Passa ai contenuti principali

In primo piano

Porta Garibaldi non è il vero Fortino. Tutta la storia del monumento al Re Lazzarone e delle fortificazioni cittadine di Catania

Ci sono cose che a Catania non puoi nominare apertamente. Una di queste è la morte. D'altronde i catanesi hanno coniato tutta una serie di detti coloriti per identificare questo passaggio inevitabile. Uno dei più famosi riguarda l'ultimo viaggio terreno: su puttanu 'e Tri Canceddi . Questo cimitero monumentale è stato edificato in località Acquicella nel 1866, quando i legislatori capirono che non era un'ottima idea quella di seppellire i morti all'interno delle mura cittadine. Almeno dal punto di vista igienico. Sicuramente più antico è il detto ci misunu u cappott'i lignu , cioè il cappotto di legno, una comodissima veste che un mortale indossa prima di iri a parrari - spiramu - ccu San Petru , cioè il custode del Paradiso.   Un passaggio obbligato per questo ultimo viaggio è Piazza Palestro. Ed è qui che anticamente andavano a confluire i lentissimi cortei funebri provenienti dalla città murata, dal centro storico. Questi cortei procedevano a passo d'uomo...

Dalla brasilena calabrese alla Kofola cecoslovacca: le bibite non alcooliche che raccontano un territorio

Introduzione

Non sono un grande consumatore di bibite gassate: non sento il bisogno di averle sempre a disposizione nella vita di tutti i giorni. Sono cresciuto nei primi anni duemila, in un contesto in cui si è diffusa una certa diffidenza nei confronti delle bevande gassate (in alcune scuole e famiglie si faceva addirittura terrorismo psicologico), talvolta fondata, ma spesso accompagnata da semplificazioni eccessive. Non sono però nemmeno un talebano dell'acqua naturale: non considero una bibita ogni tanto un problema, soprattutto se inserita in un'alimentazione equilibrata. Mi colloco quindi in una posizione intermedia, in cui il consumo occasionale può convivere con la curiosità verso prodotti che, oltre al gusto, raccontano storie di territori, aziende e culture diverse.

Da un punto di vista nutrizionale, il problema non sono le bollicine. L'anidride carbonica disciolta nell'acqua non rappresenta un rischio per la maggior parte delle persone e l'acqua frizzante può tranquillamente rientrare in un'alimentazione equilibrata. Le principali preoccupazioni riguardano piuttosto l'elevato contenuto di zuccheri di molte bibite tradizionali e il loro consumo frequente, associato a un eccesso calorico e a possibili effetti negativi sulla salute metabolica, specialmente nei primi anni 2000 in cui le versioni "zero zuccheri" erano poco diffuse. Un discorso simile vale per gli energy drink: il loro contenuto di caffeina può essere significativo, ma, per un adulto sano, un consumo occasionale e moderato non rappresenta generalmente un problema. Il rischio nasce soprattutto dall'abuso o dall'associazione con alcool o altre fonti di caffeina.

Anche le versioni senza zucchero, spesso oggetto di numerose fake news, come le accuse di essere cancerogene o di causare automaticamente insulino-resistenza, sono state al centro di molti dibattiti. Le evidenze scientifiche disponibili non confermano queste paure diffuse, anche se rimane ragionevole consumarle con moderazione, come qualsiasi prodotto destinato soprattutto al piacere e non al nutrimento.

Prima di diventare prodotti globali, le bibite gassate dovettero affrontare una vera rivoluzione nella distribuzione. Le prime venivano preparate nelle soda fountain, ma l'introduzione delle bottiglie con chiusura a biglia (Codd bottle), delle lattine e delle iconiche bottiglie in vetro contribuì a trasformarle in prodotti facilmente trasportabili e riconoscibili. Negli Stati Uniti, inoltre, durante il Proibizionismo (1920-1933), le soda fountain divennero importanti luoghi di socialità alternativa agli ambienti legati al consumo di alcolici.

In questo articolo racconterò come è venuta l'idea di aggiungere anidride carbonica all'acqua, perché alcune bibite gassate sono diventate simboli politici o espressioni di identità regionale, e parlerò di alcuni prodotti che ho avuto modo di provare e apprezzare nel tempo.

L'acqua frizzante

Per gran parte della storia umana, l'acqua frizzante è stata un fenomeno esclusivamente naturale. In diverse regioni d'Europa erano note sorgenti ricche di anidride carbonica, la cui effervescenza era considerata quasi miracolosa. Alcuni, infatti, credevano che avesse proprietà terapeutiche o quasi magiche. Ciò non significa, tuttavia, che le bevande gassate fossero sconosciute alle civiltà antiche.

Paradossalmente, infatti, una bevanda alcolica frizzante era diffusa da millenni prima dell'invenzione dell'acqua gassata artificiale: la birra. Comparsa probabilmente in Mesopotamia già nel IV millennio a.C. e successivamente diffusasi in Egitto e in gran parte del Vicino Oriente, la birra è naturalmente frizzante. Durante la fermentazione, infatti, i lieviti trasformano gli zuccheri presenti nei cereali in alcol e anidride carbonica, generando spontaneamente le caratteristiche bollicine.

Nel 1767 il chimico britannico Joseph Priestley, studiando la composizione dei gas, riuscì a impregnare artificialmente dell'acqua con l'anidride carbonica prodotta dalla fermentazione della birra. La leggenda dice - addirittura - che il primo tentativo di successo avvenne a causa di un errore: Priestley aveva dimenticato il bicchiere dell'acqua sopra la botte della birra. Era nata la prima acqua gassata artificiale.

L'invenzione suscitò un notevole interesse nella comunità scientifica, ma fu soprattutto l'imprenditore svizzero Johann Jacob Schweppe a comprenderne il potenziale commerciale. Negli anni Ottanta del Settecento perfezionò il processo di produzione e fondò un'azienda destinata a diventare uno dei nomi più celebri del settore. Per la prima volta l'acqua frizzante non dipendeva più dall'esistenza di una sorgente naturale: poteva essere prodotta ovunque.

Si aprì, perciò, un'intera industria.

