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Porta Garibaldi non è il vero Fortino. Tutta la storia del monumento al Re Lazzarone e delle fortificazioni cittadine di Catania

Ci sono cose che a Catania non puoi nominare apertamente. Una di queste è la morte. D'altronde i catanesi hanno coniato tutta una serie di detti coloriti per identificare questo passaggio inevitabile. Uno dei più famosi riguarda l'ultimo viaggio terreno: su puttanu 'e Tri Canceddi . Questo cimitero monumentale è stato edificato in località Acquicella nel 1866, quando i legislatori capirono che non era un'ottima idea quella di seppellire i morti all'interno delle mura cittadine. Almeno dal punto di vista igienico. Sicuramente più antico è il detto ci misunu u cappott'i lignu , cioè il cappotto di legno, una comodissima veste che un mortale indossa prima di iri a parrari - spiramu - ccu San Petru , cioè il custode del Paradiso.   Un passaggio obbligato per questo ultimo viaggio è Piazza Palestro. Ed è qui che anticamente andavano a confluire i lentissimi cortei funebri provenienti dalla città murata, dal centro storico. Questi cortei procedevano a passo d'uomo...

Le fotografie durante i viaggi: abitudine, ossessione o racconto?

Eh, quanto erano belli gli anni Settanta, quando c'erano i rullini da 12, 24 o 36 scatti ed ogni fotografia aveva un costo che oggi definiremmo esorbitante...

I discorsi che iniziano in questo modo mi danno già fastidio. Ma i lettori di Ad Muzzum conoscono già questo fenomeno: ogni avanzamento tecnologico, ogni generazione che passa, ogni cambiamento collettivo dello stile di vita, porta con sé la sensazione che il Mondo precedente fosse più autentico. Funziona proprio così il mondo dei nostalgici e di chi non riuscirà mai ad adattarsi.

I famigerati rullini, comunque, resistettero ancora a lungo, fino a quando, nei primi anni Duemila, la fotografia iniziò a cambiare faccia. Erano anni che ricordo anch'io. All'inizio, avevo solo qualche fotocamera usa e getta per bambini. Poi, alla prima comunione, la mia prima macchina fotografica digitale. Non avevo un telefonino (quello sarebbe arrivato a tredici anni, con la gita a Torino, e non faceva certamente fotografie), né tantomeno uno smartphone (i primi ho iniziato ad averli intorno all'inizio dell'Università).

Mi ero avvicinato alla fotografia, perché, nella mia testa avrei portato la macchina fotografica con me durante le mie passeggiate naturalistiche, per documentare e comprendere la flora e la fauna del luogo dove mi trovavo. A otto anni.

 Anemone hortensis

Peccato che... non andassi così spesso a fare passeggiate naturalistiche, che la macchina fotografica era quasi un oggetto da venerare e da non portare nelle esperienze più avventurose. E questa idea non proveniva certo da me. In quell'epoca, anche se piuttosto vicina, la macchina fotografica digitale era ancora un bene costoso, delicato.

Abbandonata sul nascere l'idea della fotografia naturalistica, trovai però un altro motivo per portare con me quella macchina fotografica: documentare i luoghi che visitavo durante i viaggi. In quel periodo la mia famiglia aveva una sorta di tradizione: cercavamo di visitare una regione italiana ogni anno. Da quel che ricordo, arrivammo a esplorare l'Umbria, la Puglia, la Toscana e l'Emilia-Romagna, prima di entrare definitivamente in quella fase dell'adolescenza in cui le estati iniziarono a essere vissute in modo più autonomo, lontano dai viaggi familiari.

 San Marino, 2008

Certamente era un miglioramento enorme rispetto ai rullini degli anni Settanta: non bisognava più scegliere ogni singolo scatto e si potevano controllare immediatamente i risultati. Tuttavia, anche la fotografia digitale dei primi anni Duemila aveva ancora dei limiti. Le schede di memoria avevano capacità ridotte, le macchine fotografiche non permettevano di accumulare migliaia di immagini e spesso bisognava trasferire le fotografie sul computer per liberare spazio. 

Al rientro a casa, quelle fotografie venivano rinominate e conservate nel computer. Non esistevano Google Lens o sistemi automatici capaci di riconoscere luoghi e soggetti: se non avessi scritto Duomo di Orvieto o Gallipoli, con il passare degli anni sarebbe diventato sempre più difficile ricordare cosa rappresentassero quelle immagini. Al massimo si sarebbe potuto procedere per tentativi. Era un rituale lungo e un po' faticoso, in cui ero inizialmente aiutato da mio padre. 

Quelle fotografie sono ancora lì, sopravvissute al passare degli anni, organizzate e archiviate nello stesso identico modo che avevo utilizzato allora. Un piccolo sistema nato quasi per gioco durante l'infanzia, ma che nel tempo è diventato il modo con cui costruisco e preservo la memoria dei miei viaggi.

