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Bontà e cattiveria: chi sono costoro?

Sin dall'infanzia, siamo educati ai concetti di bontà e cattiveria. Se ascolti la mamma e la maestra, sei un "bimbo buono"; se fai i capricci, sei un "bimbo cattivo"; se vai bene a scuola, potresti essere una "secchia" per i tuoi compagni (o un "nerd", a seconda delle generazioni), ma anche un "ottimo studente" per i tuoi insegnanti; mentre se vai male a scuola, spesso rimani un "cattivo esempio" sia per i tuoi compagni sia per i tuoi insegnanti; e così via, sino all'età adulta.  Ma cosa sono realmente  la bontà e la cattiveria, il bene ed il male? Mi sono posta questa domanda diverse volte nella vita, per capire come agire, cos'è giusto e cos'è sbagliato. Non ho mai trovato nessuna vera risposta univoca. Da piccola perlopiù seguivo l'opinione degli adulti: ciò che era bene per loro, era bene per me. Non ero una grande ribelle, anche se non esitavo a contraddire i miei genitori non appena scorgevo delle inc...

Le terre di Eolo, il Dio del Vento.

L’articolo di oggi prende spunto dalla sintesi di due viaggi: uno avvenuto nell’aprile del 2025 e l’altro nel maggio del 2026. Le Eolie, affascinante arcipelago vulcanico al largo della costa settentrionale della Sicilia, devono il loro nome a Eolo, il dio dei venti della mitologia greca.

Raccontava Omero, nel decimo libro dell'Odissea, che Eolo, figlio di Ippota, caro agli dèi immortali, abitava nell’isola Eolia, cinta tutt’intorno da un muro di bronzoAnche Virgilio, nell’Eneide, riprende questa figura mostrandolo nel momento in cui, su ordine di Giunone, libera i venti rinchiusi in una caverna, scatenando una tempesta sul mare: “ac venti, velut agmine facto, qua data porta, ruunt et terras turbine perflant”.

In realtà, le Eolie sono abitate fin dalla preistoria, almeno a partire dall’età del Bronzo. I principali villaggi preistorici sono stati rinvenuti soprattutto a Panarea, sul promontorio di Punta Milazzese, e a Filicudi, nell’area di Capo Graziano, dove le comunità antiche costruivano insediamenti arroccati e fortificati in posizioni strategiche.

Circa 3.500 anni dopo i primi insediamenti dell’età del Bronzo, le Eolie hanno ottenuto un riconoscimento di straordinaria importanza: nel 2000 l’arcipelago è stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, per il suo eccezionale valore geologico e vulcanologico.

Informazioni logistiche

Il luogo più pratico per raggiungere le Isole Eolie è Milazzo, in provincia di Messina. Contollando le mappe, sembrerebbe che sia, inoltre, possibile raggiungere le Eolie da Napoli e dal palermitano. Non avendo però approfondito la questione, consiglio agli interessati di cercare queste tratte su google, o di approfondire con qualcuno in loco. Da Milazzo, le compagnie possibili sono due: la Siremar, che prevalentemente opera traghetti "lenti" tradizionali, e la Liberty Lines, che opera aliscafi veloci.

Non me ne vogliano coloro che hanno utilizzato altre compagnie, io mi sono affidato prevalentemente a queste due, sono rimasto soddisfatto del loro servizio, e se avete altre idee da esplorare scrivetemele pure nei commenti.

Per quanto riguarda il raggiungimento di Milazzo in mezzi pubblici, la cittadina si trova sulla ferrovia tra Messina e Palermo, a circa un quarto d'ora da Messina. Se si sceglie questa opzione, vi è poi un autobus che porta al Porto di Milazzo in circa venti minuti. Se invece atterrate all'aeroporto di Catania, vi è addirittura un trasferimento diretto al porto di Milazzo. Da Palermo, credo che la situazione sia più o meno simile, ma non ho approfondito, e anche qui vi rimando ai siti delle compagnie di trasporti locali.

L'isola più vicina alla Sicilia è Vulcano, seguita poi da Lipari e Salina. A Ovest (o per chi preferisce "a sinistra") abbiamo poi, in ordine, Filicudi e Alicudi, mentre dall'altra parte Panarea e Stromboli. Panarea e Stromboli sono entrambe isole principali che comprendono piccoli isolotti circostanti: nel caso di Panarea, ne fanno parte Basiluzzo, Dattilo, le Panarelle, le Formiche, Bottaro, Lisca Bianca e Lisca Nera.