Bibite frizzanti come medicine 

I primi ad approfittare dell'acqua frizzante su larga scala furono però i farmacisti. Durante il XIX secolo era infatti diffusa la convinzione che l'acqua gassata avesse proprietà benefiche per la salute. I farmacisti iniziarono quindi ad arricchirla con estratti vegetali, spezie, sciroppi e aromi, creando bevande che promettevano di alleviare disturbi digestivi, mal di testa o semplice affaticamento.

Ci permettiamo di avanzare un po' di scetticismo, ma, d'altra parte, chi scrive è nato quasi due secoli dopo. 

Negli Stati Uniti queste preparazioni mediche venivano servite nelle cosiddette soda fountain, eleganti banconi presenti all'interno delle farmacie dove i clienti potevano ordinare bevande preparate sul momento. Le soda fountain divennero ben presto luoghi di ritrovo, soprattutto nelle città, trasformando un prodotto nato con finalità medicinali in una forma di intrattenimento e socialità.

Fu in questo contesto che comparvero alcune delle bibite destinate a segnare la storia del settore. Nel 1885 nacque Dr Pepper, seguita l'anno successivo da The Coca-Cola Company, la cui bevanda fu ideata dal farmacista John Stith Pemberton. Nel 1898 arrivò anche Pepsi-Cola, inizialmente chiamata Brad's Drink e creata dal farmacista Caleb Bradham.

Con l'inizio del Novecento il settore cambiò profondamente. Le aziende investirono nella produzione industriale, nell'imbottigliamento e nella distribuzione su larga scala, definendo la transizione da medicinale a puro bene di consumo quotidiano.

Tra tutte le rivalità commerciali del Novecento, poche sono diventate celebri quanto quella tra Coca-Cola e Pepsi. Entrambe nate come preparati farmaceutici, le due bevande finirono per rappresentare modelli differenti di comunicazione e di posizionamento sul mercato.

Per gran parte del XX secolo Coca-Cola mantenne una posizione dominante, costruendo un'immagine fondata sulla tradizione, sull'ottimismo e sull'universalità del proprio marchio. Le sue campagne pubblicitarie contribuirono a creare alcune delle icone più riconoscibili della cultura popolare, dal Babbo Natale moderno ai grandi slogan dedicati alla condivisione e alla felicità. Pepsi, invece, scelse spesso una strategia più aggressiva. A partire dagli anni Sessanta cercò di presentarsi come la bevanda delle nuove generazioni, contrapponendosi all'immagine più classica della concorrente.

A causa di questa "guerra della cola", combattuta a colpi di pubblicità, sponsorizzazioni e strategie di marketing, Coca-Cola e Pepsi si trasformarono nel corso del Novecento in due autentici colossi globali. Il loro successo, tuttavia, andò ben oltre il semplice mercato delle bevande.

Ginger beer (Inghilterra vittoriana)

Tra le prime bevande gassate della storia merita una menzione la ginger beer, una bevanda originaria del Regno Unito nata dall'incontro tra fermentazione, spezie e cultura delle bibite analcoliche. Diffusa soprattutto tra il XVIII e il XIX secolo, veniva prodotta facendo fermentare acqua, zucchero e zenzero con l'aggiunta di una coltura microbica chiamata ginger beer plant, capace di generare naturalmente anidride carbonica. Il risultato era una bevanda leggermente alcolica nelle versioni tradizionali, più simile a una birra speziata che a una moderna bibita gassata.

Nel XIX secolo, soprattutto nelle classi medie britanniche, si diffuse una forte critica al consumo eccessivo di alcolici, considerato causa di problemi sociali, povertà e perdita di controllo morale. Nacquero così associazioni che promuovevano l'astinenza o la riduzione dell'alcol, creando una domanda per bevande alternative che fossero piacevoli, socialmente accettabili e adatte anche a donne e bambini.

Le cosiddette temperance drinks cercavano quindi di offrire un'esperienza simile a quella delle bevande tradizionali senza gli effetti dell'alcol. La ginger beer si adattava perfettamente a questo ruolo: aveva un gusto intenso grazie allo zenzero, era frizzante e poteva essere consumata durante momenti di socialità come feste, incontri e pause lavorative.

Nel tempo la produzione industriale modificò il prodotto: molte ginger beer moderne non sono più fermentate, ma vengono semplicemente aromatizzate con zenzero, zucchero e anidride carbonica aggiunta artificialmente. A differenza della ginger ale, generalmente più dolce e delicata, la ginger beer mantiene un carattere più intenso, speziato e pungente, tanto da diventare un ingrediente fondamentale nella cultura dei cocktail, soprattutto come componente del Moscow Mule.

Oggi la ginger beer viene apprezzata come alternativa alla birra da chi desidera partecipare a momenti sociali senza assumere alcol. Può essere scelta da sportivi, da chi deve guidare, da chi per motivi professionali o personali non può bere alcolici, oppure semplicemente da chi vuole evitare l'alcol mantenendo comunque l'esperienza di una bevanda complessa, frizzante e adatta alla convivialità.

La Fanta nasce da un problema concreto

Oggi è tra le bibite più famose al mondo, ma la sua nascita è dovuta ad una complessa situazione politica legata alla Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1940, durante il periodo nazista, la filiale tedesca della Coca-Cola si trovò nell'impossibilità di ricevere lo sciroppo necessario alla produzione della Coca-Cola a causa del blocco degli scambi con gli Stati Uniti. Per evitare di interrompere completamente l'attività, il direttore della Coca-Cola GmbH tedesca, Max Keith, incaricò i suoi collaboratori di creare una nuova bevanda utilizzando ingredienti disponibili localmente. Nacque così la prima Fanta, realizzata con materie prime diverse da quelle delle bibite americane, tra cui siero di latte e residui della lavorazione delle mele. Il gusto aveva poco in comune con l'attuale aranciata: era piuttosto una soluzione pratica per mantenere in funzione la produzione tedesca.

Il nome derivava probabilmente da Fantasie, parola tedesca che significa "fantasia": durante una riunione in cui veniva chiesto ai dipendenti di usare la propria immaginazione per trovare un nome alla nuova bevanda, venne proposta l'abbreviazione "Fanta". Dopo la guerra la produzione della prima versione cessò, ma il marchio non venne dimenticato.

