I miei rari ma preziosi incontri col Guccio
Non sono nata in una famiglia di sinistra, ma in una famiglia tendenzialmente poco interessata alla politica e con forti inclinazioni liberali (per cui ideologicamente di destra). I miei genitori non ascoltavano Francesco Guccini. Mia madre forse non ha mai realmente davvero ascoltato alcuna canzone (se non dopo il mio arrivo, modestamente). Mio padre ha una conoscenza ed un interesse per la musica decisamente più ampi e condivisibili. Tuttavia, dai gusti musicali di mio padre, si intuisce come per lui la parte instrumentale (specialmente strumenti a corde, come chitarra e basso) abbia un ruolo preponderante nelle canzoni (per fare degli esempi di musica non italiana, in macchina metteva spesso CD di Santana o dei Police, per quanto riguarda la musica italiana, i suoi preferiti credo siano Pino Daniele ed Edoardo Bennato). Per cui, no, neanche lui ascoltava Francesco Guccini, la cui musica presenta una parte istrumentale semplice e ciclica.
Com'è entrato Guccini nella mia vita?
Gran parte della mia conoscenza sulla musica italiana e internazionale proviene da Giuseppe, un dipendente di mia mamma. Tendenzialmente poco interessato alla politica, ma non di destra, o meno di destra rispetto agli altri. Le prime canzoni di Guccini di cui ho memoria non sono le più conosciute (non poteva certo farmi ascoltare l'Avvelenata o Eskimo quand'ero ancora alle elementari!), ma sono sicuramente tra le più belle (perlomeno per me).
La prima in assoluto è Cyrano. Per quanto poco capissi della denuncia contro la "gente vuota", che include altri cantanti, presunti poeti, politici e preti in cerca di fama, senza una vera vocazione, la mia lettura si focalizzava sul naso, la tristezza e la storia di un amore non corrisposto. Riconoscevo in questi drammi anche un po' dei miei drammi da bambina quasi adolescente.
La seconda è Don Chisciotte. Era la canzone più bella di Guccini per me allora, musicalmente, ma forse anche come testo. L'unica che ero in grado di memorizzare, ricantare ed immaginare. Amavo il teatro ed i musical, e questa canzone apparteneva per me a quella sfera. Immaginavo il dialogo tra Don Chisciotte e Sancho Panza, l'aspetto, gli abiti ed i gesti dei due personaggi. Ho ascoltato la canzone prima di venire a contatto con il libro e con una associazione culturale che mi ha ancor di più motivato a leggerlo. Sia il libro sia la canzone meritano molto, per risvegliare, ma anche mettere in discussione, l'idealista in ognuno di noi.
La terza canzone, con cui sono entrata in contatto una volta cresciuta, è l'Avvelenata, la più famosa canzone di Guccini (credo più di Dio è morto, che fino a poco tempo fa era associata perlopiù ai Nomadi). Facile immedesimarsi con l'Avvelenata. Credo sia il paradigma dell'universalità della poesia: la si legge, la si ascolta e subito ci si riconosce. Per quanto a livelli differenti, nessuno è immune alle critiche altrui, che sicuramente sono ingigantite dalla propria sensibilità ma anche dal proprio ego. Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo vissuto situazioni lavorative o scolastiche o d'amicizia piuttosto pesanti, in cui la portata dello sforzo non è stata compensata dal risultato. Da tali situazioni, ci si chiede perché si è fatto un determinato sforzo a cui non è seguito il risultato sperato (i.e., "ma cu mu fici fari?"), per poi finire col darsi una pacca sulla spalla e dirsi che quello sforzo è rappresentativo di sé stessi, della propria attitudine.
La quarta canzone non rientra tra le canzoni ascoltate da Giuseppe. Ero già all'università ed avevo un professore di chimica organica che, di tanto in tanto, parlava della sua vita da studente per alleggerire le lezioni (cosa che non dispiaceva affatto, data la chiarezza con cui spiegava sia la sua vita, sia la chimica organica). Non so che fine abbia fatto questo professore, ma ricordo il giorno in cui parlò di Eskimo in aula, pensando ad una fidanzata passata. Inutile dire che ho ascoltato la canzone una volta rientrata e che questa canzone è riemersa più volte nella mia vita da quel momento. No, non avevo un fidanzatino che portava un eskimo, non porto un paletò, né ho intenzione di parlare oltre di questa canzone. Non sarebbe necessario, è sufficiente consigliarne l'ascolto.
La quinta canzone è arrivata nella mia vita per caso, non associata a nessuna persona, semplicemente ad una città, Praga. Sono arrivata a Praga a 23 anni, con un paio di soldi ricevuti dall'Unione Europea, pochi risparmi ed un altro paio di soldi ricevuti dalla mia università. Ebbene, mi sono avanzati soldi. Non ho viaggiato al di fuori della Repubblica Ceca, non ho fatto serate non gratuite (😉), non ho acquistato roba inutile, non ho pagato visite guidate, ma ho cercato molto su Internet. Lì ho trovato Primavera di Praga, che ricorda la vicenda di Jan Palach, studente di storia ed economia politica che si è dato fuoco per contrastare il regime sovietico, il parallelismo con il protestante Jan Hus, bruciato vivo per aver denunciato la vendita delle indulgenze e gli abusi della chiesa cattolica. La forza delle idee, la paura che le idee suscitano ed hanno suscitate, le persone che sono state disposte a morire per difendere le proprie idee.
E poi il vuoto dei giorni nostri. Nel 2023, un ragazzo di 24 anni, David Kozák, studente di filosofia, ha deciso di sparare dall'alto dell'edificio principale della facoltà di lettere e filosofia, proprio su piazza Jan Palach. Kozák causa la morte di una ventina di persone, tra cui giovani studenti, incluso Kozák stesso, e personale universitario. Una ventina di morti solo per l'ego di un ventiquattrenne, nessun altro nobile motivo. Proprio a pochi passi da uno dei monumenti dedicati alla memoria di Jan Palach.
Speriamo che Dio risorga presto.


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