Il vulcano Stromboli, invece, fa coppia con lo Strombolicchio.

Come ho organizzato l'itinerario

Partendo da Catania, ho suddiviso la visita delle isole in due viaggi distinti, pernottando sempre nell’area del porto di Lipari.

2025
Senza pernottare a Milazzo, ho raggiunto Vulcano con un traghetto Siremar, ottimizzando i tempi di viaggio. Una volta sull’isola, ho raggiunto il cratere e successivamente mi sono spostato a Lipari, dove ho trascorso la serata. Il giorno seguente ho esplorato Lipari con due itinerari di trekking, nella parte settentrionale e in quella meridionale. Il terzo giorno ho invece affrontato l’escursione al Monte Fossa delle Felci a Salina, collegando idealmente i due centri principali dell’isola, Santa Marina e Rinella.

2026
In questa occasione ho pernottato a Milazzo e ho raggiunto Alicudi con un aliscafo Liberty Lines in partenza alle 6:30 del mattino. Dopo la visita dell’isola, mi sono fermato brevemente a Rinella, dove avevo intenzione di provare una granita in un bar stagionale rimasto chiuso durante il viaggio del 2025. Il giorno successivo ho raggiunto Panarea e da lì ho partecipato a un’escursione organizzata del Gruppo Armonia, che consente di visitare le isole minori e di proseguire verso Stromboli per osservare le eruzioni vulcaniche. Infine, il terzo giorno ho visitato Filicudi.

È importante precisare che si tratta di un itinerario piuttosto intenso, adatto a persone abituate a camminare su sentieri con dislivelli e tratti non sempre agevoli. Per chi preferisce ritmi più tranquilli, potrebbe essere necessario più tempo o la rinuncia ad alcune tappe. In ogni caso, è consigliabile valutare attentamente le condizioni dei sentieri e affidarsi a guide locali.

Vulcano 

La parola "vulcano" deriva dal latino Vulcanus, il dio romano del fuoco e della metallurgia. A sua volta, il nome dell'isola di Vulcano (nelle Eolie) deve il suo nome alla divinità, che la mitologia riteneva vivesse lì per forgiare le armi degli dei. 

Vulcano si vive soprattutto attraverso il contrasto tra mare e attività vulcanica, e la salita al cratere sintetizza bene questa esperienza.

Il sentiero parte dall’area abitata e risale rapidamente lungo un terreno scuro e sabbioso, fatto di cenere consolidata e lapilli. La progressione è costante ma faticosa, perché il fondo cedevole obbliga a un passo lento e regolare. Più si sale, più il paesaggio si apre sull’arcipelago, con viste ampie su Lipari, Salina e gli altri isolotti.

Arrivati in cima, il bordo del cratere si presenta come una grande conca fumante. Le emissioni di gas sulfurei, le fumarole e l’odore intenso ricordano che si tratta di un sistema ancora attivo, anche se in uno stato di relativa quiete rispetto ad altre fasi eruttive del passato.

Il cratere offre così una doppia esperienza: da un lato il paesaggio spettacolare delle Eolie visto dall’alto, dall’altro la percezione diretta della natura vulcanica dell’isola, ancora viva sotto la superficie.

Tra i miei piani futuri vi è anche l'esplorazione del resto dell'isola 


 

Lipari 

Il nome Lipari deriva dal greco antico Lipàra (Λιπάρα), che significa "fertile" o "ricca". Questo termine è legato all'aggettivo liparòs (λιπαρός), con riferimento all'eccezionale ricchezza del suolo vulcanico dell'isola. Lipari è il centro più grande dell’arcipelago eoliano e uno dei luoghi in cui la storia geologica delle isole diventa immediatamente leggibile nel paesaggio.

L’isola è costruita su una lunga stratificazione vulcanica che ha prodotto materiali diversi nel corso delle eruzioni: tra i più importanti ci sono l’ossidiana e la pomice. L’ossidiana, vetro vulcanico nero e tagliente, è stata una risorsa strategica già in epoca preistorica, quando veniva estratta e commerciata in tutto il Mediterraneo per la produzione di utensili. La pomice, al contrario, è leggera e porosa, frutto di eruzioni esplosive che hanno letteralmente “schiumato” la roccia, creando depositi bianchi e friabili.

