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Maturità, immaturità, rispetto e riverenza
Anche quest’anno si sono conclusi gli esami di maturità.
Come ogni estate, questo appuntamento segna una tappa fondamentale nella vita di migliaia di studenti italiani. Un momento carico di attese, emozioni e, inevitabilmente, anche di discussioni, che coinvolgono non solo chi lo affronta in prima persona, ma anche ex studenti, famiglie, insegnanti e l’opinione pubblica.
È davvero un fenomeno così particolare da meritare un articolo tutto suo, su un blog che potrebbe potenzialmente parlare di qualunque cosa?
A un primo sguardo, forse no. Si tratta di un appuntamento annuale, importante per chi lo vive, certo, ma anche una tappa piuttosto standard della vita: si supera, si archivia e, nella maggior parte dei casi, si dimentica abbastanza in fretta.
Il punto, però, non è tanto l’esame in sé, né l’esprimere un parere al riguardo. È che siamo in Italia, e ogni possibile notizia viene trasformata in un dramma, in un teatrino, in uno spettacolo di qualità scadente, simili a quelli che vanno in onda sui canali Mediaset del compianto "italiano per antonomasia" Berlusconi.
Gli italiani medi, messi in pausa dalla Serie A e non ancora pronti per il Festival di Sanremo, mettono da parte le crociate sul guanciale nella carbonara e, per qualche mese, riversano la loro foga dialettica sull’esame di maturità.
Il tutto, con l’inevitabile tono da esperti non richiesti, pronti a spiegare perché "una volta era meglio", "oggi i giovani non studiano più", "la scuola è diventata troppo facile", oppure "queste prove non servono a niente".
Dimostrando una singolare forma di immaturità.
Un’immaturità comunicativa, fatta di giudizi affrettati e generalizzazioni grossolane.
Un’immaturità logico-deduttiva, che confonde l’esperienza personale con verità assolute.
Un’immaturità emotiva, che porta a trasformare ogni evento collettivo in una gara a chi grida più forte, invece che in un’occasione di ascolto o comprensione.
E così, mentre gli studenti cercano di restare a galla tra temi, prove scritte e orali, c’è chi sta già preparando il post indignato su Facebook.
La situazione è aggravata da un problema serio: qualcuno sta provando a ribellarsi. Questa cosa, in Italia, non sta bene.
Quest’anno, la maturità ha assistito a un fenomeno senza precedenti: alcuni studenti – tra Veneto, Lazio e Marche – hanno deciso di saltare la prova orale come forma di protesta. Un gesto forte, che punta il dito contro un sistema scolastico percepito come troppo competitivo, disumanizzante e privo di empatia.
I casi sono diversi.
Gianmaria da Padova ha scelto il silenzio: “non mi rappresenta più”.
Maddalena, da Belluno, ha preparato un breve discorso contro “i meccanismi di valutazione” e la scuola che “ti tratta come numero”.
Un altro studente di Treviso non si è nemmeno presentato davanti alla commissione, forte dei suoi crediti.
La reazione del Ministro Valditara è stata immediata e inflessibile: “chi boicotta l’orale sarà bocciato” dall’anno prossimo.
Dall’altra parte, molti studenti – circa il 59 % – non condividono questa linea dura dei compagni, così come diversi presidi che bollano le proteste come “esibizionismo”.
A questo si aggiunge l'ondata di commenti sui social, dalla quale si evince - ancora una volta - il degrado socioculturale a cui è sottoposta l'Italia nel 2025.
Un primissimo parere, così, a caldo, che mi viene da fornire riguarda un fenomeno avvenuto durante la mia maturità, nel 2014. Molta gente, a quei tempi scriveva sui social la frase "A sessanta, fermatemi!" come a indicare quanto la gente si sentisse stufa di quelle prove d'esame.
Ai tempi, però, nessuno aveva nulla da ridire. Alcuni empatizzavano con la frase, tanti altri ci ridevano su. Mi sono chiesto quale fosse la differenza fra l'approccio di dieci anni fa e l'approccio di oggi. Cosa genera tanto astio nei confronti di un atteggiamento piuttosto simile, a distanza di dieci anni?
