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Sant'Agata: di tutto e di più
Sant’Agata è una delle sante più venerate dell’antichità cristiana, particolarmente patrona di Catania, ma anche di Palermo, Malta e San Marino. Oltre a proteggere Catania e i suoi abitanti, Sant’Agata è venerata come patrona dei malati, in particolare delle donne affette da tumore al seno, e di diverse categorie di lavoratori, a testimonianza del suo ruolo universale di protettrice e guida spirituale. La sua vita si colloca nel III secolo d.C., durante la persecuzione dei cristiani voluta dall’imperatore romano Decio (249–251). Secondo le fonti tradizionali, Agata sarebbe nata intorno al 231–235 d.C. in Sicilia, probabilmente da una famiglia nobile e benestante. A una giovane età decise di consacrare la sua vita a Dio prendendo un voto di verginità, cosa piuttosto rara per una donna del suo rango all’epoca.
Arrivato a Catania l’editto imperiale contro i cristiani, il proconsole Quintianus (o Quinziano), affascinato dalla sua bellezza e virtù, cercò di convincerla a sposarlo. Agata rifiutò con fermezza, dichiarando di essere già “sposata” a Cristo. Per questo fu arrestata e processata per la sua fede cristiana: era accusata di non rinnegare Cristo e dunque di infrangere l’editto di Decio. La tradizione narra che Agata fu sottoposta a torture feroci, tra cui la mutilazione delle mammelle, che è diventata il simbolo iconografico più conosciuto nella sua rappresentazione.
In prigione, durante le sofferenze, Sant’Agata avrebbe avuto una visione di San Pietro Apostolo, che secondo la leggenda le avrebbe curato le ferite e infuso forza e consolazione. Infine, il 5 febbraio del 251, Agata morì ancora in carcere, rifiutando qualsiasi compromesso con la religione pagana e offrendo la propria vita per la fede.
Le reliquie di Sant’Agata, invece, conobbero una lunga parentesi
internazionale: rimasero per circa ottant’anni a Costantinopoli.
Ma perché proprio lì? La Sicilia, a quei tempi, era bizantina, ma quando le reliquie di Sant’Agata finiscono lì (IX secolo), Catania è già passata sotto dominio islamico (emirati aghlabidi e poi fatimidi), mentre l’Impero bizantino sta perdendo la Sicilia. Portare a Costantinopoli le reliquie di una grande martire siciliana è un gesto tipico dell’epoca: mettere in salvo il sacro e, insieme, appropriarsene simbolicamente. La “Nuova Roma” si presenta come il luogo legittimo della santità imperiale.
Tutto ciò andò avanti finché
nel 1126 (periodo di passaggio dal dominio saraceno a quello normanno) furono riportate a Catania dai soldati Goselmo e Gisilberto. La narrazione tradizionale racconta che furono due membri dell’esercito bizantino (uno di origini provenzali, l’altro pugliesi) ai quali la santa apparve in sogno, spingendoli a compiere l’impresa. La restituzione
avvenne al vescovo Maurizio all’interno del castello di Aci, mentre
l’incontro con la popolazione ebbe luogo a Ognina, nell’area del Rotolo.
Per celebrare l’evento, il vescovo non mancò di mettere tutto per
iscritto in un’epistola dal tono dichiaratamente autocelebrativo, perché
il miracolo è miracolo, ma anche il clero vuole la sua parte. Il tempietto in cui avvenne l'incontro fu poi denominato Sant'Agata al Rotolo, fu documentato da Houel in un suo acquerello e oggi giace sepolto all'interno del cortiletto di un asilo che sorge in zona omonima.
Ma perché il rientro delle reliquie era così voluto?
Dopo l’XI secolo Catania è una città ferita e instabile: terremoti, eruzioni, dominazioni che cambiano (bizantini, arabi, normanni), un territorio potente ma imprevedibile. In questo contesto Sant’Agata non è solo una santa: è il perno simbolico dell’identità cittadina. È “nostra”, è morta qui, ha sofferto qui, ha protetto qui. Portarla a Costantinopoli significava aver sottratto alla città la sua garante soprannaturale.