Duomo di Orvieto, 2005

Gallipoli, 2006

Durante l'adolescenza ricordo invece un periodo di calo dell'interesse per la fotografia, testimoniato anche dalle poche cartelle rimaste ancora oggi sul computer. Qualche viaggio, qualche occasione particolare, ma nulla di paragonabile all'entusiasmo degli anni precedenti. Era probabilmente una fase naturale: cambiano le priorità, cambiano gli interessi e il mondo dei ragazzi si sposta progressivamente fuori dalla dimensione familiare. I viaggi non erano più soltanto quelli organizzati con i genitori, ma iniziavano ad assumere forme diverse, legate agli amici, alla scuola e alle prime esperienze di autonomia.

Restano sicuramente delle belle foto legate a quel periodo: le gare di Canottaggio, le esplorazioni delle grotte etnee, i viaggi a Parigi e Barcellona, lo scambio culturale in Polonia.

 Stalattite di rifusione presente all'interno di Grotta Petralia

Poi arrivò una fase in cui la fotografia smise semplicemente di interessarmi. O, forse, iniziò a interessarmi per il motivo sbagliato: non perché avessi qualcosa da osservare o da ricordare, ma perché fotografare era diventato un'abitudine. Per me, come per molte altre persone che vedevo intorno a me, si fotografava perché era quello che si faceva. Perché con uno smartphone di media fascia era possibile. Si scattavano immagini senza una vera intenzione, senza particolare attenzione al soggetto o al significato di ciò che si stava conservando. Mancava ancora qualcosa: la curiosità, la ricerca, il desiderio di capire cosa rendesse interessante un luogo o un momento. Le fotografie esistevano, ma spesso erano semplicemente una registrazione della presenza: "ero lì", "abbiamo fatto questo", "è successo questo".

Questa visione si era consolidata, a livello sociale, a mio avviso, a partire dalla comparsa dei primi social network (in particolare Facebook) e dal loro utilizzo sempre più massiccio. La fotografia iniziava a perdere progressivamente il suo ruolo di semplice memoria personale per diventare anche uno strumento di comunicazione, condivisione e di rappresentazione di sé. Non si fotografava più soltanto per ricordare un momento, ma anche per mostrarlo agli altri. Il valore dell'immagine non dipendeva più esclusivamente dal ricordo che conservava, ma anche dalle reazioni che riusciva a generare. Ad ogni modo, non era una pratica solamente legata alla condivisione: fotografare rappresentava anche un modo per ricordare, prima di tutto a sé stessi, di aver vissuto determinate esperienze.

Il risultato era (e forse per qualcuno è ancora) una sorta di ossessione collettiva.

 

Foto un po' casuale, e poco impegnata, Bruxelles 2009


Quando poi si diffusero le stories (per chi ci leggerà nel 3000, quando questa tipologia di contenuti sarà probabilmente scomparsa; oppure per chi è rimasto isolato dal resto del mondo dal 2014: immagini pubblicate per un intervallo di tempo molto limitato, generalmente 24 ore, attraverso cui si mostra cosa si sta facendo in quel momento, spesso accompagnate da un breve testo o da uno spezzone musicale), questo cambiamento diventò ancora più evidente.

Le immagini destinate alle stories dovevano essere più curate rispetto alle fotografie scattate esclusivamente per conservare un ricordo personale, ma senza richiedere la qualità di uno scatto professionale. Nella maggior parte dei casi, infatti, il risultato dipendeva molto meno dalle capacità fotografiche dell'autore e molto di più dalla qualità della fotocamera integrata nello smartphone. L'evoluzione tecnologica trasformò così il telefono in un vero e proprio strumento di distinzione sociale: chi poteva permettersi dispositivi più costosi disponeva di immagini mediamente più accattivanti e, di conseguenza, di una maggiore capacità di costruire e rafforzare la propria immagine pubblica sui social. In questo senso, anche la qualità fotografica divenne una forma di capitale simbolico, acquistabile insieme allo smartphone.

Foto instagrammabile 2018, Cala Brandinchi, Sardegna


L'obiettivo principale diventò dunque la pubblicazione. Una volta raggiunto quel risultato, il contenuto poteva anche perdersi: aveva già esaurito la propria funzione. Non era più necessario che una fotografia conservasse un ricordo per anni; bastava che raccontasse, per qualche istante, la propria presenza da qualche parte, con qualcuno, in qualche momento. La fotografia diventava spesso una testimonianza della propria presenza più che un tentativo di comprendere il luogo visitato.