Secondo me la risposta è proprio insita nella cultura italiana. Se "a sessanta mi fermo" era un manifesto di rassegnazione, stanchezza, passività, i giovani di oggi sono passati allo step successivo. Il nuovo approccio sembra infatti urlare "datemi sessanta, ma cambiate il sistema".
E all'italiano, remissivo e passivo per natura, abituato più alla sottomissione che alla ribellione, questo approccio non va proprio giù. Bisogna riportare il rispetto nelle scuole.
Provo adesso ad elaborare un parere, senza prendere le difese dell'una e dell'altra parte a priori, cercando di argomentare, passaggio dopo passaggio, in maniera logica.
Per venire incontro alle capacità di concentrazione dell'italiano medio, strutturerò l'articolo come una partita di calcio, così da poter restare in uno schema di pensiero accessibile a tutti.
L'argomento
Più di un ragazzo ha voluto, per qualche ragione evidenziare quello che reputa un difetto della scuola italiana.
Ripuliamo per un momento - poi ci torneremo - questo gesto dalle potenziali critiche di esibizionismo, pigrizia o ribellione, e chiediamoci: "ciò che dicono è vero?". In altre parole, la scuola italiana ha un problema o no?
Questo passaggio per me è fondamentale poiché, prima di rispondere a una critica, a un movimento, a una richiesta è necessario capire cosa desidera in quel momento l'interlocutore.
Sembra che molti italiani siano così avanti e realizzati, da essere in grado di saltare questo passaggio e giungere direttamente a conclusioni e giudizi. Personalmente, eviterei di scadere in qualcosa di simile.
E la risposta per me è "sì, la scuola italiana ha un problema serio". A causa della mia esperienza personale, non la metterei su un piano umano (che non mi è mancato) ma su un piano strutturale.
La scuola non è stata in grado di tirare fuori tutto il mio potenziale, così per com'è strutturata, né quello dei miei compagni di classe.
I "professori buoni" li abbiamo anche avuti per molte delle materie (matematica, inglese, francese, arte, scienze, la prima cattedra di Italiano, e altri), ma il sistema non lascia sufficiente spazio alle differenze individuali.
Da un lato sono felice che la scuola insista affinché tutti possano costruire un livello minimo di competenze, anche nei settori a cui non si sentono affini. È un vantaggio sia per la vita personale, sia per il mondo lavorativo: a uno scienziato servirà esprimersi in varie lingue per presentarsi a un panorama lavorativo internazionale. Un architetto deve capire un po' di biologia per comprendere che deve vaccinarsi e vaccinare i propri figli.
Dall'altro, però, riconosco diversi limiti al sistema attualmente in vigore. Il primo, che ne amplifica molti altri, è l'eccessiva centralità dei voti. Non credo che il sistema di valutazione vada abolito, ma che vada senz'altro ripensato.
In secondo luogo, la ridefinizione degli obiettivi. Immaginate di essere in una società sportiva dove l'obiettivo di tutti quanti è quello di correre per un kilometro in 3 minuti e 50 secondi.
Alcuni potrebbero già correrlo in 3 minuti e 30 secondi, e non avere alcuna motivazione nell'allenarsi per quell'obiettivo.
Altri, potrebbero fare fatica a correrlo in 6 minuti. Bisognerebbe trovare quali sono i punti di debolezza: mangiano male o è una carenza muscolare? Dormono poco, o il loro sistema cardiovascolare non è allenato? Una volta individuato il problema, si potrebbe lavorare in maniera mirata per risolverlo, cosa che nelle scuole non succede.
Nel 99% dei casi, queste situazioni vengono colpevolizzate, o nel migliore dei casi compatite con frasi del tipo "studia di più e vedrai che andrai meglio".
La verità è che non si può da0re un allenamento standardizzato e uguale per tutti, e tagliare fuori chi non ci riesce. È penalizzante sia per i primi, bravissimi, che magari riuscirebbero a lavorare ulteriormente verso un miglioramento, sia per i secondi, che non riescono a tirarsi fuori dalla situazione di difficoltà.
Vi dirò di più: se la stessa società di atletica consentisse agli studenti di progredire solo se si raggiunge un minimo in varie discipline, colui che tiene ampiamente sotto controllo la disciplina della corsa, probabilmente investirà il 100% del suo tempo a migliorare il lancio del giavellotto e il lancio del disco, in cui non eccelle, per cercare di passare. Questo atteggiamento, incoraggiato dalle scuole, rischia però di incoraggiare gli studenti alla negligenza delle discipline in cui vanno bene, che è triste e nocivo.