La Fanta che conosciamo oggi nasce invece in Italia. Nel 1955 la Coca-Cola sviluppò una nuova versione all'arancia, prodotta inizialmente a Napoli, sfruttando la tradizione agrumicola italiana e il crescente interesse del dopoguerra per le bibite alla frutta. Fu proprio questa versione, più dolce e vicina ai gusti mediterranei, a trasformare Fanta in una delle aranciate più diffuse al mondo. Nel 2007, il cantante popolare catanese Brigantony dedicò alla Fanta una parodia dialettale costruita sulle note di The Final Countdown degli Europe.

Lemonade stand, gassosa (o gazzosa), 7-UP e Sprite 

Prima ancora delle grandi bibite industriali, esisteva una preparazione molto semplice: acqua, succo di limone e zucchero. Diffusa già nel Mediterraneo e nel mondo arabo medievale, la limonata arrivò poi in Europa diventando una bevanda rinfrescante e, in alcuni periodi, anche un'alternativa analcolica alle bevande alcoliche. Nel mondo anglosassone si è inoltre trasformata in un vero simbolo dell'intraprendenza infantile: il classico lemonade stand, il banchetto improvvisato dove i bambini vendono bicchieri di limonata per raccogliere qualche soldo, è diventato un piccolo rito estivo associato all'idea di imparare il valore del lavoro e dell'iniziativa personale.

Dalla stessa tradizione delle bevande al limone nacquero, in diverse parti del mondo, numerose bibite frizzanti a base di agrumi. In Italia questa evoluzione portò alla diffusione della gassosa, una bevanda semplice composta da acqua gassata, zucchero e aromi di limone, particolarmente legata alle regioni meridionali grazie alla disponibilità di agrumi.

Nel corso del Novecento la stessa idea di bibita chiara e agrumata venne reinterpretata dall'industria internazionale attraverso le cosiddette lemon-lime soda. Tra le prime e più celebri vi fu 7 Up, nata negli Stati Uniti nel 1929 con il nome di Bib-Label Lithiated Lemon-Lime Soda. La ricetta originale era diversa dalle moderne bibite al limone e lime: conteneva infatti litio citrato e veniva presentata anche come una bevanda dalle presunte proprietà toniche. Solo in seguito 7 Up si affermò principalmente come una bibita rinfrescante al gusto di limone e lime, diventando una delle bevande più diffuse della categoria.

Sulla scia del successo delle lemon-lime soda, nel 1961 anche la Coca-Cola introdusse Sprite, una nuova bibita al limone e lime che, grazie alla forza del marchio e alla capillare distribuzione internazionale dell'azienda, sarebbe diventata una delle versioni più conosciute e consumate al mondo.

Bevande toniche, energy drink, mate

L'idea di potenziare lo stato psicofisico tramite le bevande è dunque un'idea antica. Due delle bevande stimolanti più importanti nella storia dell'umanità erano il tè e il caffè. Entrambe, grazie alla presenza naturale di caffeina, e furono associate per secoli alla capacità di aumentare attenzione, concentrazione e resistenza alla fatica.

Nel XIX secolo, con lo sviluppo dell'industria alimentare, iniziarono a diffondersi i cosiddetti tonici: bevande che promettevano effetti benefici grazie alla presenza di ingredienti come caffeina, chinino, estratti vegetali o altre sostanze stimolanti. Molte di queste erano vendute inizialmente in farmacia, seguendo un modello simile a quello delle prime bibite gassate. La stessa Coca-Cola, che nella sua formulazione originale conteneva estratti di foglie di coca e noce di cola, era proposta come un tonico: in effetti, non è possibile scindere le origini delle bevande gassate e delle bevande toniche, poiché hanno radici comuni.

Una delle bevande toniche più celebri è l'acqua tonica, nata per rendere più gradevole l'amaro chinino, un alcaloide con attività antimalarica estratto dalla corteccia della china (Cinchona), una pianta originaria delle Ande sudamericane. Nell'ambiente coloniale britannico, soprattutto in India, il chinino venne progressivamente mescolato con acqua, zucchero e aromi per renderne più facile il consumo. Nacque così una bevanda che può essere considerata l'antenata dell'acqua tonica moderna.

Nel 1870 Schweppes lanciò la sua Indian Tonic Water, una delle prime acque toniche industriali di grande successo. L'azienda poteva contare sull'esperienza maturata nella produzione di acque gassate da Johann Jacob Schweppe nel XVIII secolo, ma contribuì a trasformare il chinino da rimedio medicinale a caratteristica aromatica della bevanda: la quantità presente era molto inferiore rispetto agli usi terapeutici, mentre zucchero e aromi agrumati ne rendevano il gusto più gradevole.

Il concetto di bevanda tonica pone le basi ideologiche dei moderni energy drink. Pur essendo prodotti molto diversi, condividono una filosofia simile: vengono presentati come strumenti capaci di aumentare energia, attenzione o resistenza.

I primi esempi di bevande energetiche moderne comparvero in Asia nella seconda metà del Novecento. In Giappone, negli anni Sessanta, si diffusero prodotti come Lipovitan, una bevanda contenente taurina e caffeina pensata inizialmente per lavoratori e persone sottoposte a stanchezza fisica. Questo modello influenzò lo sviluppo del settore in altri Paesi asiatici, dove nacquero bevande destinate ad aumentare resistenza e concentrazione.

Il passaggio decisivo verso il mercato globale avvenne però con Red Bull. La bevanda venne sviluppata dall'imprenditore austriaco Dietrich Mateschitz dopo aver conosciuto in Thailandia il Krating Daeng, una bevanda energetica locale creata nel 1976 da Chaleo Yoovidhya. Mateschitz adattò il prodotto ai gusti occidentali, modificandone la ricetta e trasformandolo in una bevanda gassata destinata al mercato internazionale: Red Bull venne lanciata in Austria nel 1987.