Questi materiali hanno modellato anche l’economia dell’isola. Le cave di pomice, in particolare, hanno rappresentato per decenni una delle attività estrattive principali, incidendo profondamente sulla morfologia di alcune aree costiere. Ancora oggi, in alcune zone, il paesaggio conserva l’impronta di quell’attività industriale, con fronti di cava e terrazzi artificiali che si aprono verso il mare.

A sud dell’isola si trova Punta della Crapazza, un’area meno frequentata e più aspra, dove la costa si fa irregolare e il paesaggio vulcanico emerge in modo più netto.

Monte Pilato Lipari - Cave di pietra pomice


Tramonto da Punta della Crapazza, Lipari

 

Salina

Prende il nome dall'antico laghetto salmastro situato nella frazione di Lingua, dove in passato si estraeva il sale per uso alimentare e per la conservazione di capperi e pesce. Originariamente l'isola era chiamata dai greci Didyme (gemella) per via dei suoi due monti (Monte Fossa delle Felci e Monte dei Porri). Salina è una delle isole più verdi dell’arcipelago eoliano e si distingue immediatamente dalle altre per la presenza di due coni vulcanici ben riconoscibili e per una vegetazione più fitta e continua, favorita da suoli fertili e da una maggiore disponibilità d’acqua.

A differenza delle isole più aride o più esposte all’attività vulcanica recente, Salina ha sviluppato nel tempo un paesaggio agricolo più strutturato. Le coltivazioni di capperi e di vite hanno modellato i versanti, creando un mosaico di terrazze e piccoli appezzamenti che seguono l’andamento dei rilievi.

L’isola ha anche una morfologia più morbida e meno fratturata rispetto ad altre Eolie: le coste alternano tratti rocciosi a piccole insenature, mentre l’interno è dominato da rilievi che raggiungono le quote più alte dell’arcipelago. Questa conformazione contribuisce a renderla una delle isole più abitate e vivibili durante tutto l’anno. Sicuramente meno estrema di Alicudi e Filicudi, è decisamente più selvaggia di Lipari.

Qui ho mangiato anche una buonissima e particolarissima granita alla ricotta guarnita con capperi locali, presso il bar Pa.Pe.Ro. 

 

  Vista dal Monte Fossa delle Felci

Sentiero in discesa da Monte Fossa delle Felci, Salina
Sentiero Monte Fossa delle Felci, Salina 

Felci al monte Fossa delle Felci, Salina 

Monte dei Porri visto dal Monte Fossa delle Felci, Salina
 
Salina Porto e Spiaggia di Rinella, Salina
Infiorescenze delle piante di cappero, Salina

Panarea

Il nome Panarea ha origini antiche e un'etimologia incerta, che si è evoluta nei secoli passando per diverse dominazioni nelle isole Eolie. Esistono diverse ipotesi sul significato originario dell'isola. Panàia (attestato dal VI secolo), che potrebbe derivare dal greco e indicare la natura porosa e rocciosa delle sue coste. Panaràion, che indicava la distruzione geologica dell'isola, considerata un tempo un grande cratere vulcanico quasi del tutto sprofondato ed eroso. Pagnaria, veniva talvolta associato a sfortuna o maledizione a causa delle aspre condizioni di vita e dei gas sulfurei. Un'altra interpretazione dialettale dell'antico nome Pagnaria fa riferimento alla totale assenza di sorgenti di acqua dolce sull'isola. 

Euonỳmos (Εὐώνυμος): "Di buon nome", "prospera" o "di buon augurio". Curiosamente, il termine in greco significa anche "che sta a sinistra", riferendosi alla rotta dei navigatori che partivano da Lipari.

Hikesía (Ἱκεσία): "La supplice", probabilmente in riferimento alla presenza di antichi luoghi di culto o santuari situati sulla vetta o nella zona costiera della Calcara.

 Panarea rischia spesso di essere ridotta a un’immagine levigata, fatta di poche spiagge famose e scorci facilmente condivisibili. Ma l’isola cambia completamente prospettiva se la si attraversa lontano dai punti più noti, lungo sentieri esposti, sterrati e poco accessibili, dove il paesaggio resta ancora irregolare e la presenza umana meno filtrata.

