In primo piano
- Ottieni link
- X
- Altre app
Non possiamo vivere di madonne nelle chiese.
Ne parlano tutti.
Non è difficile capire perché Quando torno al mio paese di Serena Brancale, insieme a Levante e DELIA, funzioni così bene: il brano si muove dentro coordinate già note, costruendo un immaginario immediatamente riconoscibile fatto di piazze affollate di Schiavonea a mezzanotte, sedie fuori dalle case per tenere il posto di una macchina, luminarie della festa di Ognina, pisòli affollati e fiere di Trecastagni, Nicolosi e Pedara.
In un’epoca in cui la microanalisi - di qualsiasi tema - va di moda e viene proposta in forma di caroselli Instagram per adattarsi a una soglia dell’attenzione sempre più bassa, tanti intellettuali “social” hanno già evidenziato in poche parole la riduzione del “paese” a uno scenario idilliaco da cartolina, stereotipato, dove brilla sempre il sole. E così il “paese” diventa un dispositivo estetico prima ancora che un luogo reale: uno spazio senza frizioni, senza conflitti. La nostalgia, invece di aprire una distanza critica, viene addomesticata e restituita come superficie luminosa, pronta per essere consumata.
E va bene, la vita lenta non esiste. Non tutto il Sud si articola in paesini: esistono le grandi città, e lì la vita è frenetica esattamente come altrove. Questo lo sappiamo già.
E non ci aspettiamo che una canzone pop e spensierata possa farsi carico di un’analisi critica di una questione antica e controversa come quella del meridione d’Italia. Ma proprio per questo, resta legittimo chiedersi se limitarsi a confermare un immaginario così levigato non significhi, in fondo, rinunciare a dire qualcosa di più necessario, oltre che di più vero.
Viva Sant'Onofrio, che non risolverà i problemi del sud
Torniamo un attimo indietro
Nel 2014, quando Instagram era ancora un posto dove si caricavano tramonti saturi e avocado toast per colazione, l'idea di discutere e scomporre qualsiasi tema in micro-contenuti non era manco nella mente di Kevin Systrom e Mike Krieger. Non c’erano caroselli educativi né thread che spiegavano il mondo in dieci slide: c’era una condivisione spontanea, estetica, spesso superficiale, ma non ancora sistematizzata. È in quel contesto che, a diciotto anni, appena diplomato, mi sono trasferito a Padova per studiare biologia molecolare.
La residenza universitaria in cui vivevo era popolata in gran parte da studenti meridionali che, come me, avevano scelto di spostarsi al Nord. Lì ho incontrato una dinamica fin troppo familiare: quella di chi vive lontano ma continua a raccontare il proprio paese come misura assoluta di tutte le cose.
Il cliché del “sì, però da me si fa meglio” si ripeteva con ossessione, trasformandosi spesso in un accumulo di luoghi comuni che finivano per assomigliarsi tutti. Il risultato era una micro-comunità di meridionali che, pur vivendo lontano da casa, continuava spesso a coltivare una certa diffidenza verso il diverso, faticando ad aprirsi davvero al contesto nuovo in cui si trovava inserita. Si trattava di una forma di riproduzione sociale quasi automatica: si cambiava città, ma non sempre prospettiva.
Ho sempre mantenuto una certa distanza da questo atteggiamento, non per rifiuto delle origini, ma per una questione di mentalità: se scegli di partire, di aprirti, allora devi accettare che il confronto non sarà sempre rassicurante, né tantomeno a favore di ciò che conosci già. Altrimenti il rischio è quello di trasformare il cambiamento in una semplice traslazione geografica, senza alcuna reale apertura culturale o personale.
Eppure, non si tratta di rifiutare le tradizioni. Anzi, c’è qualcosa di profondamente affascinante nel racconto delle ritualità ultralocali, nella devozione popolare, nelle feste in cui una statua viene portata in processione a piedi scalzi tra le vie di un paese. Anche per chi, come me, è convintamente ateo, questi elementi conservano un valore culturale, quasi antropologico. Il problema nasce quando tutto questo smette di essere racconto e diventa centro del mondo, misura unica, identità totalizzante.