Nel Medioevo le reliquie non erano souvenir sacri: erano presenza reale, quasi giuridica. Una città senza le reliquie del proprio martire principale è come una città senza sigillo, senza patrono attivo, senza difesa metafisica. Riportarle indietro voleva dire ristabilire un ordine: Dio è di nuovo dalla nostra parte, e lo può dimostrare.
C’è poi un aspetto molto concreto: Agata fermava la lava. In una città ai piedi dell’Etna, questo non è un dettaglio folklorico ma una questione di sopravvivenza collettiva. Il velo di Sant’Agata, le reliquie, le processioni diventano strumenti di gestione dell’angoscia di fronte a un vulcano che non rispetta calendari. Senza Agata, Catania è esposta. Con Agata, almeno simbolicamente, non è sola.
Infine c’è la politica. Il ritorno delle reliquie nel 1126 cade in un momento chiave: il potere normanno sta consolidando il controllo sulla Sicilia. Riportare Sant’Agata a Catania significa anche legittimare il nuovo ordine: il vescovo Maurizio, la città, il potere locale si presentano come scelti, approvati, benedetti. Non a caso l’epistola che racconta l’evento è apertamente autocelebrativa: Agata torna, ma qualcuno si prende il merito di averla “riportata a casa”.
Quindi no, non è solo devozione sentimentale. I catanesi non volevano Sant’Agata soltanto perché “le volevano bene”. La volevano perché senza di lei la città era incompleta, indifesa e simbolicamente illegittima.
Parliamo adesso del più grande superpotere delle reliquie agatine: deviare la lava.
Già nel 252 d.C., solo un anno dopo la morte di Agata, una violenta eruzione dell’Etna minacciò Catania e il suo centro abitato. I cittadini, spaventati dalla colata lavica, presero il velo della santa dalla sua tomba e lo portarono in processione davanti alla lava. Secondo la tradizione, la colata si fermò, risparmiando case, campi e persone. Questo episodio è considerato il primo grande miracolo attribuito a Sant’Agata e la base del suo culto come protettrice della città.
Nel 1444 la lava minaccia il paese di Battiati, ma in seguito all’ennesimo episodio miracoloso di deviazione di una colata lavica ottenuto tramite le reliquie della santa, l'abitato rimase miracolosamente illeso. Da questo evento fu evidentemente ritenuto opportuno aggiornare la denominazione in "Sant'Agata li Battiati. Il vecchio nome, Battiati, continua a sopravvivere nell’uso quotidiano di molti catanesi. Ni viremu a Battiati.
Nel 1669 si verificò la più grande eruzione storica dell’Etna, iniziata l’11 marzo con l’apertura di una lunga frattura sul versante sud-orientale del vulcano presso Nicolosi. Da qui fu emessa una enorme quantità di lava che formò i famosi Monti Rossi e un campo lavico di oltre 17 km di lunghezza, estendendosi verso Catania e i paesi alle sue pendici. La colata travolse nove centri abitati, tra cui le campagne e borghi come Malpasso, distruggendolo completamente; dopo l’evento il paese fu ricostruito e cambiò nome in Belpasso. Un altro borgo investito dall’eruzione fu Misterbianco, dove restò visibile solo il campanile dell’antica chiesa sepolta sotto la lava: da qui deriva localmente il nome Campanarazzu per quella zona (in siciliano “campanile grande” o “campanile vecchio”).
Nel aprile del 1669 la lava raggiunse le mura di Catania e colmò il fossato difensivo cittadino, avanzando lentamente ma inesorabilmente verso l’abitato. La lingua lavica circondò il Castello Ursino, che allora sorgeva direttamente sul mare (oggi è molto più interno perché la costa si è spostata di quasi un chilometro per il deposito di lava). Venne ricoperto il fiume Amenano col suo Lago di Nicito, che sopravvive nella nostra toponomastica. Secondo certe cronache agatine postume (più di tradizione che di fatto storico documentato), la lava sarebbe miracolosamente “scansata” proprio nei luoghi in cui Agata era stata imprigionata e martirizzata, e dove poi fu sepolta, indirizzandosi infine verso il mare. Inoltre, alcuni monaci benedettini decisero di proteggere il proprio monastero trasportando le reliquie scalzi, per tre giorni e per tre notti. Il miracolo avvenne davvero, ma solo in parte: se il monastero venne salvato, non possiamo dire lo stesso della Chiesa di San Nicola, che restò fortemente danneggiata.