Rispetto a Alicudi, Panarea è meno estrema nella sua morfologia e nelle condizioni di vita. Qui esistono piccoli mezzi elettrici che consentono gli spostamenti, con velocità limitata, e una rete di sentieri che rende l’isola più facilmente percorribile, anche se non per questo priva di complessità.

Uno degli elementi più rilevanti dell’isola è la presenza di un importante sito archeologico dell’età del Bronzo, il villaggio preistorico di Capo Milazzese, che testimonia una lunga continuità di frequentazione umana e restituisce una dimensione storica spesso oscurata dall’immagine turistica contemporanea.

Panarea è anche un caso geografico particolare: è una delle più piccole isole abitate delle Eolie, ma al tempo stesso è il centro di un sistema insulare secondario. Si tratta di un arcipelago dentro l’arcipelago. Panarea è l’isola principale di un gruppo che comprende Basiluzzo, Dattilo, Lisca Bianca, Lisca Nera, le Panarelle e le Formiche. Questa struttura rende il paesaggio marino circostante un sistema frammentato e densamente articolato, più che un semplice orizzonte aperto.

A largo di Lisca Bianca e Lisca Nera si trovano inoltre aree di intensa attività sottomarina, dove fenomeni idrotermali danno origine a emissioni di gas e fumarole. In questi punti il mare può apparire in movimento continuo, come se ribollisse, segno della persistente energia geologica che caratterizza l’intero sistema eoliano.

Basiluzzo è un piccolo isolotto dell’arcipelago delle Eolie, situato a nord-est di Panarea. Oggi è completamente disabitato, ma conserva le tracce di una frequentazione umana molto antica.

Le evidenze archeologiche indicano che in epoca preistorica l’area fu utilizzata come insediamento temporaneo o villaggio neolitico, mentre in età romana esisteva probabilmente un piccolo approdo, oggi non più visibile e in gran parte sommerso o eroso dall’attività marina e vulcanica.

Dal punto di vista geologico, Basiluzzo non è un vulcano attivo, ma un antico edificio vulcanico ormai inattivo e profondamente modellato dall’erosione e dal collasso. L’arcipelago eoliano nel suo insieme è di origine vulcanica relativamente recente in termini geologici, ma Basiluzzo non è in fase eruttiva: è piuttosto ciò che resta di un sistema vulcanico ormai spento.

Le acque circostanti, in alcune aree dell’arcipelago di Panarea, possono presentare fenomeni di degassamento e attività idrotermale sottomarina. In questi punti il mare può apparire in ebollizione o in continuo movimento per la risalita di gas, un fenomeno legato alla presenza di fumarole sottomarine, più che all’attività diretta dell’isolotto stesso.

L’intera struttura geologica si inserisce in un contesto vulcanico complesso, dove l’interazione tra magma residuo e sistema idrotermale continua a modellare il fondale.



 

Cala Junco, Panarea

 

Cala Junco, Panarea
Villaggio Preistorico di Capo Milazzese, Panarea

Il centro abitato di Panarea
Un cartello a Panarea


Stromboli e Strombolicchio

Stromboli deve il suo nome al greco antico Strongýlē, che significa “rotonda”, un riferimento alla sua forma vista dal mare. È uno dei vulcani più attivi al mondo e raggiunge un’altezza di circa 924 metri sopra il livello del mare.

La sua attività eruttiva continua è talmente caratteristica da aver dato il nome a un tipo specifico di eruzione: l’attività stromboliana, fatta di esplosioni frequenti e relativamente regolari, con lanci di materiale piroclastico e piccoli episodi lavici che si ripetono nel tempo.

Uno dei luoghi più emblematici dell’isola è la Sciara del Fuoco, un ripido canalone lungo il fianco del vulcano dove si incanalano e si depositano gran parte dei materiali eruttivi provenienti dai crateri sommitali. È una delle zone più spettacolari dell’intero arcipelago, soprattutto quando l’attività esplosiva è visibile dal mare.

La salita al vulcano è regolamentata: oltre una certa quota è obbligatorio essere accompagnati da una guida vulcanologica autorizzata. Durante l’escursione è possibile osservare da vicino la struttura del cono e, in condizioni di sicurezza, fermarsi prima della zona sommitale più attiva. Dal mare, invece, lo spettacolo cambia prospettiva e permette di vedere le esplosioni che si riflettono sulla Sciara del Fuoco.

