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Nove falsi miti sulla salute a cui credono molti italiani, smontati dalla scienza

Molti italiani hanno convinzioni radicate sulla salute che, in realtà, non resistono al vaglio della scienza. Alcune di queste credenze riguardano alimentazione, stile di vita e rimedi domestici.   1. Uova e colesterolo Il primo falso mito riguarda le uova: molte persone credono che mangiarle faccia aumentare automaticamente il colesterolo nel sangue. Questa convinzione nasce dagli studi degli anni ’60, quando si osservava un’associazione tra colesterolo alimentare e livelli di colesterolo plasmatico, senza considerare le differenze individuali nel metabolismo. La ricerca più recente ha dimostrato che, nella maggior parte delle persone sane, il colesterolo presente nelle uova ha un impatto minimo sui livelli ematici. Studi clinici indicano che consumare un uovo al giorno non aumenta significativamente il rischio di malattie cardiovascolari. Quindi, mentre chi ha problemi specifici di colesterolo dovrebbe fare attenzione, per la maggior parte delle persone le uova restano un aliment...

DA VERGA A DE ANDRÉ: IL TEMA DEL REALE NELLA CULTURA ITALIANA

 

“Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori del campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com’è stata, o come avrebbe dovuto essere”.

Con queste parole Verga concludeva la prefazione alla sua magnum opus “I Malavoglia”, prendendo in parte le distanze dal Naturalismo zoliano e tratteggiando in questo modo i caratteri della sua poetica, che possiamo incasellare nella corrente del Verismo.

Sebbene certe tematiche possano sembrare vetuste e poco attuali, il tema del reale è uno dei pilastri fondanti dell’arte italiana, che si parli di letteratura, musica o cinema.

Non è un caso che l’epoca d’oro del cinema italiano coincida con l’apice del neorealismo nel secondo dopoguerra, periodo segnato da capolavori come “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica o da pellicole come “La strada” di Federico Fellini che ritraevano e analizzavano la difficile condizione delle classi più indigenti, ancora sofferenti dopo i tristi anni del secondo conflitto mondiale. In alcuni casi venivano scelti anche attori non professionisti e per la prima volta al centro della narrazione si trovavano operai, contadini e altre persone che potremmo considerare ai margini della società.

Anche nella musica il tema del reale è stato spesso affrontato da grandi autori del panorama italiano, in particolare non possiamo non menzionare la produzione artistica di Fabrizio De André, forse il più grande cantautore della storia della canzone italiana.

 

Fabrizio De André

 

Devo certamente citare la canzone “Un giudice”, che racconta la storia di una persona costretta a subire angherie a causa della sua statura e che diventa giudice solo per potersi vendicare di chi si è preso gioco di lei. “Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente” cantava Faber, sottolineando la triste condizione di chi è portato a sentirsi inadeguato e deriso a causa degli sguardi e del disprezzo dovuto ad una presunta superiorità della folla dei “normali”. Il protagonista della canzone otterrà il rispetto (più che altro il timore) degli altri solo quando sarà diventato “giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male”. Un altro esempio lampante di come De André sia interessato al tema del reale e alle storie di personaggi che potremmo definire verghianamente “vinti”, è certamente una delle sue canzoni più celebri, ovvero “Bocca di Rosa”. In questo pezzo il cantautore genovese racconta la storia di una ragazza piuttosto libertina che, arrivata in un piccolo paesino, inizia a “mettere l’amore sopra ogni cosa”. Con le sue parole Faber riesce a fornirci una perfetta fotografia dell’ipocrisia della nostra società: se di giorno la ragazza riceve le vessazioni delle istituzioni, di notte sono proprio gli esponenti di quest’ultime a richiederne i servizi (“Persino il parroco che non disprezza, fra un miserere e un'estrema unzione, il bene effimero della bellezza, la vuole accanto in processione”).

Per concludere non si può non menzionare “Cantico dei drogati”, canzone che il cantautore compone durante un periodo di dipendenza dall’alcol e che racconta, attraverso una capacità immaginifica fuori dal comune, della disperata vita di chi sviluppa un qualsiasi tipo di dipendenza dannosa. Questo brano non è altro che una meravigliosa, ma al tempo stesso struggente, confessione del proprio malessere interiore che tuttavia spesso tendiamo ad aver paura ad affrontare (“Come potrò dire a mia madre che ho paura?” è una domanda che l’autore si pone spesso all’interno del pezzo). Infine, la canzone si conclude con una richiesta d’aiuto che ci permette di comprendere a pieno la necessità di imparare un nuovo “linguaggio” per combattere le proprie dipendenze (“Tu che m'ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria”).

In sintesi, il richiamo al reale “per com’è stato o per come avrebbe dovuto essere” è stato un filo conduttore fondamentale per l'arte italiana. Questa capacità di guardare la realtà con occhi sinceri e di “renderla con i colori adatti” continua a essere un patrimonio prezioso, che trascende il tempo e ci permette di comprendere le molteplici sfaccettature dell'esistenza umana.

                                                                                                                     

                                                                                                            Alessandro Bignami

 

 

 

 

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