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Bontà e cattiveria: chi sono costoro?

Sin dall'infanzia, siamo educati ai concetti di bontà e cattiveria. Se ascolti la mamma e la maestra, sei un "bimbo buono"; se fai i capricci, sei un "bimbo cattivo"; se vai bene a scuola, potresti essere una "secchia" per i tuoi compagni (o un "nerd", a seconda delle generazioni), ma anche un "ottimo studente" per i tuoi insegnanti; mentre se vai male a scuola, spesso rimani un "cattivo esempio" sia per i tuoi compagni sia per i tuoi insegnanti; e così via, sino all'età adulta.  Ma cosa sono realmente  la bontà e la cattiveria, il bene ed il male? Mi sono posta questa domanda diverse volte nella vita, per capire come agire, cos'è giusto e cos'è sbagliato. Non ho mai trovato nessuna vera risposta univoca. Da piccola perlopiù seguivo l'opinione degli adulti: ciò che era bene per loro, era bene per me. Non ero una grande ribelle, anche se non esitavo a contraddire i miei genitori non appena scorgevo delle inc...

Praxis: quando smetti di pianificare e inizi a lavorare

Dal greco antico πρᾶξις (práxis), la parola nasce dal verbo πράσσω (prássō): fare, agire, portare a compimento. Per me, nel tempo, ha finito per caricarsi di un significato sempre più concreto.

Il messaggio che porta con sé (e qui gli amanti delle strutture ricorsive possono gioire) è inevitabilmente pragmatico. Me ne sono accorto durante il dottorato, ma in fondo anche nello sport, e poi in altri hobby cresciuti negli anni: arriva sempre un momento in cui l’analisi non basta più. Dopo aver dedicato il tempo necessario a capire il problema, bisogna agire.

L'analisi

Ci sono delle persone che sono naturalmente portate ad essere ambiziose ed occuparsi di problemi complessi. Quando si vuole ottenere qualcosa che vada oltre il semplice 'tiro a campare anche oggi', solitamente si parte da una fase che precede ogni azione: l’analisi.

È la fase in cui si osserva, si scompone, si legge, si cerca di capire. Ci si fa qualche domanda, si raccolgono informazioni, si costruiscono ipotesi. Nel dottorato questa parte potrebbe essere rappresentata dall'analisi bibliografica o dal confronto con colleghi. Nello sport, dalla realizzazione del piano di allenamento. Nella ricerca genealogica, dallo studio delle fonti a disposizione. L’analisi ha una funzione precisa: ridurre l’incertezza quel tanto che basta per poter agire con una discreta direzione. Senz'alcuna direzione, ogni tentativo rischia di essere casuale, inefficiente, fragile.

 

I punti deboli dell'analisi 

Il problema nasce quando questa fase smette di essere uno strumento e diventa un rifugio, una scusa per non agire. Analizzare è estremamente rassicurante. Ti tiene in una zona controllata, dove non sei ancora esposto all’errore reale. Puoi sempre dire che stai “ancora capendo”, che ti serve “ancora un po’ di tempo”. E nel frattempo accumuli conoscenza, strutture, possibilità.

Ma è un equilibrio instabile. Arriva un punto in cui l’analisi smette di essere uno strumento e diventa un alibi raffinato. Non stai più capendo meglio il problema: lo stai solo tenendo a distanza. Continui a raccogliere informazioni, a sistemare dettagli, a “prepararti ancora un attimo”, ma in realtà stai evitando il passaggio più importante.

Fatti una doccia fredda, datti due schiaffi e passa all'azione

A un certo punto serve una rottura netta. Non un’aggiunta di informazioni, non un’altra iterazione mentale, non un piano migliore. Serve un gesto secco: interrompere il ciclo e forzarsi a iniziare. In modo quasi brutale, se necessario.

Fatti una doccia fredda, metaforicamente o meno. Datti due schiaffi, nel senso di scuoterti fuori dalla testa. Osservati dall'esterno. Fai alcune azioni pratiche per capire se il tuo piano è buono. Impostati un vincolo artificiale, come una scadenza, un obiettivo intermedio o un premio. E poi inizia a fare qualcosa, qualsiasi cosa che ti obblighi a uscire dall’analisi e a entrare nella realtà del lavoro. Perché finché resti nella fase del “capire”, controlli tutto. Nel momento in cui inizi, invece, perdi il controllo teorico ma guadagni informazione reale. E quella è l’unica che conta davvero. Non è elegante. Non è ottimale. Ma è il punto in cui le idee smettono di essere pensate e iniziano, finalmente, a esistere.

Praxis. Dal pensare al fare

Il problema non è quasi mai la mancanza di idee, ma la transizione dall’analisi all’azione. Per questo la domanda utile non è “sono pronto?”, ma “come mi obbligo a iniziare adesso?”. Ci sono alcune tecniche semplici, quasi brutali nella loro efficacia, per aiutare questo passaggio dal pensiero all'azione.

La prima è la regola del primo risultato brutto. Non la versione buona, non quella definitiva: solo qualcosa che esiste. Un testo scritto male, un piano incompleto, una prima iterazione grezza. L’obiettivo non è qualità, ma concretezza.

La seconda è la riduzione artificiale del campo. Se il problema è troppo grande, non si affronta. Si restringe. Si definisce un’azione minuscola ma concreta: 20 minuti di lavoro, una pagina, una prova, un esperimento. La praxis inizia sempre sotto la soglia della motivazione, mai sopra.

La terza è la scadenza imposta. Non “quando sarai pronto”, ma “entro la prossima settimana”. Un vincolo temporale trasforma immediatamente l’analisi in decisione. Senza limite, la mente continua a perfezionare all’infinito. Definisci specialmente il momento in cui inizierai a intraprendere l'azione e non la fine, poiché l'obiettivo temporale potrebbe non essere realistico.

La quarta è l’anti-preparazione: iniziare prima di sentirsi pronti. Il feedback reale deriva solo dall’azione, mai dalla simulazione mentale dell’azione.

E infine c’è la più banale di tutte: togliere opzioni. Decidere che si fa una cosa sola e si fa subito. Non perché sia la migliore, ma perché è l’unica che rompe l’inerzia.

Perché finché tutto resta nel pensiero, tutto resta perfetto. Ma è solo quando inizi a fare che qualcosa, finalmente, esiste davvero.



 

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