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Perché a destra odiano chi si diverte? Tributo a Francesco Guccini e riflessioni su un fenomeno incomprensibile
È morto Guccini. Per fortuna non ci è toccato il compito di dare la notizia per primi. Anzi. La notizia è già stata data, raccontata, commentata, pianta, celebrata. Insieme ai Dire Straits, ancora prima di Pink Floyd, Deep Purple e Queen, Guccini è stato uno tra i primi artisti che ho imparato ad apprezzare, all'età di circa due anni.
Non mi aspettavo che in giro ci sarebbero stati così tanti estimatori, onestamente. Ma si sa. Un artista attraversa una seconda fase quando muore. L'abbiamo visto nel 1999 con De André e nel 2022 con Battiato.
Succede qualcosa di curioso. Un artista che, fino al giorno prima, apparteneva soprattutto a quelli che lo ascoltavano, improvvisamente diventa patrimonio collettivo. Spuntano fotografie, citazioni, aneddoti, ricordi personali. Persone che non ne parlavano da anni scoprono di averlo sempre amato. Le canzoni ricominciano a circolare. I versi diventano frasi da condividere. E, per qualche giorno, sembra che tutti abbiano avuto con quell'artista un rapporto speciale.
Un evento stupendo di pastasciutta antifascista a cui ho partecipato a Vienna,
terminato poi con un po' di musica improvvisata (anche di Guccini),
organizzato da Piazza Kollektiv (PiKo)
Generalmente questa situazione si riduce fortemente due settimane dopo la morte dell'artista di turno, ma non si placa mai del tutto. Specialmente quando, oggettivamente, l'artista nella sua carriera ha raccontato qualcosa di universale. Come i tre che ho citato in queste poche righe.
Quando si parla di cantautori, succede, però, qualcosa di diverso. Dal momento che, per ragioni abbastanza scontate, chi pensa, elabora, riflette, racconta il popolo, si occupa di «umanità» è, se non comunista, fortemente di sinistra, i cantautori sono diventati nel tempo uno dei simboli più riconoscibili di una certa cultura progressista italiana.
E quindi, ormai che i cantautori hanno quasi tutti lasciato questo mondo, sono sempre più frequenti gli eventi in cui vengono celebrati, reinterpretati, ricordati. Concerti tributo, serate commemorative, reading, spettacoli teatrali, festival, iniziative culturali. Le loro canzoni vengono riproposte da altri, i loro testi vengono letti, le loro fotografie proiettate, le loro vite raccontate.
In breve, gruppetti di giovani, spesso accompagnati anche da qualcuno meno giovane che ha vissuto direttamente "gli anni d'oro" di quegli artisti, prendono una chitarra, si riuniscono in un luogo pubblico o aperto al pubblico e iniziano a suonare e cantare.
E qui, generalmente, succede una cosa piuttosto piacevole.
La gente si diverte. E anche spendendo poco.
Fin qui niente di politico, giusto? A prescindere dai testi dell'autore, un gruppo di persone si riunisce per suonare e cantare qualcosa che amano. Che poi, dopo avervi descritto "causa e pretesto" di questo articolo, non è nemmeno così vero che i cantautori e nello specifico Guccini sia solo apprezzato dalla Sinistra.
Il nostro Sommo Signor Presidente Giorgia Meloni ha, infatti, recentemente affermato di amarlo (prima che morisse, eh, guardate che bravo il Presidente). Ma Guccini ha sempre preso le distanze da questo amore non ricambiato, sospettando che Il Presidente non avesse capito una singola parola dei suoi testi.
Ancora più divertente è il caso di Matteo Salvini, che ha postato sui suoi profili social la famosissima «Il pescatore» di Fabrizio De André. In questo caso, naturalmente, post-mortem, anche per il semplice fatto che i social non esistevano nel 1999. Il risvolto più comico della vicenda, però, arriva grazie all'intervento del figlio, Cristiano De André, che si è dichiarato sicuro che Matteo Salvini abbia interpretato correttamente soltanto uno stralcio de «Il pescatore», e cioè quello che, in effetti, presenta pochissimi problemi di natura interpretativa: «La la la la la la».