Nel 1886, una lava minacciò Nicolosi, e il cardinale Dusmet portò in processione il velo, arrestando il flusso lavico. A partire da quella data, la geofisica e la vulcanologia hanno sviluppato nuovi metodi per il controllo e la gestione delle emergenze vulcaniche.
I primi documenti organizzati di cerimoniale risalgono al XVI secolo. In particolare, il più antico testo noto che descrive i festeggiamenti è il “cerimoniale” di Don Alvaro Paternò del 1522, che regola la struttura delle processioni, l’offerta dei ceri votivi e la partecipazione delle corporazioni cittadine tra il 1° e il 12 febbraio. Prima di questo documento, la festa si era già consolidata da secoli, con diverse ricorrenze legate alla martirizzazione (5 febbraio), alla traslazione delle reliquie da Costantinopoli (17 agosto) e a eventi successivi come la cessazione della peste del 1576 (17 giugno), tutte inserite nel calendario cittadino.
Nel tempo furono realizzate varie Chiese dedicate a Sant'Agata. Oggi Sant’Agata è praticamente come il puddisino (dappertutto), e non per caso: vi sono chiese, colonne, edicolette votive, villaggi dedicati a lei.
La chiesa più antica è Sant’Agata la Vetere, che fu la prima cattedrale di Catania. La prima edicola o “memoria” fu eretta qui dal vescovo Everio nel 264, circa tredici anni dopo il martirio della santa, nel luogo tradizionalmente identificato con il processo e la sepoltura. Dopo l’editto di Costantino (313), il vescovo Severino fece costruire una vera chiesa tra il IV e il V secolo per sostituire la prima piccola struttura, inserendo qui il culto formale e le reliquie. Essa servì come cattedrale di Catania fino al 1094, quando la sede vescovile fu trasferita nella nuova Cattedrale normanna. Questo è il motivo per cui si chiamò poi “la Vetere” (l’antica).
La chiesa di Sant’Agata al Carcere (o la Calcarella o San Biagio) sorge nella zona in cui, secondo la tradizione, la santa fu incarcerata e qui subì parte delle sue torture. La struttura attuale è posteriore, ma costruita in continuità con la memoria del luogo. Una prima struttura fu edificata all’inizio del XVI secolo dalla famiglia Guerrera attorno alla piccola “memoria” legata alla prigione. Dopo il terremoto del 1693, fu ricostruita come edificio barocco tra il XVIII secolo, con l’inserimento nel prospetto dell’antico portale romanico proveniente dalla Cattedrale normanna, dettaglio che da solo basterebbe a giustificarne la venerazione. All’interno si trovano ancora oggi ambienti ritenuti la cellula carceraria e reliquie legate alla tradizione agatina, come una lastra lapidea con impronta di piede attribuita alla santa.
La nuova Cattedrale di Catania fu avviata nel 1092, nell’ambito della riorganizzazione ecclesiastica normanna che precedette l’arrivo (evidentemente già annunciato) delle reliquie della santa nel 1126. Costruita nel cuore urbano, nei pressi dell’antico foro romano e del porto arabo, fu pensata proprio per rendere centralissimo il culto verso la patrona, raccogliendo le reliquie e le devozioni cittadine. Ricostruita dopo il terremoto del 1693 e ampliata nei secoli successivi, è oggi il cuore della festa e il luogo dove si conserva il fercolo con le reliquie portato in processione ogni anno. Proprio a proposito delle reliquie, possiamo notare elementi paradossali. Le reliquie di Sant’Agata sono disseminate in decine di chiese in Italia e in Europa, e comprendono frammenti di ossa, il celebre velo rosso e persino la “sacra mammella”. A Catania, cuore del culto, si conservano le reliquie principali insieme al velo che ancora oggi accompagna le processioni. Al di fuori della città, frammenti di ossa e tessuti si trovano in Palermo, Messina, Roma, Benevento, e in altri centri italiani come Capua, Capri, Foggia, Firenze e Udine, mentre la mammella è custodita a Galatina, dove da secoli è oggetto di contese locali con Gallipoli. Piccoli pezzi delle reliquie si trovano anche in Spagna, Francia, Belgio, Lussemburgo, Repubblica Ceca e Germania, ma spesso si tratta di frammenti minimi, talvolta tramandati più per devozione popolare che per documentazione storica certa. Il paradosso è evidente: più la santa è venerata, più le reliquie si moltiplicano, tanto che oggi si contano molti frammenti sparsi nel mondo, possibilmente più di quanto un unico corpo umano potrebbe fornire.
