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Dolcetto, scherzetto o patriottismo fuori luogo
Ogni anno, puntuale come l’influenza stagionale, arriva il momento in cui qualcuno — con tono grave e l’indice puntato — dichiara che Halloween rovina le tradizioni italiane. Ah, il dramma! Come se un bambino vestito da fantasma potesse cancellare in un colpo solo secoli di cultura, processioni e ceri accesi al cimitero.
Ma lasciate che ve lo spieghi, piano piano, come quando si parla a chi ha dimenticato come funziona il calendario: Halloween è il 31 ottobre, Ognissanti è l’1 novembre, la commemorazione dei defunti è il 2 novembre.
Tre giorni.
Tre feste diverse.
Nessuna invasione.
Nessun conflitto cosmico tra il teschio di zucchero e la vecchia lapide. Se vuoi ricordare i tuoi cari, fallo pure il 2.
Se vuoi travestirti da zombie la sera prima, fallo pure.
Non c’è un Ministero della pesantezza che obbliga a scegliere.
Poi, per favore, smettiamola con la storia che “Halloween è una festa americana”.
No. È come dire che la pizza è giapponese perché la fanno anche a Tokyo. Halloween nasce in Europa, nelle tradizioni celtiche di Samhain, quando si salutava l’estate e si accendevano fuochi per tenere lontani gli spiriti.
Gli americani, come sempre, hanno visto la possibilità di attaccarci sopra un po’ di lucine, plastica e sconti del 30% da Walmart. E diciamolo: il marketing sanno farlo. Hanno trasformato anche il Natale in una pubblicità della Coca-Cola e nessuno si è stracciato le vesti per questo. Anzi, tutti lì a fare foto al panettone con le renne di plastica sul balcone.
E il famoso “dolcetto o scherzetto”? Ma davvero qualcuno può offendersi per dei bambini che bussano alle porte chiedendo caramelle? È un gesto di comunità, un modo per conoscersi nel condominio, per fare due risate.
Io, ad esempio, ricordo con affetto il mio Halloween a Cannizzaro, quando citofonavamo ai vicini — io, Furio e gli altri del Soier — con i sacchetti del Cityper trasformati in secchi per i dolci. C'era sempre il vecchietto di turno che rompeva, ma noi, fieri delle nostre maschere fatte con il cartone preso da Angelo due ore prima, abbiamo sempre continuato.
Ogni anno.
Nessuna cultura distrutta, solo un pomeriggio felice.
Da adulto non ho smesso. Durante gli anni all’università di Padova, quando vivevo alla residenza Colombo, ricordo ancora le cene a tema Halloween: luci basse, zucche scavate con precisione chirurgica, biscotti a forma di dita mozzate (di pasta frolla, giuro). Oppure le serate, organizzate dal comitato feste, a cui tutti partecipavano.
Erano serate bellissime, piene di risate, travestimenti improvvisati e discussioni filosofiche su chi avesse il costume più ridicolo. Nessuno si sentiva meno italiano, solo più vivo.
Un'altra esperienza di collettività e cooperazione annuale.
Alla fine, è questo il punto: prendere le cose con leggerezza. Non tutto deve avere un valore identitario o patriottico. A volte una festa è solo una festa, e non serve arrabbiarsi se qualcuno vuole intagliare una zucca invece di accendere un cero.
E sì, è vero: Halloween oggi è una festa pienamente capitalizzata. Ma, sorpresa, anche Natale, San Valentino e perfino la Pasqua lo sono.
Il problema non è la festa in sé: è come la viviamo.
Se ci lasciamo trascinare nella spirale del compra di più per divertirti di più, allora sì, ci stiamo travestendo da consumatori zombie. Ma se la usiamo come scusa per cucinare qualcosa di strano, ridere con gli amici, creare con le nostre mani, allora Halloween torna a essere quello che era all’origine: un momento di passaggio, di gioco, di comunità.
In fondo, la vera magia sta proprio lì: festeggiare senza farsi comprare.
Buon Halloween a tutti
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