Il successo di Red Bull non dipese soltanto dalla composizione della bevanda, ma soprattutto dalla strategia di comunicazione. Per la prima volta un prodotto di questo tipo non veniva presentato come un semplice tonico o un rimedio contro la stanchezza, ma come un simbolo di energia, creatività e prestazione. Il marchio si legò agli sport estremi, alla musica, alla vita notturna e alla cultura giovanile, creando un nuovo modello commerciale che sarebbe stato seguito da numerosi concorrenti.

E d'altra parte chi è che non ricorda il celebre slogan "Red Bull: ti mette le aaaaali"?

Al di là degli aspetti nutrizionali, Red Bull è stata criticata anche per il modo in cui ha costruito la propria immagine, associando il consumo della bevanda a prestazioni estreme, successo e superamento dei propri limiti. Questa strategia ha trasformato un prodotto contenente caffeina e zucchero in un vero e proprio simbolo culturale, ma ha anche alimentato il dibattito sul rapporto tra pubblicità, giovani e consumo di stimolanti.

Proprio in contrapposizione all'immagine degli energy drink come prodotti legati alla prestazione estrema, alla vita frenetica e alla ricerca di energia immediata, negli ultimi decenni sono emerse alternative che hanno recuperato tradizioni più antiche. 

Un esempio interessante è il mate, una bevanda sudamericana consumata da secoli per il suo effetto stimolante naturale. La yerba mate, ottenuta dalle foglie dell'omonima pianta (Ilex paraguariensis), era inizialmente consumata soprattutto in Argentina, Uruguay, Paraguay e nel sud del Brasile. Oltre al suo effetto stimolante dovuto alla caffeina, il mate aveva un forte valore sociale e culturale: veniva (e viene  tutt'ora) spesso condiviso in gruppo attraverso la stessa calabash (mate) e la cannuccia metallica (bombilla), diventando un simbolo di convivialità e appartenenza.

Il Club-Mate è un energy drink tedesco che riprende questa narrativa, rappresentando una sorta di ritorno alle origini. Si mantiene l'effetto stimolante della caffeina, ma la si assume attraverso una fonte vegetale tradizionale (la yerba mate), proponendos con un'immagine più sobria e alternativa rispetto al modello energetico dominante. Invece di puntare sull'idea di "spingere il corpo oltre i propri limiti", queste bevande hanno cercato un rapporto diverso con la caffeina e con la stimolazione: meno associato alla competizione e più alla concentrazione, alla socialità e alla quotidianità.

Da un punto di vista prettamente scientifico che caratterizza il nostro giornale, ci preme ricordare che la differenza tra un energy drink tradizionale e una bevanda a base di mate è spesso meno netta di quanto suggerisca la comunicazione. La fonte può essere naturale o sintetica, ma la caffeina rimane il principale composto responsabile dell'effetto stimolante, indipendentemente dalla sua origine. Ciò che cambia maggiormente è il contesto culturale associato alla bevanda e la relativa strategia narrativa di marketing: da una parte energia, prestazione e superamento dei limiti; dall'altra tradizione, ritualità e concentrazione

A parità di consumi moderati e privilegiando, quando possibile, le versioni senza zuccheri aggiunti, la scelta tra un energy drink tradizionale e una bevanda a base di mate dipende soprattutto dalle preferenze personali. Non vi sono infatti evidenze solide che permettano di considerare una delle due categorie intrinsecamente più salutare dell'altra.

La ricerca di alternative alla Coca Cola
Con il tempo, soprattutto Coca-Cola finì per assumere un forte valore simbolico. Essendo uno dei prodotti americani più diffusi al mondo, venne spesso identificata con gli Stati Uniti stessi, diventando agli occhi di molti un emblema del capitalismo, della globalizzazione e dell'influenza culturale statunitense. Questa associazione la rese anche bersaglio di critiche e boicottaggi in diversi contesti politici e sociali.

Proprio nei Paesi in cui l'influenza americana era guardata con diffidenza, oppure dove esisteva un forte sentimento identitario nazionale, iniziarono a nascere alternative locali. In alcuni casi si trattava di vere e proprie "cola nazionali", create per competere direttamente con Coca-Cola; in altri, invece, presero forma bibite completamente diverse, capaci di rappresentare la storia, i gusti e l'identità culturale del territorio.

Eccone alcune. 

MoleCola (Torino)

MoleCola nasce a Torino nel 2012-2013 con un obiettivo dichiarato: creare una cola interamente italiana come alternativa ai marchi americani. Il nome richiama la Mole Antonelliana e il progetto insiste sul Made in Italy, sulla filiera nazionale e sulla sostenibilità (ad esempio l'abbandono della plastica). Fin dall'inizio la comunicazione non è stata solo sul gusto, ma sull'identità nazionale: "la cola italiana".

Tirola Kola (Tirolo, Austria)

Se MoleCola rappresenta l'identità italiana, Tirola Kola incarna quella tirolese. Ideata nel 2016 e commercializzata dal 2018 dall'azienda austriaca Silberquelle di Brixlegg, nasce con l'obiettivo dichiarato di offrire una cola regionale capace di competere con i grandi marchi internazionali.

L'elemento distintivo non è soltanto la provenienza, ma anche la ricetta. Oltre agli ingredienti tipici di una cola, Tirola Kola utilizza acqua di sorgente alpina e aromi locali come il pino cembro (Zirbe) e gli estratti di aghi di abete rosso, con l'intento di conferire alla bevanda un sapore che richiami i boschi e le montagne del Tirolo.

La comunicazione del marchio insiste fortemente sulla produzione regionale, sulle materie prime locali e sul legame con il territorio. In questo senso, Tirola Kola non vuole semplicemente essere una cola "prodotta in Austria", ma una bevanda che esprima l'identità culturale del Tirolo, trasformando una bibita di origine americana in un prodotto profondamente radicato nella tradizione locale.

Fritz Kola (Germania)

Nata ad Amburgo nel 2003, è una cola indipendente tedesca nata anche come alternativa ai giganti americani. Ha una forte identità "artigianale", con comunicazione ironica e un'immagine molto diversa da Coca-Cola. 