Nonostante questi due "Destri per eccellenza", si siano mostrati in qualche modo aperti alla possibilità di amare qualche cantautore "comunista", magari selezionando solo le parti ad essi comprensibili, esiste una frangia, generalmente popolare, che li odia visceralmente.
Odia i cantautori.
Odia la musica.
Odia il divertimento.
Odia le persone che si divertono.
È sufficiente osservare cosa succede ogni volta che qualcuno organizza una serata musicale, un concerto all'aperto, una festa di paese, una manifestazione culturale, un gruppo di persone che canta in piazza. Parlo esattamente di quanto successo in Via Paolo Fabbri, 43 a Bologna. Prima o poi arriva qualcuno a spiegare sui social che «non si può vivere così».
La musica disturba.
La gente fa rumore.
I giovani bevono.
Ma questi quando lavorano?
Anzi no, devo andare io a lavorare.
Questi disturbano la quiete pubblica.
È una curiosa forma di insofferenza verso la felicità altrui. Non importa quasi mai che cosa stiano facendo realmente quelle persone. Non importa se stanno cantando De André, Guccini, Battiato o qualcos'altro. Non importa se hanno vent'anni o settanta. Non importa se stanno bevendo una birra o un bicchiere d'acqua.
Il problema è che stanno lì.
Insieme.
E stanno bene.
Magari senza spendere.
Questa cosa, evidentemente, dà fastidio. E qui la questione diventa politica, ma in un modo molto più subdolo di quanto non sembri. Perché il divertimento è una delle attività umane più inutili che esistano. Non produce PIL significativo. Non aumenta la produttività. Non migliora il curriculum. Non rende più competitivi sui mercati internazionali. Non prepara alla carriera. Non costruisce capitale umano.
Uno prende una chitarra, si mette in piazza e canta «La locomotiva».
Che cosa produce? Niente.
Ed è proprio questo il punto.
Produce piacere e relazioni.
Produce una serata che il giorno dopo qualcuno ricorderà.
E questo è poco produttivo.
E, fin qui, siamo tutti d'accordo, nessuno lo vuole negare. Mi chiedo, però, cosa sia andato storto nel cervello di un ragazzo di trent'anni, che non riesca a comprendere il fatto che si possa rientrare alle 17.00 dal turno in reparto ed andare a cantare alle 22.00. dal turno in reparto, cenare, farsi una doccia e andare a cantare alle 22.00. Oppure andare a bere una birra con gli amici. Oppure andare a un concerto.
E andare a lavorare comunque l'indomani.
Capo, hai trent'anni, non centosette.
Se ti diverti, evidentemente non hai voglia di lavorare. Se fai tardi, sei irresponsabile. Se bevi una birra, sei un alcolizzato. Se ascolti musica in piazza, sei un incivile. Se il giorno dopo devi alzarti presto, allora dovresti essere già a letto alle nove. Ma una persona può essere stanca e avere comunque voglia di uscire. Può avere responsabilità e desiderare una serata con gli amici.
Può anche essere esausto dal lavoro e dalla stanchezza, aver passato otto ore in reparto e avere soltanto voglia di buttarsi sul letto. Eppure, di fronte alla portata di un evento del genere, può aver deciso di fare uno sforzo per esserci.
Può, nonostante la stanchezza essere parte del gruppo che celebra e che ricorda un poeta. Vuole cantare insieme agli altri quelle canzoni. Vuole condividere, almeno per una sera, qualcosa con persone che magari non conosce nemmeno. E quindi si alza dal divano, si veste, esce di casa e va a cantare Guccini alle dieci di sera.
E il giorno dopo va a lavorare.
Questa cosa, francamente, non dovrebbe essere difficile da capire.
Ricordare questo evento, a distanza di decenni, e poter dire "Io c'ero. Grazie per tutto, Maestro".
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