La chiesa di Sant’Agata al Borgo sorse nel periodo immediatamente successivo all’eruzione dell’Etna del 1669, quando i profughi dei villaggi distrutti — come Misterbianco e Malpasso — si rifugiarono nel nuovo quartiere del Borgo a Catania e costruirono un luogo di culto dedicato alla loro patrona, Sant’Agata. La chiesa, poi ricostruita dopo il terremoto del 1693, è arricchita di affreschi settecenteschi che raccontano episodi della vita e del martirio della santa e riflette l’identità di un borgo che non era ancora parte integrante del centro cittadino medievale.Nella festa di Sant’Agata, il percorso del fercolo prevede anche una sosta alla colonna della peste in Piazza dei Martiri: un monumento eretto in memoria del prodigio del 1743, quando, secondo la tradizione, le reliquie portarono la cessazione di una grave epidemia di peste a Catania. La colonna è sormontata da una statua di Sant’Agata che schiaccia un mostro, simbolo della peste, e rappresenta ancora oggi il ringraziamento e la protezione attribuiti alla patrona nei confronti delle calamità epidemiche
Infine, il Villaggio Sant’Agata non ha origini medievali né prodigiose: è frutto di un intervento urbanistico degli anni Sessanta, realizzato dall’Istituto Autonomo Case Popolari. Segno che, quando le colate laviche non si fermano più con miracoli o reliquie, almeno si può provare a risolvere l’emergenza abitativa… sempre sotto l’alta e vigile protezione della santa.
La festa di Sant'Agata oggi: non è la terza festa religiosa più frequentata al mondo
Molte fonti e siti turistici presentano la festa di Sant’Agata di Catania come la terza festa religiosa al mondo per numero di partecipanti, subito dopo la Settimana Santa di Siviglia e il Corpus Christi di Cuzco, citando stime che arrivano fino a mezzo milione di persone nei giorni principali. Anche organizzazioni locali e promoter della festa ripetono questa definizione come elemento di forte attrattiva culturale e identitaria, inserendola spesso in materiali promozionali o mostre sulla festa. Tuttavia, recenti verifiche italiane sottolineano che non esiste alcuna classifica ufficiale o riconoscimento globale che confermi realmente questa “terza posizione” nel mondo: il paragone, pur usato da decenni, non ha basi documentate e deriva da articoli giornalistici degli anni ’90 ripetuti poi senza verifiche. In altre parole, la festa di Sant’Agata è indubbiamente grande, spettacolare e molto partecipata, ma l’etichetta di “terza festa religiosa più importante al mondo” è più una tradizione narrativa e di marketing che un dato storico o statistico concreto.
Si tratta comunque di uno degli eventi religiosi più importanti d’Italia, un mix di devozione, tradizione popolare e spettacolo urbano che trasforma la città per quasi una settimana, dal 3 al 5 febbraio, con un richiamo il 17 agosto, in cui si celebra la traslazione delle reliquie da Costantinopoli e viene detta Sant'Aita 'i menzu austu.
Inizia il 3 febbraio con la processione dell’offerta della cera, un’antica usanza in cui i fedeli portano ceri e lumini in corteo, accompagnata dalla sfilata delle candelore, grandi struttura votive artisticamente decorate che rappresentano le antiche corporazioni di arti e mestieri e simbolizzano la “Luce” che squarcia le tenebre della notte. I ceri, detti anche cannili o tocci, vengono realizzati da mastri artigiani locali, che ne producono di varie dimensioni: dai 10 ai 123 kg.
Nella festa di Sant’Agata, le candelore, cerei o cannalori sono tra i simboli più antichi e significativi della devozione cittadina: si tratta di imponenti cerei votivi rivestiti di legno dorato con puttini, santi, scene del martirio e decorazioni barocche che aprono la processione con un’andatura ondeggiante detta ’annacata mentre precedono il fercolo di Sant’Agata nelle giornate del 3, 4 e 5 febbraio. Originariamente dovevano illuminare il cammino della processione in assenza di luce elettrica, ma col tempo sono diventate opere d’arte di straordinaria fattura e icone identitarie delle antiche corporazioni di arti, mestieri e quartieri della città, contando oggi fino a quindici candelore diverse.