Gaza Cola (Regno Unito e Palestina)

Tra le cola identitarie più recenti figura Gaza Cola, un marchio nato nel Regno Unito su iniziativa dell'attivista palestinese Osama Qashoo e della Palestine House. Lanciata nel 2024, la bevanda si presenta fin dall'inizio non come una semplice alternativa a Coca-Cola, ma come uno strumento di sostegno economico e simbolico alla causa palestinese. La proprietà dichiara che il marchio è interamente palestinese e una parte dei ricavi è destinata a finanziare progetti umanitari, tra cui la ricostruzione dell'ospedale Al Karama, nel nord della Striscia di Gaza. La comunicazione del marchio invita infatti i consumatori a considerare l'acquisto della bevanda come un gesto di solidarietà e come un'alternativa ai grandi marchi occidentali, in particolare nel contesto delle campagne di boicottaggio sviluppatesi con l'aggravarsi dell'iniziativa genocida israeliana.

La Pepsi in Unione Sovietica 

La Pepsi arrivò in URSS nel 1959, quando il leader sovietico Nikita Chruščëv e il vicepresidente statunitense Richard Nixon visitarono l'American National Exhibition a Mosca. Durante l'evento venne organizzata una degustazione di prodotti americani e Chruščëv assaggiò la Pepsi, contribuendo a dare visibilità alla bevanda tra il pubblico sovietico. Il vero accordo commerciale arrivò però nel 1972, quando PepsiCo ottenne il permesso di produrre e vendere Pepsi Cola nell'Unione Sovietica. Il problema era che il rublo sovietico non era liberamente convertibile sui mercati internazionali e quindi l'URSS non poteva semplicemente pagare in dollari. La soluzione fu un accordo di baratto commerciale: Pepsi avrebbe fornito concentrato per produrre la bibita in URSS, mentre l'Unione Sovietica avrebbe compensato il valore delle forniture esportando negli Stati Uniti prodotti sovietici, tra cui la vodka Stolichnaya. L'accordo fu poi modificato negli anni Ottanta e portò PepsiCo ad acquisire temporaneamente una flotta di navi sovietiche e persino alcuni sottomarini dismessi come forma di pagamento. Alcune fonti popolari hanno trasformato questa vicenda nella battuta secondo cui Pepsi avrebbe avuto "la sesta marina militare più grande del mondo".

L'ingresso di Pepsi nel mercato sovietico ebbe un forte valore simbolico durante la Guerra fredda: dimostrava che anche un prodotto della cultura consumistica americana poteva trovare spazio all'interno di un'economia socialista. L'accordo rappresentò una forma di diplomazia commerciale, in cui gli interessi economici riuscirono a creare un punto di contatto tra due sistemi ideologicamente contrapposti.

Bibite identitarie regionali o nazionali 

Cedrata (Italia)

La cedrata nasce dall'utilizzo del cedro, agrume antico coltivato soprattutto in Calabria e Sicilia. La versione industriale più famosa è la Cedrata Tassoni, nata agli inizi del Novecento sul lago di Garda. La sua caratteristica è il gusto dolce ma aromatico, con le note intense della scorza di cedro. Come il chinotto, rappresenta un esempio di come un ingrediente locale possa trasformarsi in una bibita riconoscibile a livello nazionale. 

Chinotto (Sicilia e Liguria)

Se esiste una bibita che più di ogni altra può essere definita "italiana", questa è probabilmente il chinotto. La bevanda prende il nome dall'omonimo agrume (Citrus myrtifolia), un piccolo albero introdotto dalla Cina nel XVI secolo e coltivato soprattutto in Sicilia e Liguria, dove trovò un ambiente ideale per prosperare. Il suo frutto, piccolo e molto amaro, era già impiegato nella produzione di canditi, conserve e liquori prima di essere utilizzato per aromatizzare una bibita gassata.

La versione moderna del chinotto si affermò tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, quando diverse aziende italiane iniziarono a produrre bevande analcoliche a base dell'estratto del frutto. Tra queste, la più celebre è il Chinò di Sanpellegrino, lanciato nel 1958 e ancora oggi realizzato con chinotti coltivati sulle pendici dell'Etna, in Sicilia. Il chinotto non cercò mai di imitarne il gusto: il suo caratteristico equilibrio tra dolcezza e note amaricanti gli permise di ritagliarsi un'identità del tutto autonoma, diventando una delle bibite simbolo dell'Italia.

Spuma (Marche)

Tra le bibite italiane più caratteristiche merita una menzione anche la spuma, una bevanda gassata nata nei primi decenni del Novecento. A differenza del chinotto o della cedrata, il termine "spuma" non indica un marchio, ma una tipologia di bibita: una miscela di acqua gassata, zucchero, caramello e aromi naturali, spesso ottenuti da agrumi, vaniglia, rabarbaro e spezie. La prima versione, oggi nota come spuma bionda, si affermò negli anni Venti grazie alla Paoletti Bibite di Folignano, nelle Marche, mentre la spuma nera fu introdotta nel 1938 dall'azienda Spumador, probabilmente come alternativa al chinotto in un periodo di scarsità di materie prime. 

Le bibite Tomarchio (Sicilia)

Tra le aziende che più hanno contribuito a mantenere viva la tradizione delle bibite identitarie italiane spicca Tomarchio, fondata ad Acireale nel 1920 da Filippo Tomarchio. L'attività ebbe inizio con la produzione artigianale della celebre gassosa con la pallina, imbottigliata in vetro con la caratteristica biglia che fungeva da chiusura. Per circa quarant'anni la distribuzione rimase limitata al territorio di Acireale e avveniva porta a porta, prima di estendersi progressivamente all'intera Sicilia. Tra gli anni Ottanta e Novanta l'azienda ampliò il proprio catalogo introducendo bibite come chinotto, aranciata, limonata, spuma, cola e ginger, consolidando la propria presenza nel mercato regionale.

Tra le bibite siciliane più particolari prodotte da Tomarchio meritano una menzione il Verdello e l'Agrodolce, due esempi di come una tradizione agrumicola locale possa trasformarsi in una bevanda gassata identitaria.

Il Verdello prende il nome da una particolare varietà di limone siciliano, raccolta in una fase in cui il frutto presenta ancora la buccia verde e un profilo aromatico più fresco e intenso. La bibita, tuttora prodotta da Tomarchio, viene realizzata con una significativa percentuale di succo di limone siciliano e rappresenta una variante più caratteristica rispetto alla classica limonata.