Festa di Ognina - non solo Madonne nelle Chiese, come dicono Levante, Delia e Brancale, ma anche in barca. Una tradizione affascinante, documentata nei secoli a cui partecipo volentieri pur essendo ateo, ma che non ha influito in alcun modo sulle mie scelte di vita.
Allo stesso modo, però, l’alternativa non può essere una resa completa all’omologazione globale, a una sorta di americanizzazione indistinta fatta di consumo e perdita di specificità. Tra il folklore idealizzato e il cinismo globalizzato esiste una via intermedia, più complessa ma anche più onesta.
Nel 2026 dovrebbe essere chiaro: Non si può vivere di madonne nelle chiese.
Dovrebbe dunque essere chiaro che non si può più vivere di sole immagini identitarie, di simboli rassicuranti o di una nostalgia continuamente rielaborata. Non per negare il valore delle tradizioni, ma perché non bastano più a descrivere né a risolvere le condizioni reali del presente, soprattutto per il Sud Italia e per i meridionali che vivono fuori.
Servono altre priorità: diritti civili pienamente garantiti, parità di genere, inclusione, accesso equo alle opportunità, infrastrutture moderne e funzionanti, scuole e università capaci di competere, servizi pubblici efficienti. Serve una politica che si occupi di lavoro stabile, mobilità sociale, sanità e connessione digitale, non solo di rappresentazioni culturali del territorio. La scienza e la tecnologia non sono un orizzonte astratto, ma strumenti concreti di sviluppo e autonomia.
Allo stesso tempo, è necessario aprirsi a una dimensione più ampia: contaminazione culturale, confronto internazionale, capacità di vivere fuori dai confini simbolici del “paese” senza perderne il legame. Per chi è emigrato, questo significa non restare intrappolati in una narrazione nostalgica o difensiva, ma costruire appartenenze multiple, ed un'identità collettiva europea.
Le tradizioni possono e devono essere conservate, ma come patrimonio storico e culturale. Possono essere comprese, studiate, persino celebrate, senza trasformarle in un filtro unico attraverso cui leggere il presente. Il punto è proprio questo: spostare lo sguardo. Evitare sia l’idealizzazione sia il rifiuto totale. L’identità non è un’eredità immobile, ma un processo continuo che si costruisce tra mobilità, conoscenza, diritti e trasformazione. E forse, oggi più che mai, è questo il vero terreno su cui vale la pena investire.
Un brano pop
Alla fine, in linea con gli scopi di un pezzo pop, le autrici hanno furbescamente cavalcato un sentimento collettivo - che avevo già riconosciuto nel mio percorso più di dodici anni fa - e che, con la crescente estetizzazione dei contenuti sui social e la trasformazione delle identità locali in formati narrativi facilmente consumabili, si sta ulteriormente intensificando, diventando sempre più spesso oggetto di marketing e di confezionamento culturale. Nulla di cui stupirsi.
- Ottieni link
- X
- Altre app
Post più popolari
Lei è Lario e vali n soddu: il più antico esempio di Liscìa catanese.
- Ottieni link
- X
- Altre app
Giufà, Ǧūḥa, Hoja: tanti nomi un personaggio
- Ottieni link
- X
- Altre app
Il primo meme catanese risale al 1912
- Ottieni link
- X
- Altre app
Riflessioni di due accademici sulla vita dopo la laurea magistrale
- Ottieni link
- X
- Altre app
Il coraggio di non essere abbastanza
- Ottieni link
- X
- Altre app
Un'azione concreta per la Torre Saracena di Lognina?
- Ottieni link
- X
- Altre app
Oltre economia e sicurezza: i pilastri culturali per il futuro dell’Europa
- Ottieni link
- X
- Altre app
Possa il Prodigioso Spaghetto Volante illuminare il vostro cammino verso il progresso e la razionalità. Ramen.
- Ottieni link
- X
- Altre app
Un gap year per costruire un metodo: fermarsi per diventare inarrestabile
- Ottieni link
- X
- Altre app
Dal Bullshit Job al Diamond Engagement: la risposta agli scettici dell'anticapitalismo
- Ottieni link
- X
- Altre app
Commenti
Posta un commento