Utilizzo il passato perché credo di aver superato, almeno negli ultimi sette anni, quello che era diventato un gesto quasi automatico del viaggiatore moderno: arrivare in un luogo, prendere lo smartphone, scattare una foto e pubblicarla. Sebbene, ad agosto del 2026, le stories e il consumo rapido di contenuti fotografici siano tutt'altro che scomparsi, ho l'impressione che la pandemia del 2020 abbia progressivamente introdotto una nuova fase nell'evoluzione dei social network.

Accanto ai contenuti puramente esibizionistici, hanno iniziato a ottenere sempre più spazio forme di comunicazione basate sulla divulgazione e sul racconto. Alcuni hanno iniziato a spiegare perché quel luogo meritasse una visita, perché quel dettaglio meritasse attenzione, quale fosse la storia, la leggenda, la curiosità di un determinato luogo.


Chiesa di Campanarazzu a Misterbianco - uno dei posti più belli mai visti in vita mia. Chiesa rinascimentale intrappolata dentro una colata lavica e tirata fuori in vent'anni per iniziativa della Soprintendenza.

A questa evoluzione si è aggiunta, negli ultimissimi anni, una nuova trasformazione: la diffusione dell'intelligenza artificiale. Oggi chiunque può produrre testi, immagini e video dall'aspetto convincente senza possedere particolari competenze. Questo ha abbassato ulteriormente la barriera d'ingresso alla divulgazione, con l'effetto di aumentare enormemente il rischio di diffondere informazioni superficiali, imprecise o completamente inventate.

Cos'è, per me, la fotografia oggi? 

Oggi la fotografia è uno strumento che ho a disposizione per costruire memoria, approfondire e custodire conoscenza e trasformare un'esperienza vissuta in qualcosa che continua nel tempo.

 

Organizzazione rigorosa dell'Archivio - Cartella Inverno 2026 - Sottocartelle 12, 13, 21, 22 

In primo luogo, continua a svolgere la funzione più antica, quella che aveva anche quando la fotografia era ancora un oggetto fisico e limitato. Per continuare a svolgere questo ruolo, è fondamentale che i miei archivi siano gerarchicamente ben ordinati e privi di ridondanze. Un'immagine deve sempre comprendere, anche solo nel titolo della cartella, almeno il mese e l'anno in cui è stata scattata, la compagnia presente e il luogo.

La seconda funzione è quella della ricerca. Una fotografia non chiude quasi mai un'esperienza, ma può mesi o anni di studio. Posso tornare su uno scatto o su una serie di scatti, cercare informazioni aggiuntive online. Approfondire ciò che avevo visto. Posso raccogliere scatti di serie diverse, per trovare dei collegamenti o delle riflessioni interessanti. Strumenti come Google Lens permettono oggi di riconoscere elementi che in passato sarebbero rimasti anonimi: edifici meno conosciuti, paesaggi, elementi architettonici. 

 Castelli di Naro, Mazzarino, Licodia, Castiglione, visitati in momenti diversi.

Immediatamente collegata alla ricerca, la terza funzione della fotografia è la divulgazione. Abbiamo visto come un viaggio, una gita o un'esperienza non terminino necessariamente nel momento in cui torno a casa: spesso è proprio successivamente che inizia una fase di studio, approfondimento e rielaborazione, durante la quale emergono anche collegamenti con esperienze vissute in passato. Gruppi di fotografie, selezionati, studiati, ricercati e organizzati, diventano così il punto di partenza per nuovi contenuti: dai racconti più brevi pubblicati sul mio profilo Instagram agli articoli più approfonditi realizzati per Ad Muzzum. L'aspetto più importante è organizzare l'informazione per me, ma metto a disposizione questo lavoro anche per gli altri, anche se gli interessati fossero solo due.

 

Gli stessi castagni monumentali visitati in anni e stagioni differenti - Post Facebook del 27/07/2026 

 

Post e articolo realizzati col materiale fotografico accumulato durante due differenti escursioni

Un altro aspetto importante di cui cerco di prendermi cura è la stampa. In un mondo in cui produrre immagini è diventato praticamente gratuito, scegliere quali fotografie meritino di essere conservate assume un valore ancora maggiore. Stampare una selezione significa restituire materialità a immagini che altrimenti rischierebbero di perdersi in archivi digitali enormi.

Dunque, fotografare significa, per me, prima di tutto osservare: fermarsi davanti a un dettaglio, riconoscere l'importanza di un luogo, chiedersi quale storia si nasconda dietro un paesaggio, un edificio o un elemento naturale.

Attraverso la conservazione, la ricerca, la stampa e la divulgazione, una fotografia può quindi superare la dimensione del semplice ricordo personale e diventare un mezzo per promuovere il bello. Un luogo raccontato e valorizzato può suscitare curiosità in chi sta programmando un viaggio, ma può anche offrire un'esperienza a chi, per motivi diversi, non ha la possibilità di raggiungerlo fisicamente.

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