L'Agrodolce appartiene invece alla tradizione delle bibite a base di agrumi nate tra gli anni Ottanta e Novanta, quando Tomarchio ampliò la propria gamma oltre ai prodotti storici come gassosa, chinotto, limonata e aranciata. Il nome richiama il suo principale elemento distintivo: un equilibrio tra note dolci e una componente più acidula e aromatica.

Le bibite del chiosco (Sicilia, specificamente nelle province di Catania)

Se in gran parte d'Italia la bibita gassata è stata storicamente associata alla bottiglia acquistata al bar o al supermercato, in Sicilia esiste una tradizione diversa: quella del chiosco. In particolare a Catania, il chiosco è un luogo di socialità dove da generazioni si preparano bevande fresche mescolando al momento acqua seltz, sciroppi, agrumi e ingredienti locali. I primi chioschi risalgono al 1895 e si racconta di ordinanze per trasferirli in luoghi periferici, in quanto centri di aggregazione che intasavano l'intero centro cittadino. Si narra che le origini del chiosco risalgano ai venditori ambulanti acqua e zammù, cioè acqua aromatizzata all'anice, diffusi già nell'Ottocento; nel corso del Novecento questi venditori si trasformarono nei caratteristici chioschi cittadini.

La bevanda simbolo è il seltz, limone e sale: una preparazione apparentemente semplice, composta da acqua molto gassata, succo di limone e un pizzico di sale, nata come risposta al caldo intenso delle estati siciliane. Accanto a questa esistono numerose varianti, spesso basate su sciroppi prodotti artigianalmente: mandarino al limone, mandarino verde, tamarindo, orzata, sciampagnino e il cosiddetto completo, con orzata, limone, anice e seltz.

Molti di questi sciroppi, come il mandarino o l'orzata, sono conosciuti e consumati in diverse regioni italiane e non rappresentano una peculiarità esclusivamente siciliana. Vale però la pena soffermarsi su alcune preparazioni più caratteristiche della tradizione dei chioschi, in particolare orzata, sciampagnino e tamarindo, tre gusti che raccontano meglio il rapporto tra la bibita, la memoria locale e la cultura del chiosco siciliano.

L'orzata è forse il gusto più antico e diffuso. Il nome deriva dall'antica preparazione a base di orzo (hordeata in latino), anche se nel tempo la ricetta si è trasformata: oggi in Italia indica generalmente uno sciroppo bianco e dolce, aromatizzato con essenza di mandorla amara, vaniglia e fiori d'arancio, da diluire con acqua semplice o, nei chioschi, con acqua di seltz. Non va confusa con il latte di mandorla, che è una bevanda diversa ottenuta dall'emulsione delle mandorle vere e proprie. Nei chioschi catanesi viene spesso utilizzata anche come base per il completo, insieme a limone, anice e seltz.

Il tamarindo rappresenta invece uno dei sapori più riconoscibili del chiosco siciliano. Lo sciroppo viene ottenuto dal frutto del tamarindo, una pianta tropicale originaria dell'Africa ma diffusa da secoli in molte cucine del mondo. Il suo gusto agrodolce, leggermente acidulo e speziato, lo rende particolarmente adatto a una bevanda dissetante: al chiosco viene generalmente miscelato con acqua di seltz e succo di limone, creando una bibita dal carattere molto più deciso rispetto alle classiche bevande agli agrumi. In Sicilia è diffusa la credenza popolare (del tutto infondata) che aiuti la digestione. In particolare, la procedura prevede di bere metà del bicchiere, e di chiedere al chioscaro "n' poch'i bicarbonato" verso la metà del bicchiere. Il gestore aggiunge quindi una piccola quantità di bicarbonato, provocando un aumento dell'effervescenza, propagando il rituale di generazione in generazione.

Lo sciampagnino, bibita quasi del tutto sconosciuta alle nuove generazioni, è quasi "la bibita dei vecchi". Il nome richiama lo champagne per il suo aspetto chiaro e frizzante, ma non contiene naturalmente vino o alcol: è una bevanda dolce ottenuta con uno sciroppo aromatizzato e seltz. La sua composizione può variare a seconda del produttore o del chiosco, ma la base è generalmente costituita da zucchero, acqua, aromi agrumati e ingredienti utilizzati per dare colore e profumo allo sciroppo.

Brasilena (Calabria)

Tra le bibite italiane legate in modo più forte a un territorio specifico merita un posto particolare la Brasilena, una gassosa al caffè nata in Calabria e diventata nel tempo uno dei simboli gastronomici della regione. Prodotta dall'azienda Acqua Calabria S.r.l., la bevanda venne lanciata nel 1960 a Monte Covello, nel territorio di Gasperina, in provincia di Catanzaro.

L'idea alla base era semplice ma originale: unire due elementi molto presenti nella cultura calabrese, cioè l'acqua frizzante e il caffè. La Brasilena si presenta infatti come una gassosa scura, aromatizzata con estratto di caffè, con un sapore che richiama il caffè freddo ma con la leggerezza e l'effervescenza tipiche delle bibite.

Il nome, che richiama il Brasile, nasce dall'immaginario esotico molto diffuso nella pubblicità italiana del dopoguerra: negli anni Cinquanta e Sessanta il Brasile rappresentava nell'immaginario collettivo un luogo lontano, caldo e solare. Il riferimento non indica però un'origine brasiliana della ricetta, ma piuttosto un richiamo evocativo capace di comunicare freschezza ed energia.

Kofola (Cecoslovacchia)

Tra tutte le bibite nate come alternative ai grandi marchi occidentali, poche hanno una storia tanto legata alla politica, all'economia e all'identità nazionale quanto la Kofola. Nata nell'allora Cecoslovacchia socialista, la bevanda rappresenta uno degli esempi più riusciti di come un prodotto di consumo possa trasformarsi in un simbolo culturale.

La Kofola venne sviluppata nel 1959 dal gruppo di ricerca dell'azienda farmaceutica cecoslovacca Výzkumný ústav léčivých rostlin (Istituto di ricerca sulle piante medicinali) di Praga, guidato dal farmacista e ricercatore Zdeněk Blažek. L'obiettivo iniziale era trovare un modo per utilizzare l'eccesso di caffeina prodotto durante la lavorazione del caffè, trasformandolo in un ingrediente per una nuova bevanda analcolica.

