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Bontà e cattiveria: chi sono costoro?

Sin dall'infanzia, siamo educati ai concetti di bontà e cattiveria. Se ascolti la mamma e la maestra, sei un "bimbo buono"; se fai i capricci, sei un "bimbo cattivo"; se vai bene a scuola, potresti essere una "secchia" per i tuoi compagni (o un "nerd", a seconda delle generazioni), ma anche un "ottimo studente" per i tuoi insegnanti; mentre se vai male a scuola, spesso rimani un "cattivo esempio" sia per i tuoi compagni sia per i tuoi insegnanti; e così via, sino all'età adulta.  Ma cosa sono realmente  la bontà e la cattiveria, il bene ed il male? Mi sono posta questa domanda diverse volte nella vita, per capire come agire, cos'è giusto e cos'è sbagliato. Non ho mai trovato nessuna vera risposta univoca. Da piccola perlopiù seguivo l'opinione degli adulti: ciò che era bene per loro, era bene per me. Non ero una grande ribelle, anche se non esitavo a contraddire i miei genitori non appena scorgevo delle inc...

L'Italia ha un disperato bisogno di immigrati.

Sì, avete letto bene.
No, non ci stanno sostituendo.
Purtroppo.
E questo è indice di qualcosa di nefasto per il nostro paese.

Lasciate che vi spieghi.

L'altro giorno stavo facendo gli stacchi in palestra, e un tizio ha sfruttato la scusa dell'elevato peso che stavo sollevando per intavolare discorso con me. Gli dispiace che i giovani vadano via.

Sembrava quasi una persona intelligente, e a suo modo affettuosa. Poi la frase:

Alcuni lo fanno solo per moda.

Gli ho fatto notare che, no, non è solo una moda, ma che la società, l'economia, l'alfabetizzazione e la cultura italiana sono vicine al collasso, e lo si nota sia nell'esperienza quotidiana, sia statistiche alla mano, leggendo gli studi sociali ed economici relativi agli argomenti più disparati.

Mi racconta la prova aneddotica di figli di un amico, farmacista, che hanno studiato farmacia all'estero, e che avrebbero potuto portare avanti l'attività familiare.

Fortunatamente per lui, è arrivato il momento di fare altre tre ripetizioni ed il recupero era finito. Però gli rispondo qui.

In primo luogo, studiare farmacia, non significa necessariamente voler essere il titolare di una farmacia. Magari le persone in questione desiderano fare ricerca, scoprire nuovi farmaci, o valutare gli effetti di farmaci su trial che precedono la vendita dei farmaci stessi. Magari, non c'è la minima intenzione o il minimo interesse di continuare l'attività familiare. E questi ragazzi non hanno alcun obbligo di fornire spiegazione relativa alla loro scelta.

È un argomento patrimoniale, non esistenziale, perché presuppone che la continuità familiare venga prima dell’autodeterminazione individuale, che il luogo di nascita costituisca una sorta di debito morale e che il lavoro - qualunque lavoro, purché “qui” - sia l’unico criterio legittimo per decidere dove e come vivere. Questa visione riduce le persone a ingranaggi di una trasmissione ereditaria e nega dignità a scelte che riguardano aspirazioni, qualità della vita, libertà culturale e progettualità personale. È esattamente questa mentalità, più che la “fuga”, a rendere il paese respingente. 

E va beh, questo potrebbe essere anche difficile da afferrare, per alcuni.

In secondo luogo, andare a studiare per un periodo all'estero non significa stabilirvisi per sempre. Significa sicuramente conoscere qualche società sana, all'avanguardia, laica, non ferma all'Ottocento come quella italiana. E iniziare a capire cosa non va nella società italiana. Eventualmente per cambiarla, quando poi si ritorna, oppure come preferirò fare io, per distanziarsene a tempo indeterminato.

E anche questo potrebbe essere complicato da comprendere, lo ammetto

Infine, non esiste l'unico e sacro criterio del lavoro, per scegliere dove vivere. Per esempio, io, preferisco svegliarmi con la vista sulle colline di Grinzing, che con la vista sulle colline di munnizza che infestano le nostre strade.

Preferisco fare slalom tra i coni da allenamento al Prater con la bicicletta, per allenarmi, non tra le scaffe della SS114, col rischio di finire sotto qualche autovettura per scansare l'ennesima voragine.

Preferisco vivere in un paese dove esistono dei fondi che finanziano la carriera dei postdoc, piuttosto che in quelli in cui si mangiano a caso i fondi del PNRR.

Preferisco andare a vedere un bel film in tedesco, che l'opera 'e pupi (con tutto il rispetto per questa nobile tradizioni) o a banna di Sant'Aita, dopo che nella mia vita le ho viste 400 volte.

Preferisco andare a passeggiare al Wienerwald, rispetto all'Etnapolis.

Non ruota tutto intorno al lavoro. 

 Motivo sufficiente per trasferirsi a Vienna: la qualità dell'aria in città, e la possibilità di fare una passeggiata post lavoro nel Wienerwald.

 

Okay, tutto bello. Ma l'Italia si sta spopolando. Il problema non risiede però nella volontà di crescita, di esplorazione e di cultura dei ragazzi che espatriano, quanto nel fatto che l'Italia non sia in grado di fornire - in alcun modo - nulla di attraente per i giovani e i meno giovani di altre nazionalità.

Se il fisiologico flusso in uscita di italiani curiosi di conoscere cosa c'è là fuori fosse compensato da un flusso di stranieri curiosi di sapere come si vive in Italia, probabilmente, non grideremo all'allarme sociale.

Sarebbe esclusivamente un fenomeno normale: ci si redistribuisce, secondo le proprie preferenze, nei paesi che più possano soddisfare le nostre aspettative di vita.

Invece, il problema è proprio la disparità economico-culturale - sapientemente mantenuta a livello politico per controllare le masse - che annulla il potenziale dello stato in cui siamo nati, rendendolo completamente inefficace e poco attraente per chiunque. Residenti e esteri, che preferiscono vivere dove la qualità della vita è alta, per venire quindici giorni all'anno a sciacquariarsi a queste latitudini.

Attenzione: questo non è disfattismo. 

Parlare di questo argomento significa puntare il dito contro una scelta politica strutturale, non di sfortuna storica. Perché se un sistema fosse davvero interessato a trattenere e attrarre persone capaci, curiose e formate, alcune condizioni minime dovrebbero funzionare: scuola, ricerca, mobilità sociale, spazio pubblico, cultura. Il fatto che non funzionino da decenni non è pessimismo: è diagnosi. E come ogni diagnosi, non è una bella notizia per il paziente.

Morale della favola di oggi? Quando vi allenate, non date retta a nessuno e concentratevi sugli allenamenti.

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