settecentesco progettato da Stefano Ittar.
Sebbene i lavori principali si siano conclusi a fine 2024, il monumento è tornato a far parlare di sé successivamente, nella primavera del 2026, a causa del distacco improvviso di una delle sfere decorative in pietra bianca sulla sommità, poi ripristinata e ricomposta definitivamente qualche mese dopo.
Il 10 e l'11 ottobre 2026, il Fortino riapre al pubblico grazie all'associazione palermitana Le vie dei Tesori, in occasione del loro ventennale e del nono anno di attività nella città di Catania.



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