Il risultato fu una bibita scura, simile nell'aspetto alla cola, ma con una ricetta completamente diversa. Il suo ingrediente caratteristico è il Kofo sirup, una miscela di circa quattordici estratti vegetali e frutta, tra cui mele, ciliegie, ribes, erbe aromatiche e spezie, oltre a caramello, zucchero e caffeina. Rispetto alle cole occidentali, la Kofola ha un gusto meno dolce, più erbaceo e speziato, con una nota acidula e un aroma che la rende immediatamente riconoscibile.

La sua nascita avvenne in un contesto particolare: durante la Guerra fredda la Cecoslovacchia non aveva accesso ai grandi marchi americani come Coca-Cola e Pepsi, considerati simboli della cultura occidentale. La Kofola nacque quindi anche come risposta interna alla necessità di creare una bevanda nazionale capace di occupare quello spazio sul mercato.

A differenza di altre imitazioni delle cole americane, tuttavia, la Kofola non cercò mai di essere una semplice copia. Proprio la sua ricetta autonoma le permise di sviluppare una propria identità. Negli anni Sessanta e Settanta divenne una delle bibite più diffuse in Cecoslovacchia, entrando nella vita quotidiana di milioni di persone.

Dopo la caduta del regime socialista nel 1989, la Kofola dovette affrontare la concorrenza dei grandi marchi internazionali che tornarono rapidamente nei mercati dell'Europa centrale. Per un periodo sembrò destinata a scomparire, ma venne rilanciata negli anni Duemila come simbolo della memoria e dell'identità locale. La nuova comunicazione puntò proprio sul suo essere una bevanda "nostrana", legata ai ricordi dell'infanzia e alla cultura ceca e slovacca.

Almdudler (Austria)

Tra le bevande che meglio rappresentano il rapporto tra una bibita e l'identità nazionale, poche sono riconoscibili quanto Almdudler, una limonata alle erbe che in Austria è diventata quasi un simbolo del paesaggio alpino e della cultura tradizionale del Paese.

La bevanda nacque nel 1957 a Vienna per iniziativa di Erwin Klein, che cercava di creare una bibita analcolica capace di distinguersi dalle limonate e dalle cole già presenti sul mercato. Il nome deriva dall'espressione dialettale viennese auf der Alm dudeln, cioè "suonare musica sulla malga alpina", un richiamo diretto all'immaginario delle montagne, dei pascoli e della vita rurale austriaca.

La ricetta originale si basa su una miscela di circa trenta erbe alpine e piante aromatiche, oltre a zucchero, acqua frizzante e aromi naturali. Il gusto è difficile da paragonare ad altre bibite: non è una semplice limonata, ma una bevanda dal profilo erbaceo, leggermente speziato e floreale, che richiama in qualche modo le tisane tradizionali delle Alpi trasformate in una bevanda rinfrescante.

Fin dall'inizio Almdudler puntò molto sul legame con il territorio. La comunicazione del marchio non cercava di imitare Coca-Cola o le grandi bibite internazionali, ma proponeva un'immagine profondamente austriaca: montagne, abiti tradizionali, convivialità nelle baite e vita all'aria aperta. Lo slogan storico Wenn die kan Almdudler hab'n, geh' i wieder ham  ("se non hanno Almdudler, torno a casa") contribuì a rafforzare l'idea che la bevanda fosse parte dell'esperienza austriaca.

Negli anni la bibita è entrata nella cultura quotidiana del Paese: viene consumata nei ristoranti, nelle feste, durante le escursioni in montagna e spesso viene considerata una vera alternativa locale alle grandi marche internazionali. È talmente radicata nell'immaginario nazionale che molti austriaci la associano alla propria infanzia e ai momenti di socialità familiare.

Un aspetto interessante è il suo ruolo nella gastronomia austriaca: Almdudler viene spesso bevuta da sola, ma è anche utilizzata per preparare il Almdudler g'spritzt, cioè una versione diluita con acqua frizzante, e viene talvolta impiegata come mixer per cocktail.

La cultura delle Limonade e del Gespritzt (Austria)

Parlando delle bibite austriache, non si può considerare soltanto il singolo prodotto: esiste infatti una vera e propria cultura della bevanda gassata, basata su due concetti fondamentali della tradizione quotidiana austriaca: la Limonade e il Gespritzt (o G'spritzter nel linguaggio colloquiale).

In Austria il termine Limonade non indica necessariamente la sola limonata al gusto di limone, come avviene spesso nell'uso italiano moderno. È un termine generico che comprende una vasta categoria di bibite analcoliche gassate aromatizzate: arancia, limone, erbe, lampone, cola e numerose varianti regionali. Storicamente queste bevande appartengono alla tradizione delle Kracherl, termine austriaco e bavarese usato per indicare le bibite frizzanti, soprattutto quelle imbottigliate nelle caratteristiche bottiglie con chiusura a biglia.

La diffusione delle Kracherl risale alla seconda metà dell'Ottocento, quando l'acqua gassata divenne un prodotto sempre più accessibile e i produttori iniziarono ad aggiungere sciroppi, succhi e aromi. Come in altre parti d'Europa, anche nell'Impero austro-ungarico le bibite nacquero inizialmente con un'immagine legata alla salute e al benessere, per poi trasformarsi in prodotti di consumo quotidiano.

Il secondo elemento fondamentale è il concetto di gespritzt (letteralmente "spruzzato"), cioè una bevanda allungata con acqua frizzante. Nella cultura austriaca il termine non indica una diluizione, ma una vera filosofia del bere: rendere una bevanda più leggera, meno dolce e più adatta al consumo quotidiano.

