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Porta Garibaldi non è il vero Fortino. Tutta la storia del monumento al Re Lazzarone e delle fortificazioni cittadine di Catania

Ci sono cose che a Catania non puoi nominare apertamente. Una di queste è la morte. D'altronde i catanesi hanno coniato tutta una serie di detti coloriti per identificare questo passaggio inevitabile. Uno dei più famosi riguarda l'ultimo viaggio terreno: su puttanu 'e Tri Canceddi . Questo cimitero monumentale è stato edificato in località Acquicella nel 1866, quando i legislatori capirono che non era un'ottima idea quella di seppellire i morti all'interno delle mura cittadine. Almeno dal punto di vista igienico. Sicuramente più antico è il detto ci misunu u cappott'i lignu , cioè il cappotto di legno, una comodissima veste che un mortale indossa prima di iri a parrari - spiramu - ccu San Petru , cioè il custode del Paradiso.   Un passaggio obbligato per questo ultimo viaggio è Piazza Palestro. Ed è qui che anticamente andavano a confluire i lentissimi cortei funebri provenienti dalla città murata, dal centro storico. Questi cortei procedevano a passo d'uomo...

C'è chi ascolta per darti un consiglio (non richiesto) e c'è chi ascolta per capire

C’è una grande differenza tra ascoltare per capire e ascoltare per rispondere. Nella maggior parte delle conversazioni quotidiane, si assiste al secondo caso: si aspetta il proprio turno per parlare, si afferrano al volo parole chiave, si costruisce mentalmente una replica prima ancora che l’altro abbia finito di esprimersi. Questo tipo di ascolto non è dialogo, ma riflesso condizionato. Il risultato? Discorsi articolati vengono ridotti a slogan mal interpretati, dubbi sani diventano allarmi per chi osserva da fuori, e la complessità di una scelta personale viene compressa in giudizi affrettati. È qui che nasce la frustrazione: non solo non ci si sente capiti, ma si viene attivamente fraintesi – come se il mondo non avesse spazio per chi ragiona in termini di “forse”, “dipende” e “vedremo”. E invece è proprio lì, in quelle sfumature, che risiede la lucidità. 

Vi faccio un esempio concreto.

Viviamo in un'epoca in cui la mobilità, la flessibilità e l'adattabilità sono sempre più centrali nelle traiettorie personali e professionali. Eppure, molte conversazioni quotidiane sembrano ancora incastonate in una logica binaria, rigida, quasi arcaica: o resti o te ne vai, o lavori o sei “perso”, o costruisci una carriera lineare o sei inaffidabile. Questo modo di pensare – rassicurante per chi ha bisogno di certezze statiche – si scontra però con una realtà molto più sfaccettata. 

Chi oggi pianifica di ottenere una certificazione, di intraprendere un progetto, di valutare opzioni di lavoro anche umili, di fermarsi brevemente per far fronte a un periodo di transizione, non sta necessariamente rinnegando le proprie scelte precedenti né abbandonando un paese, un’idea o una direzione. Sta, più semplicemente, esercitando il diritto a una flessibilità strategica.

Troppo spesso, chi esprime la volontà di muoversi con coscienza, in base a ciò che troverà sul proprio cammino – un’offerta di lavoro dignitosa, un nuovo interesse, un cambiamento socioeconomico, o anche solo un desiderio personale – si ritrova davanti a reazioni sproporzionate, frutto di una comprensione letterale e povera di contesto. Frasi come “allora non vuoi più restare lì?”, “quindi stai mollando tutto?”, “ma non avevi detto che…?” sono sintomo di un ascolto che non è realmente attivo, ma filtrato da categorie rigide e da aspettative preconfezionate.

In un mondo in cui le traiettorie professionali non sono più lineari, e dove il valore di una scelta non è dato dalla sua stabilità ma dalla sua coerenza con i bisogni e i valori del momento, non è più sostenibile dover continuamente giustificare il diritto a esplorare. Una persona può voler trasferirsi, cambiare settore, prendersi un anno sabbatico, seguire una relazione, aprire un progetto personale, oppure semplicemente scegliere il “meglio possibile” a seconda del contesto. E può farlo senza che questo implichi un giudizio di valore sulle scelte precedenti, né una rottura con ciò che era.

La verità è che la libertà personale – quella vera – mette in crisi. Perché obbliga chi ascolta ad ammettere che la vita non è tutta prevedibile, che le scelte possono essere temporanee ma significative, e che non esistono percorsi universali validi per tutti. Perché insinua nell'altro il fatto che, forse, con un po' di coraggio, anche lui avrebbe potuto non piegarsi alla società. 

Serve quindi una nuova alfabetizzazione all’ascolto, una che non si limiti a recepire parole ma sappia coglierne le sfumature. Che non riduca un discorso articolato a una sola frase male interpretata. Che non tema il “forse”, il “dipende”, l’“eventualmente”. Serve una cultura del dialogo che riconosca il valore delle alternative aperte, dell’esplorazione intenzionale e delle pause volute.

In definitiva, serve accettare che il cambiamento non è confusione, e che lasciare la porta aperta non è sinonimo di incertezza. È, spesso, la forma più alta di lucidità.

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