Stromboli è anche un’isola abitata stabilmente, con una popolazione che si aggira tra i 400 e i 500 residenti, variabile in base alla stagione turistica. Nonostante la presenza del vulcano attivo, la vita quotidiana continua nei piccoli centri abitati distribuiti lungo la costa, in un equilibrio costante tra rischio geologico e attività umana.

Strombolicchio è uno degli isolotti più piccoli dell’arcipelago eoliano, un affioramento roccioso che emerge dal mare poco distante da Stromboli. La sua forma compatta e isolata lo rende immediatamente riconoscibile, quasi come una sentinella naturale al largo dell’isola principale.

Sulla sua sommità si trova un faro, costruito nei primi decenni del Novecento e reso operativo nel 1938. Per lungo tempo il suo funzionamento ha richiesto la presenza di un guardiano: ogni sera il faro veniva raggiunto da Stromboli, acceso manualmente e presidiato durante la notte. La mattina successiva il guardiano faceva ritorno sull’isola maggiore. Era un sistema di sorveglianza costante, legato a una routine semplice ma rigorosa.

Oggi quel modello non esiste più. Il faro è stato automatizzato e funziona grazie a sistemi autonomi alimentati anche da pannelli fotovoltaici. La presenza umana non è più necessaria e l’isolotto è tornato a essere quasi completamente disabitato, se non per interventi occasionali di manutenzione.

Dal punto di vista geologico, Strombolicchio è ciò che resta di un antico edificio vulcanico, profondamente eroso dall’azione del mare e del tempo. Le sue pareti rocciose, ripide e verticali, sono diventate anche un riferimento visivo per chi naviga nell’area.

Osservandolo da vicino, la superficie della roccia mostra forme che la luce e l’erosione hanno trasformato in figure riconoscibili. In particolare, alcune sagome ricordano un cuore e un cavalluccio marino, dettagli che emergono solo da certi angoli e che contribuiscono a rendere l’isolotto sorprendentemente espressivo nonostante le sue dimensioni ridotte.

Stromboli che emette fumo
Strombolicchio
Stromboli al tramonto
Eruzione di Stromboli
Stromboli che fuma
Una roccia di Strombolicchio a forma di cavalluccio marino

Strombolicchio

 Stromboli

Alicudi

Il nome Alicudi deriva dal greco antico Ἐρικοῦσσα (Ericussa), che significa "ricca di erica". Si tratta di uno dei luoghi più remoti e particolari d’Italia. Raggiungerla richiede diverse ore di navigazione in aliscafo dalla terraferma e già questo contribuisce a definirne il carattere: un’isola isolata, verticale, difficile da abitare e ancora più difficile da raggiungere.

Non esistono strade carrabili. Non ci sono automobili né mezzi a motore. Gli spostamenti avvengono a piedi o con i muli, lungo una rete di mulattiere ripide che collegano le poche case sparse tra mare e crinale. La vita quotidiana è scandita dalla fatica del movimento e dalla distanza tra i punti abitati.

Alla partenza per l’isola ho conosciuto Salvatore, ex muratore in pensione. Vive d’inverno a Barcellona Pozzo di Gotto e d’estate torna ad Alicudi, che continua a considerare casa. Con lui viaggiava anche suo figlio, che non è rimasto sull’isola ma che lo raggiungerà più avanti nella stagione.

Durante il viaggio Salvatore racconta un cambiamento profondo: un tempo gli abitanti erano circa duemila, oggi ne restano una sessantina. L’isola si è progressivamente svuotata, trasformandosi da comunità stabile a luogo abitato in modo stagionale o intermittente.

Sulle parti più alte dell’isola si trovano invece presenze diverse, persone arrivate dall’Europa centrale che trascorrono qui parte dell’anno. Vengono chiamati “tedeschi”, indipendentemente dalla loro effettiva provenienza. Hanno acquistato o ereditato case e vivono una relazione particolare con l’isola, fatta di permanenze temporanee e ritorni regolari.

Il territorio stesso condiziona fortemente la vita e il valore degli immobili. Le case più vicine al mare sono quasi inaccessibili sul mercato e si tramandano spesso per via ereditaria. Più in alto, dove l’accessibilità è minore, esiste ancora qualche possibilità di acquisto, ma sempre all’interno di un contesto complesso e difficile da abitare stabilmente.