L'esempio più famoso è l'Apfelsaft gespritzt: succo di mela mescolato con acqua frizzante. È una delle bevande più comuni in Austria, presente nei ristoranti, nelle case e durante le attività all'aperto. Il Traubensaft gespritzt, preparato con succo d’uva e acqua frizzante, richiama direttamente la cultura vitivinicola austriaca e rappresenta una sorta di alternativa analcolica allo Spritzer a base di vino. Molto diffuso è anche l’Holler gespritzt, ottenuto dallo sciroppo di sambuco (Holunder), una bevanda dal profumo floreale particolarmente legata alla primavera e all’estate. Altri esempi sono il Johannisbeersaft gespritzt al ribes, dal gusto più acidulo, il Marillensaft gespritzt all’albicocca, soprattutto nelle regioni famose per la coltivazione della Marille, e le versioni all’arancia o ad altri frutti.

Il bitter analcolico

Il bitter nasce dalla tradizione degli elisir medicinali a base di erbe amare, il cui gusto (bitter in inglese, dal latino amarus) veniva associato da secoli a proprietà digestive e toniche. Nell'Ottocento l'Italia ebbe un ruolo fondamentale nella trasformazione del bitter in un simbolo della cultura dell'aperitivo, a partire dal Campari, creato nel 1860 da Gaspare Campari. Accanto a questo nacque l'Aperol (1919), più dolce e meno alcolico, mentre nella seconda metà del Novecento la tradizione del bitter arrivò anche nel mondo delle bevande analcoliche.

Uno dei primi esempi fu il Sanbittèr, lanciato nel 1961, una bevanda analcolica dal caratteristico colore rosso intenso pensata per riprodurre l'esperienza del bitter tradizionale senza contenere alcol. Grazie al suo gusto amaricante, agli aromi botanici e alla forte associazione con il momento dell'aperitivo, divenne rapidamente uno dei prodotti simbolo della categoria.

Pochi anni dopo arrivò il Crodino, nato nel 1964 a Crodo, in Piemonte. Anche questa bevanda riprese la tradizione dei bitter alcolici attraverso una miscela di erbe, spezie, radici e frutti, trasformandola in una versione analcolica adatta a un consumo quotidiano. La sua caratteristica bottiglietta e la comunicazione legata alla convivialità contribuirono a renderlo uno dei bitter analcolici più riconoscibili in Italia.

Irn-Bru (Scozia)

Nata nel 1901 a Glasgow con il nome di Iron Brew, fu creata dalla famiglia Barr come bevanda energetica destinata agli operai delle acciaierie scozzesi. Nonostante il nome richiami una bevanda al malto o alla birra, non contiene ferro in quantità significative e non è una bevanda alcolica.

Il suo gusto è difficilmente classificabile: arancia, vaniglia, spezie e note caramellate. Per decenni ha rappresentato una vera alternativa scozzese alla Coca-Cola, tanto da essere spesso descritta come "l'altra bevanda nazionale della Scozia" insieme al whisky.

Ramune (Giappone)

Arrivata in Giappone nell'Ottocento, Ramune deriva dalla pronuncia giapponese di "lemonade". È famosa soprattutto per la bottiglia con la biglia di vetro (Codd-neck bottle), che crea un piccolo rituale di apertura. Non è tanto il gusto a renderla iconica, quanto il valore culturale: è associata all'estate giapponese, ai festival (matsuri) e ai ricordi d'infanzia.

Inca Kola (Perù)

Nata nel 1935 in Perù, Inca Kola è una bibita gialla dal gusto dolce e fruttato, difficile da classificare. Per decenni riuscì addirittura a superare Coca-Cola nel mercato peruviano. Il suo successo deriva dal forte legame con l'identità nazionale: il nome richiama l'impero Inca e il colore dorato richiama simbolicamente il sole e la cultura andina.

Kombucha (Asia centrale, e poi in tutto il mondo)

Negli ultimi anni una delle tendenze più evidenti nel mondo delle bevande analcoliche è stata la riscoperta della kombucha, una bevanda fermentata a base di tè zuccherato, acqua e una coltura di batteri e lieviti chiamata SCOBY (Symbiotic Culture Of Bacteria and Yeast). Sebbene oggi sia spesso associata al movimento salutista occidentale, la sua storia è molto più antica e affonda le radici nelle tradizioni dell'Asia orientale, in particolare in Cina, dove era conosciuta come bevanda fermentata già da secoli.

Il principio alla base della kombucha è simile a quello di altre bevande fermentate antiche: i microrganismi trasformano parte degli zuccheri presenti nel liquido producendo acidi organici, aromi e una naturale quantità di anidride carbonica. Il risultato è una bevanda leggermente acidula, frizzante e complessa, con note che possono ricordare il sidro, il tè fermentato o alcune bevande botaniche.

Per gran parte della sua storia la kombucha rimase una preparazione domestica, diffusa soprattutto nell'Asia centrale e orientale. La sua trasformazione in prodotto commerciale avvenne soprattutto tra la fine del Novecento e l'inizio del XXI secolo, quando venne reinterpretata nei Paesi occidentali come alternativa alle bibite zuccherate tradizionali. La comunicazione moderna ha spesso insistito sui presunti benefici per la salute legati alla presenza di microrganismi e acidi organici, anche se molte delle proprietà terapeutiche attribuitele non hanno ancora solide conferme scientifiche.

Il successo della kombucha si inserisce in una tendenza salutista: dopo decenni dominati da bibite industriali molto dolci e standardizzate, una parte dei consumatori ha iniziato a cercare bevande percepite come più naturali, artigianali e legate a processi tradizionali. In questo senso la kombucha rappresenta quasi un ritorno alle origini della storia delle bevande gassate: una bevanda frizzante ottenuta non dall'aggiunta artificiale di anidride carbonica, ma dall'attività dei microrganismi.

Conclusione

Le bibite gassate sono nate dagli esperimenti di un chimico? Forse, senza l'intervento di questo chimico la nascita sarebbe stata impossibile. Ma senza alcun dubbio, non avrebbero avuto un successo di tale portata se non fossero state in grado di raccontare storie interessanti di territori, persone e tradizioni. Conoscerne l'esistenza prima di partire per un viaggio è un modo semplice e divertente per guardare un luogo con occhi diversi: dietro una bottiglia o un logo possono nascondersi la storia di un'azienda, le abitudini di una comunità e i gusti che hanno caratterizzato intere generazioni.

Commenti

Post più popolari