Ogni candelora è portata a spalla da un gruppo di uomini, in numero variabile da 4 a 12 a seconda del peso (che può andare dai 400 ai 900 kg). I ruoli nelle candelore sono le curie e le stanghe che insieme formano la chiumma: le stanghe sono i portatori che indossano il sacco in testa chiamato vaddedda, la curia davanti è il capo chiumma, la curia di dietro è il motore delle candelore. Le curie laterali, invece, hanno il compito di bilanciare la candelora durante il movimento. Questi dettagli si notano subito durante l'annacata. Nel 2026 si contano 15 candelore: Cereo di Monsignor Ventimiglia o di Sant’Àita, Cereo dei Rinoti, Cereo dei Fiorai, Cereo dei Pescivendoli, Cereo dei Fruttivendoli, Cereo dei Macellai, Cereo dei Pastai, Cereo dei Pizzicagnoli, Cereo dei Bettolieri, Cereo dei Panettieri, Cereo del Villaggio Sant’Agata, Cereo dei Mastri Artigiani, Cereo dei Devoti di Sant’Agata, Cereo Luigi Maina, Cereo del Circolo di Sant’Agata.
La tichetta è una vera e propria prova di forza e abilità dei portatori di candelore, che consiste nel tenere sospese e far oscillare le candelore. Questa azione si compie in modalità di sfida tra portatori di diverse candelore, il cui scopo è tenerle sospese e di farle oscillare il più a lungo possibile. Non si tratta di una gara ufficiale, ma di una competizione tradizionale, che dimostra la maestria dei portatori e aggiunge un elemento spettacolare alla processione, pur senza essere parte del rito religioso ufficiale.
Infine, non si può parlare di Sant'Agata senza menzionare il sacco, abbigliamento tipico dei devoti: un abito tradizionale composto da una tunica bianca (sacco), un berretto nero (scuzzitta), guanti e fazzoletto bianchi, indossato da chi partecipa alla processione o accompagna la festa per devozione. Questo vestito simboleggia penitenza, purezza e appartenenza, ed è profondamente radicato nella memoria collettiva cittadina, ricordando l’antica accoglienza del ritorno delle reliquie nel 1126, oltre ad assumere significati spirituali di voto, gratitudine e partecipazione comunitaria.
A sira do tri è uno dei momenti più caratteristici e sentiti all’inizio della festa di Sant’Agata a Catania. Indica il 3 febbraio di sera, quando tradizionalmente la città entra nel vivo dei festeggiamenti dopo la processione dell’offerta della cera del pomeriggio. In questa notte molte vie si illuminano di luci, fuochi d’artificio e musica, e migliaia di persone si riversano in Piazza Duomo e lungo via Etnea per condividere l’accensione dei giochi pirotecnici, l’esecuzione di pezzi musicali sacri o popolari e il primo grande raduno cittadino dell’anno agatino. È un momento che unisce la dimensione devozionale alla festa collettiva e spettacolare, spesso accompagnato da concerti e tributi alla martire, come l’esecuzione di brani legati al repertorio di Vincenzo Bellini.