I servizi sull’isola sono essenziali: un bar, un ristorante stagionale, un minimarket, un ufficio postale, una biblioteca e pochi collegamenti giornalieri via aliscafo. Per molte necessità gli abitanti si rivolgono alle isole vicine, soprattutto Lipari, che rappresenta il principale punto di riferimento dell’arcipelago.

Alicudi resta però soprattutto un luogo di silenzio e isolamento. L’assenza di strade e la presenza esclusiva di sentieri e mulattiere hanno preservato un paesaggio in cui la natura e l’insediamento umano convivono in equilibrio fragile, ma ancora integro. Le viste dall’alto dell’isola restituiscono con chiarezza questa condizione: un territorio verticale, essenziale, dove ogni cosa sembra lontana e al tempo stesso inevitabilmente connessa.

Vista da Alicudi
Vista da Alicudi
Vista da Alicudi

 Vista da Alicudi
Chiesa e campanile ad Alicudi
Mulo al porto di Alicudi

 

 

 

Filicudi

Il nome di Filicudi deriva dal greco antico Phoinikṑdēs, che significa "ricca di palme" o, secondo altre interpretazioni botaniche e storiche, "ricca di felci". Filicudi conta oggi meno di 300 abitanti stabili, un numero comunque superiore a quello di Alicudi. L’isola mantiene una dimensione essenziale, dove gli spostamenti avvengono a piedi lungo mulattiere o con piccoli mezzi elettrici, in un paesaggio che resta fortemente condizionato dalla sua morfologia aspra e verticale.

Il sito archeologico di Capo Graziano è uno dei luoghi chiave per comprendere la storia antica dell’isola. Si tratta di un insediamento dell’età del Bronzo situato su un promontorio strategico, con ampie visuali sul mare circostante. La posizione non è casuale: controllare le rotte marittime era fondamentale in un’epoca in cui il Mediterraneo era già un sistema di scambi e contatti tra comunità diverse.

Il villaggio era composto da capanne di forma circolare o ovale, costruite con materiali locali e disposte in modo da seguire l’andamento del terreno. I resti oggi visibili permettono di leggere una struttura sociale organizzata, legata sia alla pesca sia ai traffici marittimi, e testimoniano una continuità di frequentazione dell’isola molto antica.

Un altro elemento significativo della storia recente di Filicudi riguarda la sua economia agricola, un tempo basata sulla produzione di olio e farina. Per sostenere queste attività erano diffusi frantoi e mulini, che richiedevano macine in pietra lavica realizzate alla fine dell’Ottocento.

Poco dopo la loro commissione, l’isola fu colpita da un forte calo demografico dovuto all’emigrazione, in particolare verso l’Australia. Questo processo interruppe rapidamente il ciclo produttivo locale. Alcune macine non furono mai completate, altre rimasero inutilizzate, e tutte vennero infine abbandonate lungo gli scogli.

Oggi queste pietre costituiscono una presenza singolare nel paesaggio costiero: oggetti pensati per un uso preciso che, perduta la loro funzione originaria, sono diventati tracce materiali di una storia economica interrotta e di una comunità che si è progressivamente spostata altrove.

 Villaggio preistorico di Capo Graziano - Età del Bronzo antico e medio 1700 - 1500 a.C.
 
  
Le Macine di Filicudi - Fine '800, inizi '900 - manufatti artigianali storici ricavati direttamente dalla roccia
 
 
Scorcio paesaggistico a Filicudi 

Scorcio paesaggistico a Filicudi 

Una tipica mulattiera di Filicudi - strada per il trasporto su muli

Scorcio panoramico sul sentiero verso Zucco Grande a Filicudi.

Nel complesso il doppio viaggio ha coperto circa 94,81 km a piedi e 4.267 m di dislivello positivo, distribuiti tra Vulcano (5,71 km – 347 m), Lipari (12,59 km – 465 m + 9,08 km – 478 m), Salina (13,84 km – 1011 m), Alicudi (6,59 km – 570 m), Panarea (7,31 km – 314 m), Filicudi (5,66 km – 167 m + 3,51 km – 164 m) e Stromboli (7,26 km – 277 m). Solo in questo modo sono riuscito a ottenere l'idea della complessità di questo arcipelago. Per la prima volta, questo doppio viaggio mi ha lasciato la consapevolezza della necessità della fatica per ottenere la ricompensa di paesaggi spettacolari, in uno dei pochi luoghi in Europa dove la comodità non è facilmente accessibile.

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