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Dal Bullshit Job al Diamond Engagement: la risposta agli scettici dell'anticapitalismo
La critica più frequente alle teorie anticapitaliste riguarda il rapporto tra lavoro e progresso sociale: se si eliminano o riducono drasticamente le forme tradizionali di lavoro salariato, chi mai si impegnerebbe a far avanzare la società? Questa obiezione presuppone che l’unico motore della creatività, dell’innovazione e del miglioramento collettivo sia il profitto economico o, in termini più crudi, la necessità di sopravvivere. Tuttavia, questa visione è riduttiva e non tiene conto della complessità della motivazione umana, né delle esperienze storiche e contemporanee di innovazione non strettamente legata al mercato.
Sarebbe molto semplice smontare questa visione con un controesempio.
Se nessuna legge obbliga le persone ad andare in palestra, chi si prenderà cura del proprio corpo?
Eppure, mi sembra, che questa legge non esista.
E solo nel mio piccolo quartiere, le palestre sono tre. E tutte ben frequentate.
Se non vi fosse l'obbligo, quindi, chi si occuperebbe del progresso della propria mente?
Tanti, credetemi.
Ma se non dovesse bastare questa semplice spiegazione, sono pronto ad approfondire maggiormente e a chiamare in causa gli studi sociologici e filosofici.
La motivazione umana oltre il profittoL’essere umano non agisce esclusivamente per incentivi monetari. La psicologia, la sociologia e persino l’economia comportamentale mostrano come le persone siano spinte da leve diverse: curiosità intellettuale, desiderio di riconoscimento, passione per un campo di attività, senso di appartenenza a una comunità o a una causa, piacere intrinseco nell’atto creativo. La storia del progresso scientifico e culturale è ricca di esempi in cui queste motivazioni hanno prevalso sul guadagno economico: dalla matematica teorica alla fisica fondamentale, dall’arte alla scrittura collaborativa di software open-source. In tutti questi casi, la spinta principale non è stata il profitto, ma la ricerca di conoscenza, la soddisfazione personale e il contributo al bene comune.
Bullshit Jobs
Una società che riduce o elimina il lavoro salariato non corrisponde a una società di inattività. Al contrario, essa libera le persone dalle mansioni alienanti e ripetitive, consentendo loro di dedicarsi ad attività significative: ricerca scientifica, produzione culturale, cura sociale, innovazione tecnologica orientata al bene comune. L’automazione e la redistribuzione del tempo libero rappresentano strumenti per valorizzare le capacità individuali e collettive, non per disincentivare l’azione.
David Graeber, nel suo libro Bullshit Jobs, evidenzia come gran parte del lavoro nel capitalismo moderno sia costituita da mansioni percepite dagli stessi lavoratori come inutili, attività che non apportano un reale contributo alla società e spesso esistono solo per motivi burocratici, organizzativi o di prestigio apparente. Tra queste, le categorie principali sono i Flunkies, incaricati di dare importanza ad altri senza produrre valore; i Goons, che operano in ruoli aggressivi o competitivi come lobbisti o pubblicitari manipolativi; i Duct Tapers, che rattoppano inefficienze di sistemi mal progettati; i Box Tickers, che compilano report o moduli per creare l’illusione di conformità; e i Taskmasters, manager che supervisionano processi già funzionanti senza aggiungere valore concreto.
Tutte queste funzioni consumano tempo ed energie senza contribuire al progresso reale, generando frustrazione e senso di inutilità tra i lavoratori e sottraendo risorse creative che potrebbero essere impiegate in attività significative. In una società post-lavoro, eliminando o riducendo drasticamente questi bullshit jobs, le energie delle persone potrebbero essere liberate e rivolte alla ricerca scientifica, all’innovazione tecnologica, alla produzione culturale o alla cura sociale, consentendo un progresso più autentico, diffuso e orientato al bene comune, guidato dalla motivazione intrinseca piuttosto che dalla semplice necessità economica o dal mantenimento di strutture gerarchiche inefficienti.
In una società post-lavoro, le energie creative potrebbero essere liberate, rendendo possibile un progresso più autentico e diffuso.