Non credo quindi che gli studenti stiano cercando di creare un mondo ovattato e privo di sofferenze per sé, quanto piuttosto di massimizzare l'efficienza di un sistema, che sotto diversi punti di vista è debole e li costringe a trascorrere una quota significativa del proprio tempo all'interno della scuola.
Ed è una posizione del tutto lecita: se mi obblighi a partecipare, che sia almeno utile per me.
1-0 per gli studenti
Eh, ma questi cciovani hanno perso il senso del rispetto, se l'avessi fatto io avrei ricevuto sberle sia a scuola che a casa
Hanno perso la riverenza, non il rispetto, e va benissimo così.
È un tema eterno, e non mi aspetto certo di convincere gli scettici con questo articolo. Abbiamo forse interiorizzato che la critica è automaticamente un segno di mancanza di rispetto verso un'istituzione. Io non sono d'accordo. Se gli interlocutori si mettessero sullo stesso piano - come avviene nei paesi nordici, dove il progresso procede attraverso il dialogo - non vedrebbero una critica come una mancanza di rispetto. Forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di protestare.
Ma alle latitudini mediterranee amiamo fare differenze tra i più ricchi e i più poveri, tra i più grandi e i più giovani.
Ed è così che nei confronti di istituzioni, professori e parenti più grandi non è dovuto il rispetto, ma la riverenza.
Una mancanza di riverenza viene vista come una mancanza di rispetto, ma le due cose non sono identiche. Personalmente mi reputo irriverente, ma non irrispettoso. Non farò mai un panegirico a un professore solo in quanto tale, ma rispetterò sempre la Sua dignità di essere umano, esattamente, però, come rispetterei quella di un senzatetto nigeriano, quella del mio amico Giovanni Calamutanni di appena venticinque anni, quella di mio nonno, quella della signora rumena che bada a lui.
Il rispetto non fa differenze, la riverenza sì.
Il punteggio non cambia, 1-0 per gli studenti
Ma allora consentitemi di dire che stanno scegliendo la strada più semplice.
Heh, no, secondo me nemmeno questo è vero. La strada più semplice la scelsi io quando memorizzai quattro cose su Giovanni Pascoli "con la sputazza" (termine delicatissimo e leopardiano, di origine siciliana per intendere qualcosa di poco stabile), per compiacere la commissione, portarmi a casa il mio 100 e lode, farmi fare le feste dai miei parenti, e comparire sul quotidiano locale con una mini intervista in cui spiegavo i miei piani per il futuro.
Non credo che andare contro a un sistema sia più semplice. Né sopportare il carico di critiche conseguenti all'atto di ribellione, proveniente ormai da tutta Italia.
2-0 netto, stanno giocando meglio
E cosa faranno nel mondo del lavoro, questi cciovani debbboly? Rifiuteranno anche lo stipendio?
Questa risposta è ahimè semplice. La maggior parte emigrerà nel nord Europa e nella Mitteleuropa.
40-0 per il centro-nord Europa, che ne approfitta e si assicura tutti i talenti mediterranei.
Sono passati circa cinquant'anni da quando è uscito l'album di The Wall dei Pink Floyd, che criticava il sistema di istruzione in vigore ai tempi di Roger Waters.
Oggi, gli stessi italiani che trent'anni fa si riunivano nei locali a cantare Ui donnid no Yeducheiscion, (altresì conosciuta in Italia come Ei Ticciar liv Doskids alò), e spiegavano a tutti con un inglese scassato quanto i Pinki Floiddi fossero il miglior gruppo del mondo, cercano di contrastare la tremenda decadenza morale che investe i giovani ribelli di oggi. Fa ridere.
3-0.
Non so se il metodo utilizzato dagli studenti sia il migliore e il più efficace, per questo concedo un goal ai boomer.
La partita si chiude sul 3-1, e speriamo che sia il fischio finale di questa diatriba aberrante.
Ascolti consigliati
Pink Floyd - The Wall - Another Brick in The Wall pt.2
Licc
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