La giornata del 4 febbraio è il cuore della festa e spesso considerata la più intensa e lunga. Si apre all’alba con la Messa dell’Aurora nella Cattedrale, seguita dal trasferimento delle reliquie di Sant’Agata sul fercolo, la grande carrozza d’argento adornata di garofani rossi, simbolo del martirio.Dopo la benedizione il fercolo inizia la processione “esterna”: si snoda lungo un percorso ampio che attraversa piazze e quartieri storici di Catania, toccando luoghi legati alla vita e al culto della patrona. I devoti, vestiti col tradizionale sacco bianco e berretto nero, trascinano e tirano il pesante fercolo tra ali di folla. Tappe emozionanti sono l’arrivo alla Marina, la salita dei Cappuccini e punti focali della città. La processione prosegue per tutto il giorno e ben oltre la notte, con soste, preghiere, fuochi d’artificio e momenti di grande partecipazione popolare. I garofani rossi che decorano il fercolo il 4 febbraio rimangono lì fino al giorno successivo, quando vengono sostituiti da quelli bianchi. Questo passaggio di colore ha un significato simbolico preciso: rosso per il martirio, bianco per la purezza e la consacrazione finale della santa.Il 5 febbraio è il giorno dedicato alla solenne celebrazione in Cattedrale con la Messa pontificale, seguita dalla seconda parte della processione. Il fercolo, ora ornato di garofani bianchi, compie un “giro interno” attraverso il centro storico di Catania: percorre Via Etnea, passa davanti a luoghi simbolici come la chiesa di Sant’Agata al Borgo e affronta la celebre salita di Via San Giuliano, tratto più atteso e spettacolare per la sua pendenza e per la partecipazione emotiva dei devoti. Questo percorso è caratterizzato da un ritmo più raccolto e da momenti di preghiera, soste rituali e fuochi d’artificio, che accompagnano i passaggi serali e notturni. La processione del 5 febbraio si protrae fino alle prime ore del 6 mattina, quando il fercolo fa finalmente rientro in Cattedrale, accolto da applausi, canti e l’ultimo spettacolo pirotecnico a chiusura della festa maggiore.
Parlare di Sant’Agata oggi non può prescindere dal ricordo del tragico evento del 2004. Durante il giro interno il giovane devoto Roberto Calì, di 22 anni, rimase gravemente ferito durante la processione mentre veniva trascinato con la folla lungo la ripida e scivolosa salita; le difficili condizioni, aggravate da cera e calca di persone, lo portarono a cadere e a essere calpestato nella ressa, con conseguenze letali dovute a gravi lesioni interne. Calì morì alcuni giorni dopo, il 7 febbraio, per le ferite riportate. Quell’episodio segnò profondamente l’immaginario cittadino e fu uno dei motivi per cui la pratica di affrontare la salita di corsa fu fortemente ridiscussa e regolata negli anni successivi, con decisioni mirate a ridurre i rischi per portatori e fedeli.
Altre tradizioni legate a Sant'Agata
Le tradizioni gastronomiche legate a Sant’Agata sono parte integrante della festa e riflettono devozione, cultura popolare e identità catanese, trasformando il rito religioso in un’esperienza anche culinaria. I cibi più rappresentativi sono legati simbolicamente al martirio e alla protezione della santa, oppure nascono come doni votivi offerti nei luoghi di culto.
Cassatelle o minne di Sant'Agata. Il dolce simbolo della festa: piccoli dolcetti tondi a forma di seno, fatti con pan di Spagna, ricotta di pecora, canditi e glassa bianca con una ciliegina rossa, che ricordano simbolicamente il martirio subito dalla santa. Rappresentano il martirio della santa, che subì la mutilazione del seno durante la persecuzione, e vengono offerte nei conventi o consumate in famiglia durante i giorni di festa. Accanto a queste non mancano le Olivette di Sant’Agata, piccoli dolci di pasta di mandorla colorati di verde la cui forma e nome richiamano la leggenda secondo cui la santa, in fuga, si sarebbe rifugiata sotto un ulivo che miracolosamente crebbe dove si era fermata. Terzo posto per iconicità spetta al torrone che, sebbene presente in tante altre feste, è considerato tipico anche di Sant'Agata. Riducendo ulteriormente la specificità agatina, lungo le strade della città si possono trovare come in tutte le sagre e feste siciliane crispeddi, bomboloni e caramelle artigianali, datteri ripieni di pasta di mandorle, fette di cedro con un pizzico di sale (piretti), calia e simenza, scacciu, zucchero filato e altri dolciumi da strada, che contribuiscono a rendere l’atmosfera festiva ancora più vivace e partecipata. Questi cibi, pur non essendo legati alle festività agatine, fanno parte di qualsiasi iniziativa folkloristica siciliana.
Anche per chi, come me, non crede in alcuna divinità o santo, bisogna riconoscere che Sant’Agata è un simbolo culturale di Catania da proteggere e da portare avanti, perché la sua storia e le tradizioni ad essa legate rappresentano un patrimonio collettivo di memoria, arte e identità condivisa.
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