Diamond engagement
Se David Graeber, con il concetto di Bullshit Jobs, ha mostrato come gran parte del lavoro salariato moderno consumi tempo ed energie senza produrre valore reale, suggerendo che la loro eliminazione libererebbe tempo di qualità collettivo, a questo punto è utile introdurre un concetto complementare e positivo: Diamond Engagement. Con questa espressione intendo indicare tutte quelle attività intrinsecamente preziose, socialmente significative e culturalmente arricchenti, che non generano profitto diretto ma producono valore per la comunità, la conoscenza e la memoria collettiva. Il termine “diamond” richiama qualcosa di raro, resistente e prezioso, mentre “engagement” sottolinea la partecipazione attiva, la dedizione e la passione personale. Attività di Diamond Engagement possono comprendere la cura del patrimonio culturale, la ricerca volontaria, la produzione artistica condivisa, la valorizzazione di microstorie locali o qualsiasi impegno che arricchisca la società senza essere mercificabile. In altre parole, mentre l’abolizione dei Bullshit Jobs libera tempo e capacità, il Diamond Engagement trasforma quel tempo in attività significative, capaci di generare progresso sociale, culturale e umano in maniera autentica e sostenibile.
Esperienze storiche di motivazione non economica
Molti esempi concreti mostrano come le persone possano innovare e cooperare senza una motivazione economica diretta. La ricerca accademica spesso si svolge per pura curiosità scientifica; il software libero e i progetti collaborativi online, come Wikipedia o Linux, prosperano grazie all’impegno volontario; movimenti artistici e culturali nascono e si sviluppano indipendentemente dal mercato. Anche l’open-source hardware, come Arduino o Raspberry Pi, ha stimolato l’innovazione tecnologica tra appassionati e maker senza mirare al profitto immediato. I movimenti di citizen science, come il monitoraggio della biodiversità tramite eBird o i progetti di raccolta dati astronomici da parte di volontari amatoriali, dimostrano come la scienza possa avanzare grazie all’impegno collettivo e gratuito. Perfino le innovazioni tecnologiche più significative, come l’internet o il GPS, hanno avuto origini in progetti finanziati pubblicamente, dove il profitto privato non era il motore principale. Altri esempi includono comunità di traduzione collaborativa, piattaforme di cultura digitale condivisa, reti di volontari per l’assistenza umanitaria o ambientale, e progetti artistici open-access, come iniziative di street art o festival comunitari, che fioriscono senza logiche di mercato. Questi casi dimostrano che il progresso sociale, scientifico e culturale può prosperare e diffondersi ampiamente anche in assenza di un incentivo economico diretto.
Abbiamo un immenso bisogno di valorizzatori del patrimonio culturale e della storia locale, attività che difficilmente generano profitto internazionale o opportunità sfruttabili dal turismo, ma che sono fondamentali per preservare identità, memoria collettiva e coesione sociale. Questi lavori, spesso poco riconosciuti e scarsamente remunerati, permettono di raccogliere e raccontare microstorie locali, custodire tradizioni, documentare archivi, restaurare edifici storici e creare narrazioni che altrimenti andrebbero perdute. Senza chi si dedica a queste attività, rischiamo di perdere la ricchezza dei saperi locali, la continuità storica e le radici culturali che formano il tessuto stesso delle comunità. La loro importanza non si misura in termini di profitti immediati, ma in termini di valore sociale, educativo e identitario, dimostrando che il progresso culturale e la cura della memoria non dipendono dalle logiche di mercato, ma dalla passione, dall’impegno civico e dalla motivazione intrinseca di chi sceglie di custodire il patrimonio collettivo.
Riconsiderare il concetto di progresso
Riconsiderare il concetto di progresso significa interrogarsi su cosa realmente intendiamo per avanzamento sociale e quale direzione vogliamo che prenda. Nel capitalismo, il progresso è spesso misurato in termini di profitto e crescita economica, premiando ciò che produce ricchezza immediata e trascurando ciò che contribuisce al benessere collettivo o alla sostenibilità. In una società post-lavoro, invece, l’innovazione potrebbe essere orientata a obiettivi socialmente rilevanti, come la tutela ambientale, la riduzione delle disuguaglianze, il miglioramento della qualità della vita, la valorizzazione del patrimonio culturale e lo sviluppo scientifico aperto e condiviso. Liberare le persone dalla costrizione economica non significa ridurre la produttività, ma offrire loro la possibilità di investire tempo ed energie in attività che scelgono volontariamente e che trovano significative, guidate dalla curiosità, dalla passione o dal senso civico. In questo modo, il progresso diventa non solo più sostenibile e inclusivo, ma anche più autentico, perché nasce da motivazioni intrinseche e non dalla pressione della necessità economica o dall’incentivo del profitto.
Il solito
L_icc
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